JOYCE CAROL OATES.
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Pericoli di un viaggio nel tempo.
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Titolo originale: Hazards of Time Travel.
Traduzione di: Alberto Pezzotta.
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2021. La nave di Teseo Editore, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Adriane S. Strohl vive negli SNAR (Stati del Nord America Rifondati) una confederazione nata dopo i Grandi Attacchi Terroristici e la conseguente Guerra Contro il Terrore. Uno stato retto da un governo onnipresente e opprimente che non consente nessun tipo di dissenso. Adriane  solo una ragazzina di diciassette anni, idealista e curiosa, quando viene arrestata dalla Sicurezza Interna per aver osato fare delle domande a scuola.
La sua condanna  quella di essere rimandata indietro nel tempo di ottant'anni e di scontare la pena a Wainscotia Fall, nel Wisconsin, per studiare nella locale universit. Lasciata alla deriva nel tempo in questa idilliaca cittadina del Midwest, viene avviata a un percorso di riabilitazione per poter poi tornare a casa, ma non pu resistere all'innamoramento per un altro esiliato, che la porter a riflettere sul mondo Wainscotia e sulla realt che  costretta a vivere, con risultati al contempo devastanti e liberatori.
Pericoli di un viaggio nel tempo  un romanzo distopico, visionario e sorprendente, che racconta la resistenza di una giovane donna contro i vincoli di una societ oppressiva, ma  anche una potente storia d'amore, splendidamente narrata dalla pi grande scrittrice americana contemporanea.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, vicino a New York, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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Pericoli di un viaggio nel tempo.
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L'io  semplicemente uno stratagemma per rappresentare sistemi unificati di risposta.
B.F. Skinner, La scienza e il comportamento umano.
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Non sarebbero mai venuti a cercarmi, e da vera ingenua ho attirato la loro attenzione su di me. Sapevo bene di avere osato quello che non avrei dovuto osare.

Ho sbagliato tutto, e ho fatto tutto da sola. O meglio, non ho usato proprio la testa. E adesso, che fosse vanit o stupidit, sono perduta.

A volte, quando sono in ginocchio come se stessi pregando, riesco a passare oltre le barriere della censura, e a ricordare...

Ma poi mi scoppia la testa.  una fatica pazzesca, come cercare di vincere la forza di gravit su Giove.

Il mio status di Esiliata mi proibisce di parlare con chiunque della mia condanna o della mia vita prima dell'Esilio, per cui sono doppiamente sola.

Anche se  raro che non ci sia qualcuno intorno a me in questo strano posto, mi sento molto sola, e non sono sicura di potercela fare.

Sono stata condannata solamente a quattro anni. Avrebbe potuto essere una condanna a vita.

O, in alternativa, la Cancellazione.

Ogni sera, in ginocchio, mentre cerco di ricordare, di richiamare il mio vecchio e perduto io, cerco di essere grata di non essere stata condannata alla Cancellazione.

E cerco di essere grata che nessuno della mia famiglia sia stato arrestato insieme a me, come collaboratore/complice di Tradimento.

I. La studentessa dell'anno

Le Istruzioni

1. Nella Zona Limitata, l'Individuo Esiliato (IE) pu spostarsi solo ed esclusivamente nel raggio di dieci miglia dal suo epicentro. Quest'ultimo pu essere cambiato solo in seguito ad appello all'Ufficio Disciplinare per gli Esiliati presso la Sicurezza Interna (UDESI).

2. All'IE  proibito mettere in discussione, opporsi o disobbedire in qualunque modo all'Autorit della Zona Limitata di competenza. All'IE  proibito identificarsi se non come stabilito dall'UDESI. All'IE  proibito fornire conoscenza futura nella Zona Limitata e di andare alla ricerca di parenti o comunque reperirli.

3. All'IE verr fornito un nuovo nome non negoziabile e un adeguato certificato di nascita.

4. All'IE  proibito intrattenere rapporti di tipo intimo o confidenziale con chiunque. All'IE  proibito procreare.

5. L'IE sar identificato come figlio adottivo di genitori deceduti. Non risulter alcun altro legame famigliare. Ci sar messo agli atti nella Zona Limitata di pertinenza.

6. L'IE sar continuamente e costantemente monitorato nel corso del suo Esilio. In qualunque momento l'UDESI ha facolt di revocare i termini dell'Esilio.

7. La violazione di qualunque di queste regole avr per effetto l'immediata Cancellazione dell'IE.

La Cancellazione

Parliamo dell'IC, l'Individuo Cancellato.

Se sei un IC, cessi di esistere. Vieni vaporizzato.

Se sei un IC, subisci la Cancellazione di tutti i tuoi ricordi.

I tuoi beni mobili e immobili diventano possesso degli SNA (Stati del Nord America).

Se sei un IC, alla tua famiglia, compresi gli eventuali figli,  proibito parlare di te o ricordarti in qualunque modo.

Della Cancellazione, in quanto tab,  proibito parlare. Ma questa punizione, la pi crudele di tutte, pu colpire in qualsiasi momento.

La Cancellazione non equivale in alcun modo all'Esecuzione.

L'Esecuzione  un pubblico ammonimento; l'Esecuzione non  un segreto di Stato.

Sotto gli auspici del Programma Federale di Esecuzioni Pubbliche (PFEP), un certo numero di Esecuzioni sono trasmesse in televisione per l'educazione morale delle masse.

(In un locale simile in tutto e per tutto alla sala operatoria di un ospedale, l'Individuo Sottoposto a Esecuzione [ISE] viene assicurato a una lettiga; dopodich il personale della prigione, in camice bianco, inietta nelle vene dell'ISE la dose letale di veleno, davanti a milioni di telespettatori.)

(Tranne che per noi. Anche se pap aveva gi lo status di IS [Individuo Segnalato] e il suo LC [Livello di Casta] era a rischio, n lui n mamma permettevano che la televisione venisse accesa durante una delle tante Ore di Esecuzione settimanali. Mio fratello maggiore Roderick era contrario a questa censura, sostenendo che se a scuola un insegnante parlava degli aspetti educativi di un'esecuzione, lui non avrebbe potuto partecipare e avrebbe fatto la figura del sospetto - ma ci non convinse i nostri genitori ad accendere il televisore.)

La Cancellazione  tutt'altra faccenda, perch mentre  previsto che delle Esecuzioni si parli apertamente, il solo fatto di alludere a una Cancellazione  un crimine federale punibile come Tradimento.

Mio padre Eric Strohl era stato un IS fin da prima della mia nascita. Da giovane interno del Pennsboro Medical Center, era stato messo sotto osservazione in quanto persona dalla mentalit scientifica e quindi incline all'individualismo - una reputazione che era meglio evitare. Inoltre pap venne accusato di favoreggiamento nei confronti di un IR (Individuo Rivoluzionario) che in seguito fu arrestato e condannato per Tradimento; in realt pap lo stava solo ascoltando con simpatia mentre si rivolgeva a un gruppetto di persone in un parco pubblico, ma ebbe la sfortuna di incappare in una retata della Sicurezza Interna, e la sua vita fu cambiata per sempre.

Per prima cosa, venne retrocesso. Malgrado avesse una specializzazione in oncologia pediatrica, dovette accettare un lavoro sottopagato di assistente presso la stessa struttura, con la minaccia di essere radiato dall'albo medico. Con tutto ci, pap non si lament mai (pubblicamente); quello che ripeteva (pubblicamente) era che si riteneva fortunato di non essere finito in prigione e di essere ancora vivo.

Di tanto in tanto, gli IS erano obbligati a ribadire le loro colpe e a esprimere (pubblicamente) gratitudine per il condono di cui avevano usufruito e per la loro occupazione attuale. In tali occasioni pap sospirava profondamente e, per usare le sue parole, andava a barattare la sua anima.

Poveretto. In casa cercava di non farlo pesare, e io non mi rendevo conto di come potesse sentirsi. Di quanto fosse a pezzi.

La regola era che, in famiglia, non si discutesse dello status di pap, ma sembrava fosse tacitamente ammesso - o almeno non espressamente proibito - alludervi come si farebbe nel caso di un famigliare colpito da malattia cronica, come la sclerosi multipla o la sindrome di Tourette, o da qualche strana mania. Essere un IS era qualcosa di vergognoso, di imbarazzante e di potenzialmente pericoloso; ma dato che si trattava di una categoria criminale (relativamente) minore rispetto ad altre, riconoscerlo non significava commettere Tradimento. Comunque pap rischiava.

Lo mostra uno degli episodi che riemergono ora nella mia memoria, stranamente nitido e circoscritto, come un incubo di cui ci si ricorda d'un tratto alla luce del giorno. Eravamo soli in casa e pap mi port nella soffitta che avevo sempre visto chiusa con un lucchetto; lass sollev un tappeto liso e da sotto un'asse del pavimento estrasse un mazzetto di fotografie di un uomo che mi sembrava avere un aspetto familiare ma a cui non sapevo dare un nome.  tuo zio Tobias,  stato cancellato quando avevi due anni.

All'epoca di anni ne avevo dieci. Il mio io di due anni era perduto e irraggiungibile. Con voce tremante, pap spieg che il suo amato e incauto fratello minore Tobias era vissuto a casa nostra mentre studiava medicina e che aveva attirato l'attenzione dell'UFI (Ufficio Federale degli Inquisitori) dopo avere organizzato una manifestazione per la libert di parola. A ventitr anni zio Toby era stato arrestato in quella stessa casa, portato via e, dopo un eventuale processo, cancellato.

Ossia vaporizzato.

Pap, che cosa significa vaporizzato'? Dovevo chiederlo, anche se sapevo che la risposta sarebbe stata triste.

Semplicemente che se n' andato. Come quando si spegne la fiamma di una candela.

Ero troppo piccola per cogliere negli occhi di mio padre lo strazio di quella perdita.

Un dolore che pap aveva spesso stampato in faccia. Il lavoro in ospedale lo prosciugava, era pallido e zoppicava dalla gamba destra per un osso che non era mai andato a posto dopo un incidente. Eppure, da come sorrideva, sembrava che andasse tutto bene.

Coraggio, ragazzi! Tiriamo avanti!

Adesso, per, pap non stava sorridendo. E si gir dall'altra parte, (forse) perch non mi accorgessi che si asciugava le lacrime.

In teoria non dovremmo neanche parlare di Tobias. Tanto pi a una bambina. Figuriamoci guardare delle sue foto! Se qualcuno venisse a saperlo, potrei essere arrestato.

Qualcuno era evidentemente il Governo. Ma quest'ultima era una parola che non si poteva pronunciare. Come Stato o Leader Federali. Erano parole proibite e cos, come faceva pap, se ne parlava in modo allusivo, con sguardi circospetti - Se qualcuno venisse a saperlo.

In alternativa potevi dire loro.

Qualcuno o loro erano come un cielo che minacciava tempesta. Un cielo con quelle nuvole basse, grosse e a forma di dirigibile, che si diceva fossero ordigni di sorveglianza; livide e iridescenti per l'inquinamento, si spostavano in maniera imprevedibile, ma erano una presenza costante.

Al piano di sotto, nei pressi dei nostri apparecchi elettronici, pap non si esprimeva mai in modo cos esplicito. Ovviamente non andavi a fidarti del tuo computer, per quanto la sua voce fosse amichevole e seducente, del tuo cellulare o del tuo registratore vocale, ma neanche di termostati, lavapiatti, forni a microonde, chiavi della macchina e automobili automatiche.

Non sai quanto mi manca Toby. In continuazione. Quando vedo studenti di medicina della sua et... Avrebbe potuto essere uno zio meraviglioso per te e Rod.

Tra vaporizzato e cancellato, non avevo capito molto. Ma sapevo che era meglio non fare pi domande, per non intristire pap ulteriormente.

Comunque era stato forte vedere foto di quello zio che sembrava una versione pi giovane di mio padre. Come lui, quando sorrideva socchiudeva gli occhi e corrugava la fronte. Come lui, aveva un naso lungo e sottile con una gobba in mezzo. E gli occhi! Marrone scuro e lucenti come i miei.

Ma lo zio Toby era un tipo divertente?

Forse avevo detto una stupidaggine, e me ne pentii subito, ma pap si limit a sorridere tristemente.

Certo che lo era!

Pap aveva cercato di dissuaderlo dal farsi coinvolgere in qualunque tipo di manifestazione. Anche durante quello che sembrava un periodo di (relativo) rilassamento da parte dell'Ufficio di Comunicazione Pubblica della Sicurezza Interna. Durante questi periodi il Governo allentava i controlli anche se, come credeva pap, continuava a monitorare e accumulare informazioni su dissidenti e possibili IR, a uso futuro. Nulla viene dimenticato, ammoniva pap.

In tali occasioni circolavano voci di un disgelo, di una nuova era; come diceva pap, la gente  sempre ansiosa di credere nelle buone notizie e vuole dimenticare quelle cattive; la gente vuole essere ottimista e non pessimista; ma i disgeli vengono programmati secondo cicli precisi e finiscono in men che non si dica, esponendo gli imprudenti - soprattutto i giovani e gli ingenui - all'arresto, e a ci che segue all'arresto.

Dopo la cosiddetta scomparsa di zio Toby, gli agenti delle forze dell'ordine avevano fatto irruzione in casa nostra sequestrando libri di medicina, appunti di laboratorio, computer e strumenti elettronici, nonch tutte le sue fotografie, che fossero digitali o su carta; ma pap era riuscito a nasconderne alcune, correndo un grave rischio.

Non sono orgoglioso di quello che ho fatto, mi disse. Ma sapevo che la cosa pi saggia era ripudiare' mio fratello, almeno formalmente. Ormai era stato cancellato, quindi non aveva pi senso difenderlo o proteggerlo. Immagino che siamo stati abbastanza convincenti, io e tua mamma, giurando che non sapevamo di avere in casa un IR - un traditore' -, tanto che ce la siamo cavata con un'ammenda.

Pap si asciug la faccia con la manica della camicia.

Un'ammenda pazzesca, a dire il vero. Ma dovevamo essere grati che casa nostra non venisse rasa al suolo. A volte lo fanno, in caso di Tradimento.

Mamma lo sa?

Che cosa?

Che quass ci sono le cose di zio Toby.

No. Mamma sa' che mio fratello  stato cancellato. Ovviamente non parla mai di lui. All'epoca forse sapeva' che avevo conservato degli effetti personali di Toby, ma oggi di sicuro non lo ricorda, cos come deve essersi dimenticata della sua faccia. Se fai di tutto per non pensare a qualche cosa e per tenerla ben lontana dalla tua mente, e chi ti circonda fa lo stesso, puoi arrivare davvero a dimenticarla - almeno fino a un certo punto.

Io no! Io non dimenticher! pensai spavaldamente.

Toccai un maglione di questo zio perduto: soffice, scuro, roso dalle tarme. C'erano anche una T-shirt ingiallita, un taccuino riempito e met, un orologio da polso che avrebbe segnato per sempre le due e venti e che pap cerc inutilmente di far ripartire.

Adriane, mi devi promettere di non parlare mai a nessuno di zio Toby.

Annuii decisa.

Neanche a mamma e a Roddy. Non devi mai parlarne a nessuno. Neanche a me.

Vedendo la mia espressione perplessa, pap mi diede un bacio sul naso. Poi raccolse quegli oggetti proibiti e li ripose sotto l'asse nascosta dal tappeto.

 il nostro segreto Adriane. Promesso?

S, pap. Promesso!

S, sapevo cosa voleva dire essere cancellati. So cos' la Cancellazione.

Non  plausibile che emuli zio Toby. Non mi interessa pi essere diversa, attirare l'attenzione su di me.

Come ho giurato pi volte, sono decisa a scontare il mio Esilio senza violare le Istruzioni. Sono decisa a tornare un giorno alla mia famiglia.

Non voglio assolutamente essere vaporizzata - e dimenticata.

Non voglio che miei genitori facciano i patetici e nascondano sotto le assi della soffitta un mio spazzolino mangiucchiato, un paio di calzini, un compito in classe con il voto segnato in rosso.

Il mandato

Con la presente, in questo 19 giugno 23-SNA, nel 16 Distretto Federale degli Stati Atlantici Orientali, si ordina l'arresto, la detenzione, il ricollocamento e la condanna di STROHL, ADRIANE S., di anni 17, figlia di ERIC e MADELEINE STROHL, residente in 3911 N. 17th St., Pennsboro, NJ, imputata di sette capi relativi a Tradimento e Opposizione all'Autorit. Firmato H.R. Sedgwick, giudice capo, 16 Distretto Federale.

Che bella notizia!

O almeno cos sembrava in un primo momento.

Ero stata nominata studentessa dell'anno alla Pennsboro High School. E dei cinque studenti candidati, sarei stata l'unica a ricevere una borsa di studio federale Patria e Democrazia.

Mia madre corse ad abbracciarmi e a farmi le congratulazioni. E cos fece mio padre, anche se con minore entusiasmo.

Come siamo fieri di te!

Il preside li aveva avvisati telefonicamente. Era raro che il telefono suonasse in casa nostra, dato che la maggior parte dei messaggi arrivavano per via elettronica, e non era possibile rifiutarli.

Mio fratello Roderick aveva un'espressione strana. Aveva sentito parlare delle borse di studio Patria e Democrazia, disse, ma non conosceva nessuno che l'avesse presa, almeno negli anni in cui andava alla Pennsboro.

Be', congratulazioni, Addie.

Grazie!

Roddy si era diplomato tre anni prima e adesso faceva uno stage quasi gratuito alla sezione locale dell'Ufficio di Comunicazione Mediatica (UCM), ed era evidente che gli rodesse.  invidioso perch non pu andare in una vera universit, pensai.

Non ho mai capito se un po' mi spiacesse per il mio fratellone, che sfoggiava barba e baffi color sabbia e indossava sempre gli stessi vestiti marrone scuro che erano una sorta di uniforme per la manovalanza dell'UCM, o se in realt ne avessi paura. Nel sorriso di Roddy c'era sempre un ghigno rivolto solo a me.

Quando eravamo piccoli, spesso Roddy mi tormentava - anche se secondo lui mi prendeva in giro innocentemente. Sul lavoro entrambi i nostri genitori facevano turni di dieci ore, e io e Roddy eravamo a casa da soli quasi tutto il tempo. Essendo pi grande, era lui a dover prendersi cura della sorella. Per modo di dire.

Adesso che eravamo pi grandi, e anch'io mi ero fatta alta, per una ragazza della mia et (un metro e settantadue), Roddy era meno molesto di un tempo. Ma c'era quel suo sorriso, ghignante e corrucciato, allusivo a pensieri che era meglio non rivelare.

Un sorriso dedicato solo a me, e che mi colpiva il cuore come un punteruolo per il ghiaccio.

I miei genitori mi avevano spiegato: con i suoi voti al liceo, Roddy non era riuscito neanche ad andare al college statale, e adesso era imbarazzante vedere che la sua sorella minore otteneva risultati incomparabilmente superiori con gli stessi insegnanti che aveva avuto lui. In un'universit federale non avrebbe mai messo piede, anche se avesse seguito dei corsi di recupero e i nostri genitori avessero avuto i mezzi.

Durante gli ultimi due anni gli era successo qualcosa. Aveva cominciato ad avere un sacco di fobie - forse a ragione. E non si era mai confidato con me.

Alla Pennsboro High - come in qualunque altra scuola del Paese, immagino - si aveva paura di sembrare svegli (e dall'essere svegli all'esserlo troppo il passo era breve), il che poteva portare a essere oggetto di un'attenzione non desiderata. In una Vera Democrazia tutti gli individui sono uguali - nessuno  meglio di un altro. Prendere B andava bene, una A- ogni tanto non guastava; ma le A erano rischiose, e le A+ non ne parliamo. Per quanto non fosse stupido, e alle medie fosse andato bene, gli sforzi di Roddy di non ottenere voti troppo alti sortirono l'effetto opposto, e si ritrov con una sfilza di D.

Sei come un bravo arciere che non deve colpire il centro, gli aveva detto pap. Solo che per evitare di fare centro, manchi completamente il bersaglio.

E si era messo a ridere, scuotendo la testa.

Povero Roddy. E povera Adriane, dato che Roddy decise di rifarsi su di me.

A scuola non se ne parlava apertamente, ma era una cosa che si sapeva. Molti dei ragazzi pi svegli si frenavano per non attirare l'attenzione su di s. Si diceva che la Vigilanza Pubblica della Sicurezza Interna (VPSI) tenesse elenchi di potenziali dissidenti/IS/IR, e che questi comprendessero gli studenti con voti alti e QI sopra la media. A destare sospetto erano soprattutto gli studenti bravi nelle materie scientifiche, ritenuti troppo inclini a fare domande e manifestare scetticismo sui programmi di studio; per questo vennero banditi gli esperimenti di laboratorio, e si richiese solo la memorizzazione di fatti scientifici come gli oggetti cadono a causa della forza di gravit, l'acqua bolle a 100 C, il cancro  provocato dal pensiero negativo, il QI medio delle donne  di 7,55 punti inferiore a quello medio degli uomini, tenuto conto della CE.

Ovviamente era altrettanto sconsigliabile ritrovarsi con una sfilza di C o di D, sintomo di piatta normalit o di sabotaggio deliberato della propria carriera scolastica. Frenarsi in modo smaccato a volte poteva essere pericoloso. Dopo il diploma potevi finire in una scuola di recupero sperando di migliorare il tuo livello e cercare di passare in un'universit; ma se entravi nel mondo del lavoro a un livello basso, come Roddy all'UCM, ci restavi per sempre.

Nulla viene dimenticato, non ci si muove dal posto dove gi si . Affermazioni del genere era meglio non farle ad alta voce.

E cos pap rimase sempre un ME2 - tecnico medico di secondo livello - all'ospedale distrettuale, dove i capireparto lo consultavano di frequente, specialmente in materia di oncologia pediatrica - ed era gente il cui stipendio era cinque volte quello di pap.

L'assicurazione medica di pap, come quella di mamma, era cos all'osso che non poteva usufruire neanche della struttura in cui lavorava. Non volevamo nemmeno pensare al giorno in cui avrebbero avuto bisogno di cure serie.

A scuola non esagerai in prudenza come mio fratello. Studiare mi piaceva, e avevo amiche che per me erano quasi delle sorelle. Adoravo i test: per me erano giochi in cui bastava prepararsi per bene e imparare a memoria quello che dicevano gli insegnanti.

Ma a volte ci mettevo un po' troppo impegno.

Forse era rischioso. Forse mi divertivo ad alimentare una piccola scintilla di sfida.

Ma forse era anche perch (come pensavano alcuni) la scuola era meno rischiosa per le ragazze. Negli ultimi anni erano state prese poche ADAM (Azioni Disciplinari contro gli Attentati alla Democrazia) ai danni di studenti della Pennsboro, ed erano stati tutti ragazzi di categoria CE3 o inferiore.

(La CE - Colorazione dell'Epidermide - pi alta era la 1, caucasica. La maggior parte dei residenti di Pennsboro era CE1 o CE2, con una spruzzata di CE3. In un distretto confinante c'erano CE4, e ovviamente c'erano operai con una CE ancora pi bassa in tutti i distretti. Sapevamo che esistevano CE10, ma nessuno li aveva mai visti.)

Adesso sembra una vanteria patetica, oltre che stupida e ingenua, ma a scuola avevo mostrato un certo talento per la scrittura e le arti; imparavo in fretta, come dicevano i miei insegnanti con una punta di biasimo, e sapevo memorizzare lunghi brani. Ma non mi ritenevo la prima della classe. Non sarebbe stato possibile. La matematica e le scienze mi facevano penare, dovevo leggere e rileggere i compiti e allenarmi duramente per i test, mentre certi miei compagni erano naturalmente portati a queste materie. (I CE2 e i CE3 di solito erano asiatici; erano una minoranza nel nostro distretto, ma sia i ragazzi sia le ragazze erano svegli in modo non aggressivo, e sapevano non esporsi a rischi.) Eppure in qualche modo Adriane Strohl ottenne la media pi alta dei diplomati del 23-SNA: 4,3 su 5.

Alla mia amica Paige Connor i genitori avevano raccomandato di trattenersi, e infatti prese un 4,1 che la allontanava dalla fascia a rischio. Anche uno dei ragazzi notoriamente pi intelligenti (suo padre, un ex professore di matematica, era un IS, come il mio) si era frenato, o forse era traumatizzato dagli esami; fatto sta che ottenne un modesto ma sicuro 3,9.

Meglio essere un vigliacco vivo che un eroe morto. Non so perch pensassi che una frase del genere fosse un'idiozia.

Il fatto  che non ci avevo badato. In seguito, nella mia vita da universitaria, studiando l'abc della psicologia cognitiva, avrei saputo cos' l'attenzione - un fenomeno che fa parte della coscienza, ma nello specifico  la capacit di convogliare le risorse mentali su specifici aspetti della realt in determinati momenti. Limitarsi ad avere gli occhi aperti significa essere coscienti solo in minima parte; prestare attenzione  qualcosa di pi. Nella mia vita da liceale ero cosciente, ma non prestavo attenzione. Concentrata sui compiti, gli esami, le amiche con cui passare il tempo in una caffetteria, non mi accorsi se non in modo subliminale delle nubi che si addensavano sopra la mia testa, di certe occhiate degli insegnanti che avrebbero dovuto mettermi in allarme...

Nella mia vita successiva mi sarei resa conto che praticamente in tutta la mia vita precedente avevo mantenuto un livello minimo di coscienza. In pratica non mi ero mai fatta domande, non mi ero sforzata se non molto superficialmente di capire ci che i miei genitori cercavano di comunicarmi al di l delle parole. Loro erano vittime di un eccesso di attenzione, mentre io li davo per scontati, cos come davo per scontata la bolla in cui vivevo.

In ogni caso Adriane Strohl venne nominata studentessa dell'anno: avrei pronunciato il discorso alla cerimonia di consegna dei diplomi. Che bella notizia! Congratulazioni!

Adesso credo che nessuno con i miei stessi requisiti volesse questo onore, cos come nessuno voleva una borsa di studio Patria e Democrazia. I dirigenti scolastici avevano lungamente discusso se preferire a me un ragazzo con la media di 4,2, che si era anche distinto negli sport, aveva vinto la medaglia da Cittadino Democratico e aveva genitori di una casta superiore alla mia, oltre a un padre che non era un IS ma un EE (Esiliato d'lite - un titolo riconosciuto agli ex Esiliati che avevano scontato la condanna e avevano dimostrato di essere riabilitati al 110 per cento, come si diceva).

Mi era giunta voce delle discussioni. Il figlio dell'EE aveva voti pi bassi dei miei, ma c'era chi credeva che avrebbe pronunciato un discorso pi brillante, dato che studiava Pubbliche Relazioni e Televisione. O forse i dirigenti scolastici erano preoccupati che Adriane Strohl non solo sarebbe stata noiosa, ma avrebbe detto cose inaccettabili?

Senza che me ne rendessi conto, nel corso degli anni mi ero fatta la reputazione, tanto tra i miei professori quanto tra i miei compagni, di una che se ne usciva con cose sorprendenti, imprevedibili, che nessun altro avrebbe mai detto. Alzavo la mano d'impulso e facevo domande. Non  che fossi incline al dubbio: ero solo curiosa, desiderosa di sapere. Per esempio, un fatto scientifico era sempre vero? L'acqua bolliva sempre a 100 C o dipendeva dalla purezza dell'acqua? E gli studenti maschi erano davvero pi intelligenti delle femmine, se nella nostra scuola test e voti dimostravano il contrario?

Alcuni insegnanti (uomini) mi schernivano, cos che tutta la classe rideva delle mie sciocche domande; altre insegnanti (donne) reagivano con irritazione, o forse avevano paura. Il mio tono di voce di solito era sommesso e rispettoso, ma potevo sempre essere presa per una testarda.

A volte la mia faccia perplessa sconcertava gli insegnanti, che si premuravano sempre di controllare le proprie espressioni quando facevano lezione. C'erano modi prestabiliti per comunicare interesse, sorpresa, (parziale) disapprovazione, severit. (Come tutti gli spazi pubblici e molti spazi privati, le nostre classi venivano monitorate per un controllo della qualit, ma gli adulti erano molto pi sorvegliati degli adolescenti.)

Ogni classe aveva le sue spie. Non sapevamo chi fossero, ovviamente - si diceva anzi che non erano mai quelle pi prevedibili. Le spie scelte dall'Ufficio di Sorveglianza Volontaria dei Cittadini Democratici (USVCD) sapevano mimetizzarsi come certe specie di falene che sembrano fondersi con il tronco degli alberi. Come diceva mio padre: Non stupirti. I tuoi insegnanti sono costretti a seguire i programmi. Il loro ideale  quello del robot. Ciascuno fa quello che deve fare e non esce mai dai binari, altrimenti rischierebbe sai bene cosa.

Era vero? Ogni tanto nella nostra classe correva voce di un insegnante - di quanto tempo prima non lo sapevamo, forse di quando noi eravamo alle medie - che un giorno era uscito dai binari e aveva cominciato ad andare a ruota libera, ridendo e agitando il pugno verso l'occhio (anche se probabilmente in ogni classe ce n'erano diversi, e tutti invisibili). Venne arrestato e cancellato da un giorno all'altro, fu sostituito da un nuovo insegnante e presto si perse il suo ricordo. Dopo un po' non si era pi neanche certi che un insegnante di quella scuola avesse subto tale sorte. (Sempre che ce ne fosse stato solo uno. Forse certe classi erano maledette.) E nella memoria degli studenti, al posto di ______ c'era un vuoto.

Di certo non ero una studentessa aggressiva. Anzi. Ma rispetto ai miei compagni perlopi remissivi, alcuni dei quali sembravano bambole di pezza, era possibile che Adriane Strohl si distinguesse dal gregge, a suo danno.

Per esempio, durante le lezioni di Storia della Democrazia Patriottica, a volte mettevo in dubbio certi fatti. Facevo domande sull'argomento di cui nessuno osava dire nulla - i Grandi Attacchi Terroristici dell'11 settembre 2001. Ma non in modo arrogante - solo per curiosit! Di certo non volevo che nessuno dei miei insegnanti avesse rogne con l'USE (Ufficio di Supervisione dell'Educazione), il che poteva comportare il licenziamento, se non la vaporizzazione.

Pensavo di stare simpatica alla gente, o almeno alla maggior parte di essa. Ero la tipica ragazza con i capelli ribelli e gli occhioni marrone scuro che non si trattiene dal fare domande malgrado la voce timida. Come si fa con una bambina che non smette di correre avanti e indietro, si spera che alla fine si stanchi da sola. Con una specie di ingenua irresponsabilit, accumulavo voti alti, e quindi si dava per scontato che, malgrado fossi figlia di un IS, avessi le carte in regola per una universit federale.

Erano strutture enormi; le lezioni erano seguite da migliaia di studenti e molti corsi erano online. Le universit d'lite erano molto pi piccole e accessibili solo a una minoranza; non figuravano online o in qualunque elenco ufficiale, e si diceva fossero ospitate in campus tradizionali come Cambridge, New Haven, Princeton, in distretti riservati. Ma non solo non sapevamo esattamente dove fossero: non conoscevamo nessuno che si fosse laureato l.

Quando in classe alzavo la mano per rispondere alla domanda di qualche insegnante, spesso notavo le occhiate apprensive dei miei compagni, e a volte anche delle mie amiche: E adesso che cosa dir Adriane? Cosa c' che non va in quella testa?

In realt non c'era nulla che non andasse in me. Non l'avrei mai ammesso, ma ero orgogliosa di me stessa. Orgogliosa di essere la figlia di Eric Strohl. Forse ero solo un pochino vanitosa.

L'arresto

Il tono era brusco e impersonale: Strohl, Adriane. Le mani dietro la schiena.

Successe tutto molto in fretta. Durante le prove del discorso.

Cos in fretta che ero troppo sorpresa - troppo spaventata - per poter anche solo pensare di resistere.

Anche se, credo,  quello che feci. Con disperazione infantile cercai di divincolarmi dalla morsa degli agenti, che mi piegarono le braccia dietro la schiena con tanta brutalit che dovetti mordermi il labbro per non gridare.

Che cosa stava succedendo? Non potevo crederci. Mi stavano arrestando.

Ma per quanto sotto shock mi dicevo: Non grider. Non chieder piet.

Avevo i polsi ammanettati. Nel giro di pochi secondi ero diventata prigioniera della Sicurezza Interna.

Avevo appena letto il mio discorso ed ero scesa dal podio dell'auditorium quando vidi il nostro preside, il signor Mackay, puntare il dito verso di me con un'espressione in volto in cui si mescolavano rabbia soffocata, arroganza e anche paura. Come se gli agenti avessero bisogno delle sue indicazioni.

 lei. Adriane Strohl. La sovversiva che cercate.

Perch le parole del signor Mackay sembravano cos sostenute? Aveva l'aria di essere arrabbiato con me, ma ne ignoravo il motivo. Era stato il mio discorso? Ma mi ero limitata a porre delle domande, evitando sia le risposte sia le accuse.

Sapevo di non essere simpatica al signor Mackay - non mi conosceva molto bene, anche se i miei insegnanti dovevano avergli parlato di me. Ma era scioccante vedere tanto odio nel volto di un adulto.

 stata avvisata. Come tutti, del resto. Abbiamo fatto del nostro meglio per educarla da patriota, ma quella ragazza  una provocatrice nata.

Provocatrice! Sapevo il significato della parola, ma nessuno mi aveva mai rivolto tale accusa.

In seguito appresi che il mio mandato di arresto era pronto da qualche tempo - ovviamente. Il signor Mackay e i suoi consiglieri dovevano avere fatto rapporto su di me alla Divisione Disciplinare Giovanile ancora prima del mio discorso - avevano intuito che sarebbe stato sovversivo e che non poteva essere letto durante la cerimonia di consegna dei diplomi. E la borsa di studio Patria e Democrazia doveva essere uno scherzo crudele.

Fu un'agente donna a leggermi il Mandato di Arresto sul palco illuminato dell'auditorium, davanti a tutti. Ero troppo frastornata per capire tutto quello che diceva. Ma mi arrivarono parole come arresto, detenzione, ricollocamento e condanna - e poi Tradimento e Opposizione all'Autorit.

Subito dopo, il signor Mackay convoc un'assemblea di emergenza degli studenti dell'ultimo anno.

I miei compagni, mormorando agitati, presero posto nell'auditorium. Erano trecentoventidue. Nel giro di pochi minuti la notizia del mio arresto si era propagata come un incendio.

Il signor Mackay sal sul podio e con voce grave annunci che Adriane Strohl, ex studentessa dell'anno, era stata arrestata per Tradimento e Opposizione all'Autorit; ai suoi colleghi ora veniva richiesta una mozione di fiducia relativamente a questa misura.

In pratica, tutti gli studenti dell'ultimo anno (tranne la diretta interessata) dovevano votare se confermare l'arresto o manifestare il loro dissenso. La votazione avverr per alzata di mano, annunci il signor Mackay, con voce tremula per la solennit dell'occasione, come richiede una piena ed equa partecipazione democratica.

Nel frattempo ero stata piazzata sul bordo del palco, ammanettata, piena di vergogna e con la faccia rigata dalle lacrime. Come se ai miei compagni fosse necessario ricordare chi fosse l'arrestata Adriane Strohl.

Mi tenevano per le braccia due robusti agenti della Disciplinare Giovanile dipendenti direttamente dalla Sicurezza Interna. Erano un uomo e una donna; indossavano uniformi blu scuro e oltre ai revolver nelle fondine sfoggiavano sfollagente, Taser e spray per autodifesa. I miei compagni li guardavano con tanto d'occhi, al tempo stesso intimiditi ed eccitati. Un arresto! A scuola! Quanto alla votazione per alzata di mano, non era una novit, ma non era mai stata fatta in un'occasione del genere.

Ragazzi e ragazze! Attenzione! Chi  d'accordo che ad Adriane Strohl venga negato l'onore di pronunciare il discorso di fine anno, come conseguenza del fatto di avere commesso Tradimento e di essersi opposta all'Autorit, alzi la mano!

Dopo una breve pausa, alcune mani si alzarono esitanti. Altre ne seguirono.

Di certo fu d'aiuto la presenza dei due agenti della Disciplinare Giovanile che squadravano gli astanti. Presto intere file alzarono la mano. S!

Qua e l c'era chi si contorceva sulla sedia, a disagio. Non avevano ancora votato. Scorsi la mia amica Carla, a quanto pareva anche lei in lacrime. E poi Paige, che sembrava volesse dirmi: Mi spiace, Adriane, ma non ho altra scelta.

Come in un incubo, alla fine un mare di mani si alz contro di me. Se qualcuno non vot, tenendo la mano in grembo, non lo vidi.

Ragazzi e ragazze, penso che abbiamo appena assistito a un impressionante esempio di come funziona una Vera Democrazia. La maggioranza ha sempre ragione - la verit  nei numeri.

La seconda votazione non fu che una replica della prima: Noi, studenti diplomandi della Pennsboro High, confermiamo e supportiamo l'arresto della ex studente dell'anno Adriane Strohl, accusata di Tradimento e di Opposizione all'Autorit. Chi  a favore...

Ma ormai l'arrestata aveva chiuso i suoi occhi pieni di lacrime in preda alla vergogna, al disgusto e alla paura. Non c'era bisogno di assistere un'altra volta alla levata di mani.

Gli agenti mi portarono fuori da un'uscita sul retro, senza badare alle mie proteste per la stretta troppo forte delle manette. E venni buttata in malo modo nel retro di un veicolo della polizia simile a un'autoblindo, che la presenza di spuntoni simili ad aratri suggeriva fosse usato per disperdere manifestazioni di protesta.

Il portello venne chiuso a chiave. E per quanto gridassi, gli agenti seduti dietro una barriera di plexiglas non fecero caso a me, come se non esistessi.

I due agenti potevano essere CE4 e CE5. Era possibile che fossero cittadini SNA nati all'estero e debitamente addestrati, ma cui non era stato concesso di imparare l'inglese.

Qualcuno avviser i miei genitori? pensai. Quand' che mi lasceranno tornare a casa?

E poi, in preda al panico: Vogliono vaporizzarmi?

A sirene spiegate, venni portata in un edificio simile a una fortezza nel centro di Pennsboro, il quartier generale della divisione locale della Sicurezza Interna. Era un edificio dalle finestre murate che si diceva fosse stato un ufficio postale prima della Rifondazione degli USA negli Stati del Nord America e della privatizzazione e della graduale estinzione del servizio postale. (Erano rimasti molti edifici dei vecchi USA, utilizzati per scopi molto diversi. La scuola in cui mia madre aveva fatto le elementari era diventata un Centro di Chirurgia Pediatrica, per esempio; lo studentato in cui mio padre aveva vissuto quando era alla facolt di Medicina, prima di essere classificato IS, adesso era un Centro di Detenzione e Rieducazione Giovanile. L'Ufficio di Comunicazione Mediatica dove lavorava mio fratello Roddy era ospitato in un vecchio edificio di arenaria un tempo sede della Biblioteca Civica di Pennsboro - all'epoca i libri erano oggetti da tenere in mano, e anche da leggere!) Comunque in quel posto pieno di spifferi fui condotta nella stanza interrogatori della Divisione Disciplinare Giovanile, venni fatta sedere su una scomoda sedia su cui erano puntate una lampada accecante e una videocamera, e una serie di persone di cui intravedevo solo la sagoma cominci a farmi delle domande.

Pi volte mi venne chiesto: Chi ti ha scritto questo discorso?

Risposi che non era stato nessuno. Nessuno mi aveva aiutata a scriverlo e avevo fatto tutto da sola.

Sei stata aiutata da tuo padre, Eric Strohl?

Assolutamente no!

Tuo padre ti ha detto cosa scrivere? Ti ha influenzata? Queste domande sono di tuo padre?

No! Erano mie.

Uno dei tuoi genitori ti ha aiutata a scrivere questo discorso? Ti ha influenzato? A chi sono venute in mente queste domande?

A me!

Sono loro ad avere concepito questi pensieri sovversivi?

Ero terrorizzata all'idea che mio padre, o entrambi i miei genitori, venissero arrestati e interrogati in quel posto orrendo. Ero terrorizzata all'idea che la classificazione di mio padre passasse da IS a IR o addirittura a TA (Traditore Attivo), e che potesse fare la stessa fine di zio Tobias.

Il mio discorso di fine anno venne esaminato da chi mi interrogava riga per riga, parola per parola, anche se erano solo due fogli stampati con interlinea doppia e qualche annotazione sui margini. Prelevarono il mio laptop dal mio armadietto ed esaminarono anche quello. E tutto quello che trovarono - zaino, quaderni, cellulari, barrette di cereali, una T-shirt sporca con il logo della scuola, fazzoletti di carta appallottolati - venne confiscato.

Quelli che mi facevano le domande erano bruschi e impersonali come macchine. Avresti pensato che fossero robot, finch non ne intravedevi uno che batteva le palpebre, deglutiva, mi lanciava un'occhiata di piet o di disgusto, o si grattava il naso.

(Ma ci non escludeva che lo fossero, avrebbe detto pap. I pi recenti hardware di intelligenza artificiale erano programmati per riprodurre ogni sorta di tic umano.)

A volte un inquisitore cambiava posizione e per un secondo vedevo chiaramente la sua faccia - e la cosa scioccante era che fosse cos banale, la faccia di qualcuno che potevi vedere sull'autobus, o di un vicino di casa.

Avevo calcolato che il mio discorso non durasse pi di otto minuti. Era la tradizione della nostra scuola: discorsi di fine anno brevi, e presentazioni dello studente dell'anno ancora pi brevi. La mia insegnante di inglese, la signora Dewson, aveva ricevuto l'incarico di consigliarmi, ma non le avevo mostrato quello che stavo scrivendo. (Non lo avevo mostrato n a pap, n a mamma, n alle mie amiche: volevo sorprendere tutti.) Dopo una mezza dozzina di abbozzi che non andavano da nessuna parte ero disperata, quando ebbi la brillante idea di fare dodici domande, quelle che avrebbero potuto fare i miei compagni se ne avessero avuto il coraggio (alcune le avevo gi rivolte ai miei insegnanti, senza ricevere risposte soddisfacenti). Tipo: Che cosa c'era prima dell'inizio del Tempo?

Oppure: Che cosa c'era prima dei Grandi Attacchi Terroristici dell'11 settembre?

Il calendario dei nuovi SNAR inizia dalla data degli Attacchi, ossia prima della mia nascita ma non di quella dei miei genitori, che quindi potevano ricordare un'epoca pre-SNA in cui il calendario era diverso - gli anni erano di quattro cifre e non di due! (Secondo il vecchio calendario, oggi illegale, mio padre e mia madre erano nati in quello che si chiamava ventesimo secolo. Era contro la legge calcolare una data di nascita secondo il vecchio calendario, ma pap mi aveva detto che ero nata in quello che prima della riforma sarebbe stato chiamato il ventunesimo secolo.)

SNAR - Stati del Nord America Rifondati -  la denominazione pi formale degli SNA, che cominciarono a esistere qualche anno dopo i Grandi Attacchi Terroristici e, come ci insegnavano, ne furono la diretta conseguenza.

In seguito agli Attacchi vi fu la cosiddetta Parentesi di Indecisione, durante la quale il mantenimento dei diritti civili si contrappose alla necessit della Vigilanza Patriottica Durante la Guerra Contro il Terrore - con la vittoria, dopo la sospensione di Costituzione e Carta dei Diritti, della VPDGCT. (Mi rendo conto che pu sembrare complicato e che arrivati alla fine di una frase del genere si rischia di avere dimenticato l'inizio.)

 strano pensare che c'era un'epoca in cui le regioni oggi note come Messico (Rifondato) e Canada (Rifondato) erano entit politiche separate dagli SNAR. Su una cartina geografica appare chiaro, per esempio, che il grande Stato dell'Alaska dovesse essere connesso alla madre patria e non separato da ci che una volta si chiamava Canada. Ma anche questo era difficile da capire e non ci era stato spiegato chiaramente dai nostri insegnanti di Storia della Democrazia Patriottica, forse perch neanche loro erano a conoscenza dei fatti.

Mio padre mi aveva detto che tutti i vecchi libri di storia, non aggiornati e pertanto non patriottici, erano stati distrutti. Erano andati a scovarli negli angoli pi remoti - dimenticate biblioteche rurali del Nord Dakota, depositi sotterranei di grandi biblioteche universitarie, microfilm di quella che una volta era la Library of Congress. Le informazioni non aggiornate e non patriottiche erano state cancellate da tutti i computer e dalle memorie a cui si era potuto accedere - le uniche informazioni disponibili erano relative alla storia rifondata, cos come era ammesso solo il calendario rifondato.

Era logico, secondo quanto ci insegnavano. Era privo di senso imparare cose inutili, che avrebbero solo ingombrato il nostro cervello come spazzatura che trabocca da un bidone.

Eppure ci doveva essere stato un tempo prima di questo tempo, prima della Rifondazione e prima degli Attacchi. Ecco ci che chiedevo. La Storia della Democrazia Patriottica - che studiavamo fin dalla quinta elementare: un nocciolo immutabile di Princpi Fondatori cui si aggiungevano informazioni sempre pi dettagliate - trattava solo gli eventi successivi agli Attacchi, in particolare le relazioni degli SNA con i suoi numerosi Nemici Terroristi in altre parti del mondo, e i trionfi degli SNA in innumerevoli guerre. Guerre che adesso venivano combattute a distanza e in genere non coinvolgevano soldati in carne e ossa; usavano missili telecomandati e bombe che si diceva fossero nucleari, chimiche e batteriologiche. Durante l'ultimo anno delle superiori eravamo tenuti a seguire un corso sulle Guerre per la Libert, che trattava di conflitti del passato come la guerra di secessione, la guerra ispano-americana, la prima guerra mondiale, la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea, la guerra del Vietnam e le pi recenti guerre dell'Afghanistan e dell'Iraq - tutte vinte dal nostro Paese. Non ci era per richiesto di imparare le date o le cause di queste guerre, ma solo di memorizzare lunghi elenchi con i luoghi delle battaglie e i nomi di generali, leader politici e presidenti. Dei motivi non si parlava mai, e per questo avevo posto la domanda sia in classe sia nel mio discorso. Non mi era venuto in mente che questo fosse sinonimo di Tradimento o che facessi Opposizione all'Autorit.

Le voci inquisitrici tentarono un nuovo approccio. Era forse stato uno dei miei insegnanti a scrivermi il discorso? Ero stata influenzata da uno di loro?

Ammetto che l'idea mi attravers la testa. Il signor Mackay! Potrei dare la colpa a lui, cos verrebbe arrestato...

Ma non avrei mai fatto una cosa del genere. Anche se mi odiava, anche se mi aveva fatto arrestare per Tradimento, non potevo mentire su di lui.

Dopo due ore di interrogatorio fu stabilito che ero un soggetto non cooperante. Gli agenti della DG mi portarono in manette a un altro piano della Sicurezza Interna, che aveva l'aspetto inquietante di una clinica; qui venni legata a una barella e introdotta in una macchina cilindrica che ronzava e sferragliava a un centimetro dalla mia faccia; dovetti chiudere gli occhi per controllare il panico. Le voci di chi mi interrogava, filtrate dalla macchina, erano distorte e disumane. Era qualcosa di cui finora avevo solo sentito parlare: uno SC (Scanner Cerebrale) in grado di appurare se stessi dicendo la verit.

 stato tuo padre - o un altro adulto - a scrivere il tuo discorso?

Sei stata influenzata da tuo padre - o da un altro adulto?

Tuo padre - o un altro adulto - ti hanno instillato pensieri sediziosi?

Dalle mie labbra secche uscivano solo monosillabi: No! No! No!

Le domande ricominciarono da capo. Come se non avessero sentito le mie risposte.

Tuo padre Eric Strohl ci ha appena confessato di averti influenzata.  ora che lo faccia anche tu. Racconta in che modo  avvenuto.

Dev'essere un bluff, pensai. Balbettai: In nessun modo. Pap non ha fatto niente.

Tua madre Madeleine Strohl ce l'ha appena confessato, continu la voce in modo ancora pi perentorio. Lei e tuo padre ti hanno influenzato. In che modo l'hanno fatto?

Non  vero! singhiozzai. Non mi hanno influenzata!

(Ovviamente non era vero. Com' possibile che i genitori non influenzino i loro figli? Mi avevano influenzata da quando ero nata - non tanto con i loro discorsi quanto con le loro personalit. Erano genitori amorevoli, che a me e Roddy avevano insegnato: Dentro di noi c' un'anima. Dentro di noi c' il libero arbitrio. Se lo Stato  senza anima e non vedete traccia di libero arbitrio, fidatevi di ci che avete dentro, non di ci che sta fuori. Fidatevi della vostra anima, non dello Stato. Ma non avrei messo nei guai i miei genitori ripetendo queste parole di sfida.)

Durante l'interrogatorio, a un certo punto dovetti svenire, dato che venni svegliata da rumori assordanti, in uno stato di panico. Si trattava di un tipo di tortura? Rumori in grado di perforare i timpani? Di farti impazzire? A tutti noi era giunta voce di questi interrogatori, anche se nessuno ne parlava apertamente. Roddy tornava a casa dal lavoro tutto eccitato e cominciava a parlare di certe nuove tecniche che la Sicurezza Interna stava sperimentando sui primati, finch mamma si tappava le orecchie e lo pregava di smetterla.

I rumori assordanti cessarono di colpo. L'interrogatorio riprese. Ma presto venne deciso che ero troppo agitata - le mie onde cerebrali erano troppo mosse - per capire se stessi mentendo, cos fui estratta dallo scanner e mi venne fatta un'iniezione endovenosa. Un potente siero della verit. Dopo di che ripresero le solite domande, cui diedi le stesse risposte. Per quanto stremata e demoralizzata, non avrei mai detto agli inquisitori quello che volevano sentire: che mio padre, o magari entrambi i miei genitori, mi avevano spinto alla Sedizione.

O qualunque mio insegnante. Non avrei inguaiato neanche il signor Mackay.

Adesso mi avevano legata a una sedia tozza e robusta. Una specie di sedia elettrica, di fatto, che mi somministrava scariche lancinanti come coltellate. Continuavo a piangere, e persi il controllo della vescica.

L'interrogatorio andava avanti. Sempre le stesse domande, sempre le solite risposte. Ogni tanto una variante per prendermi alla sprovvista.

Chi ha scritto il tuo discorso? Chi ti ha influenzata? Chi sono i tuoi complici?

 stato tuo fratello Roddy a denunciarti. Ti ha accusata di diffondere la Sedizione e di opporti all'Autorit.

Il mio pianto si fece ancora pi forte. Avevo perso ogni speranza. Di tutte le cose di cui gli inquisitori volevano convincermi, questa era l'unica che mi sembrava possibile. Che Roddy mi avesse denunciata non sarebbe stato molto sorprendente.

Mi ricordai quando aveva saputo la bella notizia e mi aveva stretto la mano, rivolgendomi il suo solito sorrisetto.

Congratulazioni, Addie!

Misure disciplinari

La mattina dopo mi prelevarono dalla mia cella e mi condussero nella solita stanza interrogatori.

In pratica dovettero trascinarmi. Ero ammanettata ai polsi e alle caviglie, ero priva di forze e scarsamente cosciente.

Speravo che avessero chiamato i miei genitori per riportarmi a casa. Ero pronta ad accettare qualunque cosa: di non poter partecipare alla cerimonia di fine anno, di non potere diplomarmi. Avrei accettato addirittura di essere mandata in un centro di Riabilitazione Giovanile, come si diceva fosse successo ai ragazzi della Pennsboro High che erano stati arrestati dalla DG. Volevo solo vedere i miei genitori e buttarmi tra le loro braccia.

Alcuni mesi prima avevo festeggiato con loro il mio diciassettesimo compleanno. Ma la felicit che avevo provato sembrava adesso appartenere a un'epoca remota e infantile. E se allora non mi ero sentita una diciassettenne, adesso non mi sentivo nemmeno una teenager, bisognosa com'ero dei miei genitori.

Ovviamente non c'erano. Con ogni probabilit non sapevano neanche che cosa mi era successo. E io non osavo chiedere loro notizie.

Invece mi venne comunicato che nel pomeriggio della giornata precedente numerosi altri studenti erano stati arrestati in un'azione coordinata. Dopo un periodo relativamente tranquillo, la DG aveva deciso di dare un giro di vite ai potenziali sovversivi.

Si trattava di altri studenti dell'ultimo anno che frequentavano scuole della zona. Anche nel loro caso, erano stati i presidi a fare i nomi. Da cui una nuova sfilza di domande: avevo agito di concerto con loro? Avevo ordito una cospirazione al loro fianco?

Mi lessero i nomi: non ne conoscevo nessuno.

I volti apparvero su tre schermi sopra la mia testa: mai visti in vita mia.

Sotto lampade accecanti, una telecamera venne puntata verso di me. Ne dedussi che la mia faccia terrorizzata fosse trasmessa nelle stanze dove venivano interrogati gli altri studenti.

E ancora le stesse domande: avevo agito di concerto con qualcuno di loro? Avevo ordito una cospirazione al loro fianco?

La mia unica riposta non poteva essere che no.

Un no debole e disperato.

CHEN, MICHAEL era un ragazzo asioamericano che sembrava molto piccolo; aveva lunghi capelli lisci e neri, e gli si leggeva il terrore negli occhi spalancati. Frequentava la Roebuck e anche lui avrebbe dovuto pronunciare il discorso di fine anno. Probabilmente era un CE3 e si capiva subito che era uno sveglio.

PADURA, LAUREN era una ragazza robusta con un volto dai lineamenti marcati. Doveva avere appena pianto e probabilmente era una CE2. Cercava di stare con la schiena dritta, anche se aveva polsi e caviglie ammanettate. Andava alla East Lawrence. Si capiva subito che era una che pensava con la sua testa e probabilmente poneva agli insegnanti le stesse domande che facevo io.

ZOLL, JOSEPH JAY era un lungagnone con i capelli biondo scuro, la pelle butterata, spessi occhiali, un'ombra di baffi. Un CE1, come me. Era stato nominato studente dell'anno alla Rumsfeld e sembrava uno smanettone. Si capiva subito che era il tipico ragazzo che era prezioso avere come amico: disponibile e paziente, oltre che un mago del computer.

Tutti e quattro, sugli schermi dei monitor, non sembravamo al meglio della forma. Avevamo gli occhi arrossati. Le bocche tremanti. Qualunque cosa avessimo fatto, parevamo esserne pentiti. Non sembravamo innocenti. Ma non sembravamo neanche studenti delle superiori - sembravamo molto pi giovani. Solo dei ragazzini. Ragazzini spaventati che avevano bisogno del pap e della mamma. Ragazzini che non avevano idea di che cosa gli stesse succedendo.

Un pensiero raggelante: e se uno di quei tre avesse confessato di agire di concerto con noi altri? Saremmo stati tutti condannati a morte?

Una voce ci inform in tono perentorio che avevamo trenta secondi di tempo per formulare le nostre confessioni. Se alla fine di questi trenta secondi nessuno avesse confessato, uno di noi sarebbe stato opportunamente disciplinato con l'intervento di un drone antisedizione davanti alla videocamera.

Eravamo terrorizzati. Paralizzati. E rimanemmo in silenzio.

CHEN, MICHAEL apr la bocca e fece per parlare, ma non disse niente.

Lacrime rigavano il volto di PADURA, LAUREN, ma nessuna parola usc dalla sua bocca.

Poi sentii me stessa supplicare con voce tremante che non avevamo agito di concerto, che non ci eravamo mai visti prima, che non conoscevamo neanche i nostri nomi...

Con tono indifferente la voce proseguiva il conteggio: undici, sedici, ventuno... ventisette, ventotto...

Il mio cuore batteva con tale violenza che mi sembrava stesse per esplodere. I miei occhi passavano da uno schermo all'altro; vedevo i miei coetanei tremare, contorcersi sulle sedie, socchiudere le palpebre senza riuscire a chiudere gli occhi completamente.

Su uno degli schermi ci fu un lampo accecante. Il ragazzo con i baffetti - ZOLL, JOSEPH JAY - fu scaraventato di lato da un raggio laser che gli trapass il cranio, simile a fuoco liquido. E in meno di tre secondi gli fuse la testa, il busto e la met inferiore del corpo.

Ci che rimaneva di ZOLL, JOSEPH JAY cadde a terra sfrigolando, e in un attimo spar anch'esso. Intravidi gli altri ragazzi che guardavano inorriditi i monitor, prima che gli schermi si oscurassero e riprendesse il rombo assordante.

Quando ripresi i sensi, qualcuno mi stava alzando dalla sedia. Ma ero ancora cos sconvolta che non osavo aprire gli occhi.

L'Esilio: la Zona 9

Adriane, sono la tua tutor della Disciplinare Giovanile.

Poteva avere l'et di mamma, e aveva una faccia cos luccicante che quasi non riuscivo a guardarla. O forse i miei occhi erano diventati ipersensibili dopo gli interrogatori del giorno prima sotto quelle lampade accecanti.

Si chiamava S. Platz. I suoi modi erano rilassati, quasi stessimo parlando del pi e del meno.

Cerca di alzare la testa e di guardarmi, cara. Come se non avessi niente da nascondere. Come saprai, siamo monitorati e registrati.

Ero cos terrorizzata e disperata che S. Platz sembrava venire da un altro pianeta. L per l ero sicura che fosse un'altra torturatrice. Ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo ZOLL, JOSEPH JAY abbattuto come un animale - o come un nemico in un videogame.

E pensavo che non avrei mai dimenticato quella visione orrenda.

Per rispetto della vittima.

Al contrario degli altri inquisitori, S. Platz non continuava a farmi le stesse domande e non parlava in tono perentorio e impersonale.

Chiese a uno degli agenti in uniforme di liberarmi polsi e caviglie. Mi domand se mi facessero male, se fossi stanca, se avessi voglia di dormire senza interruzioni in un letto vero, per rimettermi in sesto.

Con un filo di voce risposi di s.

(Chiedendomi per altro se dormire senza interruzioni potesse essere qualcosa di terribile.) Ma S. Platz sembrava una persona cos gentile! Ero talmente grata per la sua compassione che le lacrime ripresero a sgorgare dai miei occhi.

S, grazie. Avrei tanto bisogno di dormire...

Ho buone notizie, Adriane. La Divisione Disciplinare Giovanile ha deciso che per la tua violazione dello statuto federale sarai condannata... all'Esilio.

L'Esilio! Ovviamente ne avevo sentito parlare. Questa misura disciplinare spesso veniva confusa con la Cancellazione dato che, per quanto ne sapesse chiunque - compresi i famigliari -, l'Individuo Esiliato, molto semplicemente, scompariva.

Si diceva che fosse ancora in fase sperimentale e quindi molto pericolosa. Gli IE venivano teletrasportati - ogni molecola del loro corpo si dissolveva per essere ricostituita altrove. (Dove? Quelli che gli IE si lasciavano alle spalle non lo sapevano. In una colonia su un altro pianeta, sostenevano le voci pi diffuse, almeno secondo Roddy. Ma quale pianeta? Se era stato colonizzato dal Governo, i comuni cittadini non ne sapevano niente.) Ma spesso il teletrasporto falliva, e le persone potevano subire menomazioni, essere uccise o, a tutti gli effetti, vaporizzate - e nessuno le rivedeva pi.

Solo quando un IE riappariva anni dopo, avendo scontato la condanna, si poteva dedurre che per tutto quel tempo era stato vivo, in qualche localit remota. In genere gli IE venivano lasciati vivi, ma dovevano sottoporsi a un processo di Rieducazione e di Riconfigurazione.

L'Esilio era considerato una misura disciplinare umana, tollerante, adatta alle persone pi giovani che non avevano - ancora - commesso i crimini pi gravi.

Durante le lezioni di Educazione Civica Patriottica ci veniva detto che gli Individui Rieducati e Riconfigurati, dopo avere scontato l'Esilio ed essere tornati in mezzo a noi, spesso si rivelavano cittadini e patrioti emeriti; molti raggiungevano posizioni di spicco alla Vigilanza Pubblica della Sicurezza Interna e alla Vigilanza Epidemie; uno di loro era riuscito addirittura a diventare assistente del direttore dell'Ufficio Federale degli Inquisitori.

Correva voce che lo stesso presidente fosse un ex IE - un ex traditore geniale, adesso totalmente convertito alla causa degli SNA e della loro tradizione democratica.

Il tuo caso  stato giudicato attentamente, Adriane, mi stava dicendo S. Platz, dopo che numerosi tuoi insegnanti hanno chiesto clemenza. Hanno dichiarato che sei ingenua', molto giovane', di natura non sovversiva' e non estremista' e che, una volta separata dal tuo padre IS e posta nelle condizioni di affrontare un percorso di rieducazione, potresti diventare un elemento prezioso della nostra societ. Per questo ti trasferiremo nella Zona 9. L, per quattro anni frequenterai un'eccellente universit che ti former per una professione socialmente utile. Ti raccomandiamo fin d'ora l'insegnamento. Ma se hai voti alti nelle materie scientifiche, puoi fare domanda per medicina. La Zona 9  meno urbanizzata delle nostre zone orientali, e meno rurale della maggior parte del Midwest e delle zone settentrionali. Non la troverai su nessuna cartina degli SNA -  una zona che esiste solo attraverso un accesso riservato, dato che oggi le cose sono molto diverse in quello che all'epoca della Zona 9 era noto come Wisconsin'. Vedendomi confusa e spaventata, S. Platz aggiunse: Non ti devi preoccupare di niente, Adriane. Semplicemente verrai trasportata nell'universit della Zona 9, dove sarai una matricola. Ti verr conferita una nuova identit abbreviata. Come adesso, avrai diciassette anni, ma ti chiamerai Mary Ellen Enright'. Se necessario, quando tornerai tra noi la tua formazione potr essere aggiornata. Tutto quello che devi sapere  spiegato nelle Istruzioni che ti sto per dare.

Anche se S. Platz si esprimeva chiaramente, facevo fatica a capire. E la cosa che pi mi premeva era chiedere: Posso rivedere i miei genitori? Una sola volta, prima che venga mandata altrove...

S. Platz mi porse un foglio che sembrava essere stato immerso nell'amido. Quando iniziai a leggerlo, i miei occhi si riempirono di lacrime e mi si annebbi la vista.

Quindi non c' bisogno che tu mi chieda nulla.  tutto chiaro?

S. Platz mi sorrise.

A quel punto mi accorsi che gli occhi color acciaio della tutor non sorridevano. Mi stavano fissando e valutando.

Di colpo mi resi conto che, se non avessi reagito nel modo giusto, sarei stata vaporizzata all'istante. Quella donna ne aveva il potere.

Sforzandomi di sorridere, mormorai un grazie.

E S. Platz non disse nulla sui miei genitori. O sulla vita che mi stavo lasciando alle spalle, e in cui sarei stata considerata perduta.

II. La Zona 9. Il Paese Felice

Era una ragazza strana. All'inizio non ci piaceva.

Non ci sorrideva mai. La sua faccia sembrava una maschera. Pregava in ginocchio - l'avevamo vista. Ogni notte piangeva fino ad addormentarsi. Come noi, solo peggio.

Il primo semestre alla Wainscotia, tutte noi avevamo nostalgia di casa. Quanto ci mancavano i nostri genitori e le nostre famiglie. Ma la tristezza di questa ragazza era diversa dalla nostra - era come se avesse il cuore spezzato. Ed era impossibile consolarla. Non era normale.

Eravamo ragazze cristiane, perlopi protestanti. La domenica andavamo in chiesa. (Lei no.) Avevamo molta fiducia nella preghiera.

Credevamo nell'aiuto reciproco. Sapevamo che si poteva sorridere tra le lacrime. Piangevi, e poi ridevi - magari aprendo una scatola di brownie che ti aveva mandato mamma, da dividere con le compagne di stanza o con chiunque entrasse.

Piangevi, ti asciugavi le lacrime, e tornavi a essere te stessa.

Lei invece era quella che snobbava i brownie delle nostre madri, andava sempre da sola a lezione e molto di rado si sedeva con noi in mensa. Era andata da sola all'orientamento per le matricole, e poi si era defilata. All'Acrady Cottage era l'unica ragazza che non partecipava alla Canzone del Vespro.

Probabilmente era l'unica che sosteneva di avere perso il suo berretto da matricola verde e rosso. Quando i ragazzi pi grandi le intimavano di farli passare per primi, lei volgeva lo sguardo verso di loro come se fossero invisibili e continuava a camminare, curva e rigida come una sonnambula che era meglio non svegliare.

L'avevamo soprannominata la ragazza senza nome. Perch se la chiamavi amichevolmente - Ciao, Mary Ellen! - sembrava non sentirti, anche se poi affrettava il passo.

Sapevamo poco di lei. Ma sapevamo che aveva una borsa di studio, come noi.

All'Acrady Cottage stavano le matricole con borsa di studio; la maggior parte di noi non avrebbero potuto frequentare la Wainscotia State University senza un aiuto finanziario e senza fare lavori part-time al campus.

(Mary Ellen lavorava part-time alla biblioteca della facolt di Geologia.)

Le ragazze come noi erano molto risparmiose. Di solito studiavamo su libri usati, spesso malconci.

Indossavamo vestiti di seconda mano o cuciti da madri e nonne - se non da noi stesse.

Un buon numero di noi era iscritto alla 4-H. All'Acrady Cottage c'erano tre vincitrici del Nastro Azzurro per lo Stato del Wisconsin.

Il nostro cottage non era un edificio in pietre coperto d'edera come quelli che si vedevano nel campus. Era una semplice casa con le assi di legno scolorite dalle intemperie, dove stavano le matricole che non potevano permettersi di stare altrove.

Ma era un posto speciale!

Alla Canzone del Vespro ci facevamo valere, anche se eravamo solo ventidue.

Ventidue ragazze compresa Mary Ellen - la ragazza che se ne stava isolata come se fosse in quarantena.

La prima settimana alla Wainscotia avevamo tutte nostalgia di casa. Ma cercavamo di tenerci su e di fare amicizia.

Tranne lei, Mary Ellen Enright.

Si era scelta il letto nell'angolo pi distante. E la scrivania era attaccata direttamente alla parete, nascondendo in parte il letto. Non aveva neanche una finestra.

Era come se cercasse di farsi piccola. E quando cercava di sorridere - che strano sorriso, il suo -, lo faceva solo con le labbra e non con gli occhi.

E poi, quando pensava che fossimo addormentate e non la vedessimo, eccola l in ginocchio, a pregare. E a piangere finch non si addormentava.

Sembrava una che avesse affrontato un lungo viaggio e non si fosse ancora ripresa.

 una straniera? ci chiedevamo.

Ma straniera di dove?

Anche il suo modo di parlare era strano. Se la bloccavi in un angolo e le chiedevi come stava, costringendola a risponderti, farfugliava una risposta quasi incomprensibile. Riconoscevamo suoni e cadenze della lingua inglese, ma potevamo solo immaginare quello che volesse dire effettivamente.

Parlava sempre in fretta, nervosamente! Tutto il contrario di noi.

Ovviamente tutte noi venivamo dal Midwest. La maggior parte dal Wisconsin. Di Mary Ellen si diceva che venisse da uno Stato orientale. A quanto pare l le persone parlavano pi velocemente.

La nostra parte degli Stati Uniti - il Midwest! - di solito  nota come il Paese Felice. E la Wainscotia era un'universit molto speciale nel cuore del Paese Felice.

Di questa Mary Ellen ci chiedevamo:  cristiana?

E se fosse... ebrea?

Non avevamo mai incontrato un ebreo prima di andare alla Wainscotia. L ce n'era qualcuno - professori, a quanto pareva, ma anche studenti.

C'era anche una confraternita degli studenti ebrei, e una delle studentesse ebree. Cos potevano stare tra di loro. Per noi era molto sorprendente.

Sapevamo che nelle grandi citt del Wisconsin, come Milwaukee e Madison, c'erano degli ebrei. Ma noi venivamo quasi tutte dalla parte settentrionale dello Stato, o dalla campagna. Il nostro sangue era tedesco, scandinavo, scozzese, irlandese; oltre che inglese, ovviamente.

Inoltre Mary Ellen non era come noi. Era difficile da spiegare, ma lo pensavamo tutte. I suoi capelli biondo scuro erano ispidi, come se non li pettinasse o li spazzolasse come si deve. Sembrava anche che li lavasse poco, figuriamoci se si faceva la piega o se li arricciava. Capelli che avevano urgente bisogno di un parrucchiere. E mai una volta che andasse a letto con mollette o bigodini.

Non faceva niente per quei capelli. Non sembrava neanche sapere che cosa fossero i bigodini!

(Sembrava che non sapesse nemmeno che per fare una telefonata bisogna infilare il dito nel disco selettore. All'Acrady Cottage era l'unica che non si precipitava verso il telefono quando suonava. Per cui ci chiedevamo se la sua famiglia avesse un telefono.)

(E poi non fumava. Il fumo delle nostre sigarette la faceva immancabilmente tossire - e tossire fino alle lacrime! -, anche se non si lamentava mai, come farebbe un non fumatore. Capivi che stava male, ma capivi anche che ci doveva essere abituata.)

Avrebbe potuto essere carina - pi o meno -, solo che non si metteva mai il rossetto. I ragazzi le passavano accanto senza notarla, faceva cos poco per attirare il loro sguardo. (Mentre tutte noi ci mettevamo il rossetto - e molto rosso!) Non si curava neanche le sopracciglia, che  il minimo che possa fare una ragazza per rendersi attraente.

Sembrava fosse convalescente. Una malattia che l'aveva fatta diventare pelle e ossa, con una pelle cinerea e ruvida che sembrava carta vetrata. Aveva due begli occhi marrone scuro color cioccolato fondente, e lunghe ciglia, ma li teneva sempre socchiusi, come se la luce fosse sempre troppo forte. E non ti guardava mai negli occhi, come se si sentisse colpevole di qualcosa.

Oltre a non fumare, non mangiava patatine, ciambelle con la glassa, Dixi al formaggio, M&M's e nemmeno le arachidi, che noi divoravamo mentre studiavamo e ci lasciavano le dita unte e salate. Non mangiava carne difficile da masticare tipo manzo e maiale, e a volte neanche il pollo. Solo pesce lesso.

Ecco perch era cos magra. Piatta come un'asse e senza fianchi come un ragazzo, non doveva strizzarsi nei corsetti al pari di tutte noi.

Anzi, sembrava non sapere nemmeno cosa fosse un corsetto. Quando vide Trishie vestirsi per andare a una festa, la fiss come se non avesse mai visto nulla di tanto spaventoso!

Le ragazze dell'Acrady Cottage studiavano sodo. Stavamo ore e ore sedute alle nostre scrivanie. Se non mantenevamo una media alta, perdevamo la borsa di studio. Ma Mary Ellen era ancora pi secchiona di noi - per quello che ne sapevamo, non faceva praticamente altro che studiare e lavorare da bibliotecaria!

Seduta alla sua scrivania, dandoci le spalle, sembrava fin troppo concentrata sui libri, immobile come un manichino ma con una tensione nel collo e nelle spalle.

Come se trattenesse un grido, o un singhiozzo.

Eppure rimaneva alla sua scrivania, nell'alone di luce che emanava dalla sua lampada pieghevole, finch non crollava o qualcuna le diceva di spegnere.

(All'inizio nessuna le diceva nulla. Non era un problema dormire con un'unica lampada accesa nella stanza. Ma col passare del tempo cominciammo a essere meno pazienti con la nostra compagna disadattata, ci lamentammo, e Mary Ellen inizi a trasferirsi con i suoi libri nella stanza-studio al piano di sotto, dove non disturbava nessuna e nessuna la disturbava. A volte dormiva l, su un divano. E cos non dovevamo sentire i suoi singhiozzi.)

Era difficile dire che cosa non andasse in Mary Ellen. Da come ci fissava e poi distoglieva lo sguardo - come se avesse visto qualcosa di terrificante - sembrava che quelle strane fossimo noi.

In fondo speravamo che mollasse. O che venisse trasferita. Una cosa crudele da parte nostra, e non molto cristiana - non eravamo molto fiere di questi pensieri. Ma eravamo ragazze che si erano diplomate alle superiori solo pochi mesi prima e forse Mary Ellen ci spaventava. Prossima a un crollo fisico e mentale come quello che anche a noi capitava di provare, per la prima volta lontane da casa in un campus che ospitava 9400 studenti.

Alla Wainscotia un certo numero di matricole mollava nelle prime settimane del primo semestre. Si sentiva parlare di ragazze - ma non erano le sole - che avevano avuto un esaurimento, non riuscivano a dormire, non facevano che piangere, si sentivano perdute.

Ma Mary Ellen sembrava decisa a non essere una di loro. Era molto fragile e ci sembrava (o almeno c'era chi lo pensava) sull'orlo di un tracollo nervoso, ma aveva una determinazione pazzesca - come uno storpio che sembra non sapere di essere storpio, o un balbuziente che parla come se non lo fosse.

Un'altra stranezza: Mary Ellen Enright era l'unica ragazza dell'Acrady Cottage a non ricevere posta.

Cosa ancora pi strana: Mary Ellen Enright non sembrava neanche aspettarne, dato che non rivolgeva mai uno sguardo alla sua cassetta quando ci passava davanti.

Chiedemmo alla nostra tutor, la signorina Steadman, che cosa potessimo fare per far sentire Mary Ellen meno sola. Ci sugger che per il momento era meglio lasciarla tranquilla, dato che aveva fatto un lungo viaggio - non sapevamo se da New York, dal New Jersey o dal Massachusetts - e che soffriva di nostalgia di casa pi di noi: noi che il fine settimana potevamo prendere un pullman e rivedere le nostre famiglie.

Per caso Mary Ellen  ebrea? le chiedemmo.

Penso di no, rispose la signorina Steadman. Il cognome Enright non  ebreo.

Ma  come se... venisse da qualche altra parte. Come se non fosse nemmeno... americana.

La signorina Steadman corrug la fronte. Evidentemente non aveva gradito questa osservazione.

L'unica cosa che ci disse fu che Mary Ellen Enright era l'unica studentessa dell'Acrady Cottage di cui non le era stata fornita tutta la documentazione, per quanto fosse la nostra tutor. L'ufficio della presidenza per le studentesse le aveva fatto avere solo una scheda molto breve, in parte cancellata con inchiostro nero.

Hilda McIntosh ci raccont del pomeriggio in cui, a una settimana dall'inizio delle lezioni, era salita al terzo piano e aveva trovato la sua compagna di stanza Mary Ellen Enright intenta a contemplare la sua macchina da scrivere.

Era la sua Remington portatile, di cui era particolarmente fiera. All'Acrady Cottage non tutte avevano una macchina da scrivere, e chi non l'aveva era invidiosa di Hilda.

Ma, secondo lei, nello sguardo di Mary Ellen non c'era alcuna traccia di invidia. Era come se non avesse mai visto prima una macchina da scrivere! Quasi fosse una nuova invenzione.

Cos Hilda le disse, con voce sommessa per non spaventarla (anche se Mary Ellen sobbalz lo stesso, sbattendo le palpebre): Se vuoi puoi provarla, Mary Ellen. Aspetta che ti do un foglio.

Hilda inser un foglio nella macchina da scrivere e mostr a Mary Ellen come procedere, battendo una serie tasti in rapida successione.

L'altra la guard come se non capisse.

Non  difficile. Ovviamente devi memorizzare le lettere sulla tastiera, ma  solo questione di pratica. L'ho imparato alle superiori.

Mary Ellen sfior uno dei tasti, come se non avesse la forza per premerlo.

Non f-funziona, disse con un filo di voce.

Hilda scoppi a ridere. Certo che funziona!

Mary Ellen esamin il retro della macchina da scrivere, come se cercasse qualcosa che mancava.

Ma non  attaccata alla... disse.

Hilda scoppi a ridere. Sembrava di insegnare a un parente campagnolo come si usa il gabinetto. Che buffo!

Guarda, le disse Hilda.

Si sedette alla scrivania e scrisse, con la rapidit di una mitragliatrice:

23 SETTEMBRE 1959

ACRADY COTTAGE

WAINSCOTIA STATE UNIVERSITY

WAINSCOTIA FALLS, WISCONSIN

USA

UNIVERSO

Mary Ellen osserv ammutolita questo numero di magia - i tasti che volavano, le lettere impresse sul foglio che diventavano parole. Come se le si fosse chiusa la gola. O come se il rumore sferragliante l'avesse spaventata. O come se Hilda avesse scritto qualcosa di sconvolgente - anche se lei non riusciva a immaginare cosa.

Hilda incoraggi Mary Ellen a fare un altro tentativo, ma lei si ritrasse, come se avesse gi visto abbastanza. E d'un tratto rote gli occhi all'indietro, perse quel poco di colorito che aveva e croll sul pavimento, svenuta.

La macchina da scrivere

Mary Ellen?

Una di loro mi stava parlando. Era alle mie spalle.

Ero molto spaventata. Sapevo che erano informatrici come mio fratello Roddy - ovviamente. Ma non capivo come mi stessi comportando: se come una che aveva da nascondere qualcosa, o in modo appropriato alle circostanze e al mio status di IE.

La ragazza era quella che si chiamava Hilda McIntosh. Aveva una faccia tonda e un sorriso molto amichevole. Aveva i capelli castani tagliati alla paggetto. Non riuscivo a guardarla in viso, e tanto meno negli occhi, temendo ci che avrei potuto vedere.

Lo sguardo vuoto. L'iride grande come un seme.

Le domande mi si affollarono in testa. Hilda McIntosh era un'informatrice? Sapeva chi era in realt Mary Ellen Enright? Mi aveva seguita?

Capitava spesso, qui nella Zona 9, che qualcuno mi seguisse. Ma agivano in modo cos esperto che non sapevo mai se lo facessero apposta o per caso.

Ero dovuta scappare dall'aula vicino alla cappella. Mi sembrava che tutta quella gente (avevo contato ventisei studenti seduti tra gli stretti scranni) mi risucchiasse l'ossigeno dai polmoni mentre dal podio il professore continuava a impartire dei rudimenti di logica. Se qualche Y  X, e X  M, che rapporto c' tra M e Y?

Evitai di attraversare il prato. Quella pericolosa distesa priva di ripari. Camminavo come un animale selvatico ferito, stando attaccata ai muri per non attirare l'attenzione.

Senza osare alzare gli occhi per controllare chi mi stesse vedendo.

L'IE sar continuamente e costantemente monitorato nel corso del suo Esilio.

La violazione di qualunque di queste regole avr per effetto l'immediata Cancellazione dell'IE.

Una serie di salite e discese portava all'Acrady Cottage, dove al terzo piano potevo nascondermi nella stanza assegnata a Mary Ellen Enright.

Era l'epicentro della Zona Limitata 9. Era la mia cella. Eppure l mi sentivo al sicuro.

Entrai nell'edificio da una porta laterale. Raggiunsi le scale sul retro sperando di non incappare in nessuna ragazza. Al primo piano girai alla larga dall'ufficio della tutor, che aveva la porta sempre aperta, a mo' di invito a entrare, anche se io temevo fosse l'ennesimo trucco.

Sapere che mio fratello Roddy aveva fatto il delatore nei miei confronti era stata una pugnalata nel cuore. Non ricordavo molto del terribile interrogatorio alla DG, ma avevo ben presente lo shock accompagnato da una totale mancanza di sorpresa. Certo, Roddy mi aveva sempre odiato. Sarebbe stato ben contento che venissi esiliata - o peggio.

Volevo pensare che un giorno avrei rivisto Roddy e che l'avrei perdonato. Mi veniva da piangere all'idea che potesse non volere il mio perdono. Ma confrontarmi con lui significava che avrei potuto rivedere i miei genitori. E quanto volevo pensare che fosse possibile!

C'era un momento, il primo pomeriggio, in cui le matricole dell'Acrady Cottage erano quasi tutte fuori.

Contavo sul fatto di essere invisibile. Non potevo respirare normalmente, se sapevo di essere visibile.

In quei primi giorni nella Zona 9 non pensavo agli altri che potevano essere l in Esilio - dato che ce ne dovevano essere sicuramente. Come chi  chiusa in una piccola gabbia, non sa se altri siano nella sua condizione e, disperata com', non ha voglia di pensare agli altri, non vedevo al di l di me stessa.

Su per le scale. Affannata e sudata. Faceva caldo per essere settembre, e all'Acrady Cottage non c'era aria condizionata.

Nella Zona 9 erano ben pochi gli edifici che ne erano forniti. Evidentemente in questa epoca l'aria condizionata era rara. E con mio grande sconcerto e disgusto, l'aria che si respirava spesso era inquinata dal fumo delle sigarette.

Ero allibita che le mie compagne di stanza fumassero! Dalla prima all'ultima. Come se non sapessero che il tabacco fa venire il cancro, o se ne fregassero. Peggio, notavo le loro espressioni seccate quando tossivo. Ma non era colpa mia. Nel 23-SNA il fumo era proibito da quando ero nata. (Al suo posto veniva incoraggiata la nicotina via endovena.)

 questa la mia punizione? Il fumo passivo? pensavo.

Mi chiedevo anche chi fossero veramente le mie compagne di stanza. Perch ero stata assegnata alla stanza 3C dell'Acrady Cottage. Nel 23-SNA si diceva: Il caso non esiste, esistono solo gli algoritmi. Non potevo pensare che ci fossero coincidenze nelle strategie della Sicurezza Interna. Non potevo non pensare che almeno una delle mie compagne di stanza, se non tutte, fosse un'informatrice assegnata a Enright, Mary Ellen.

Forse una di loro era un robot. Ma quale?

Che sollievo, quando ero da sola nella nostra stanza.

(Sempre che potessi essere sola.)

Il diffuso odore di fumo mi pizzicava le narici, come faceva ogni odore corporeo.

Avevo la possibilit di esaminare un'ingombrante macchina con una tastiera che si trovava sulla scrivania di una mia compagna. Una macchina da scrivere.

Ovviamente sapevo cosa fossero le macchine da scrivere e ne avevo viste in fotografia. Penso che i miei genitori (o i miei nonni?) mi avessero detto che una volta ne avevano una. Ma non avevo mai visto dal vivo una di queste macchine che risalivano a un'era precedente a quella dei computer.

Osservai rapita lo strano marchingegno. Anche se c'era qualcosa che mi metteva a disagio.

Il mio laptop mi mancava cos tanto da provare un dolore fisico. Lo stesso valeva per il cellulare, che si adattava cos comodamente al palmo della mia mano da sembrare un suo prolungamento, un occhio rettangolare e luminoso.

Ma la logica di quel marchingegno mi sfuggiva. Possibile che fosse cos rozzo? Che servisse solo a battere a macchina?

Niente Internet, e-mail, messaggi?

Non c'era niente da guardare! Era priva di schermo.

Faceva venire quasi le vertigini pensare che questa goffa macchina non fosse connessa a niente se non a se stessa. Era solo una macchina.

E anche tu, davanti a una macchina da scrivere, eri intrappolata in te stessa. Non potevi fuggire nel cyberspazio. Nella Zona 9, non avevi accesso al cyberspazio.

Era difficile da capire, ma nel 1959 il cyberspazio non esisteva.

Com'era possibile? Ci era stato detto e ridetto che uno dei grandi risultati del ventunesimo secolo era stata la creazione del cyberspazio come entit separata e distinta e (presumibilmente) indipendente dagli esseri umani, e quindi dalle limitazioni dello spazio e del tempo.

Non che avessi mai capito veramente la faccenda. Per farlo dovevi conoscere la matematica, la fisica, l'astrofisica, l'informatica pi avanzata, che nel 23-SNA erano classificate...

Mary Ellen? disse una voce alle mie spalle.

La ragazza sorridente che si era avvicinata di soppiatto rispondeva al nome di Hilda. Mi aveva spaventata cos tanto che il mio cuore fece un balzo.

Ovviamente Hilda era molto amichevole. Come tutte le altre.

Mi divoravano con gli occhi, come formiche fameliche. Memorizzavano, valutavano. Pensavano gi alle parole da usare nei loro rapporti alla Sicurezza Interna.

Con il suo accento del Midwest fin troppo smaccato, Hilda mi stava dicendo che quella macchina da scrivere era la sua Remington quasi nuova. Sembrava esserne fiera.

Se vuoi puoi provarla. Aspetta che ti do un foglio.

Hilda inser un pezzo carta facendo ruotare un rullo. E mi fece vedere come scrivere, battendo diversi tasti a caso con le sue dita veloci.

Ma io rimasi a guardare con un senso di vertigine.

Non  difficile. Ovviamente devi memorizzare le lettere sulla tastiera, ma  solo questione di pratica. L'ho imparato alle superiori.

Toccai uno dei tasti. Non successe nulla.

Non f-funziona.

Hilda scoppi a ridere. Non con cattiveria ma come avrebbe fatto una sorella maggiore con una sorellina ingenua.

Certo che funziona, Mary Ellen! Cos.

Mary Ellen. Come aveva pronunciato questo nome? Con scherno o in modo amichevole?

Volevo credere che questa Hilda fosse veramente una ragazza come me, che stesse cercando sinceramente di essere gentile. Non volevo pensare che questa ragazza fosse un'informatrice ufficiale della Sicurezza Interna o (magari) la rappresentazione virtuale di una ragazza al primo anno di universit, manipolata su uno schermo da un (distante) agente della Sicurezza Interna che si faceva beffe di me nel mio Esilio nella Zona 9.

Era gi fonte di disagio che Hilda mi stesse cos vicina. Cosa che facevano molte ragazze dell'Acrady Cottage, il che mi faceva ritrarre. Nel 23-SNA il nostro modo di comportarci era molto diverso: la tacita regola era mantenere le distanze. Dopo l'arresto e l'atroce visione del ragazzo giustiziato, avevo paura che degli sconosciuti mi si accostassero troppo. Alla sola idea mi veniva la pelle d'oca.

Ma Hilda era cos gentile, cos amichevole, che sembrava non accorgersi neanche della mia diffidenza. Era il tipo di ragazza che probabilmente sarebbe stata definita carina (mentre ero sicura che io sarei stata definita bruttina). Un pochino meno alta di me e pi rotondetta. Mentre il mio corpo era affusolato come quello di un ragazzo, il suo aveva le curve di una donna matura. Come le altre ragazze, Hilda indossava un ingombrante reggiseno con un'armatura metallica che avrebbe potuto stare in piedi da solo e che emergeva imperioso sotto i suoi vestiti. Istintivamente mi tiravo sempre indietro, temendo che Hilda, facendo finta di niente, mi toccasse con i suoi seni appuntiti.

Hilda si sedette alla scrivania, con la postura esageratamente perfetta della segretaria in una pubblicit, e scrisse, rapida e senza errori, per dimostrarmi quanto fosse facile battere a macchina:

23 SETTEMBRE 1959

ACRADY COTTAGE

WAINSCOTIA STATE UNIVERSITY

WAINSCOTIA FALLS, WISCONSIN

USA

UNIVERSO

Visto? Adesso prova tu, Mary Ellen.

Il 23 settembre 1959! Non poteva essere vero. O lo era?

Ovviamente ero nella Zona 9. In Esilio. Dovevo accettarlo e adattarmi a esso, ma...

Sentii un brivido: il 1959 era pi di ottant'anni prima. I miei genitori non erano ancora nati. In questo mondo non c'era nessuno che mi conoscesse, nessuno che fosse interessato a me. Ero completamente sola.

Mary Ellen? Che succede?

Con un'espressione di sincera preoccupazione, come se fosse una sorella, Hilda fece per toccarmi, anche se mi tirai indietro.

Non t-toccarmi! No!

Ero terrorizzata e nauseata. Ma troppo debole per fuggire. Un pozzo nero si apr ai miei piedi e mi risucchi.

Perduta

Mamma, pap, aiuto...

Mi mancate cos tanto...

Quella di tornare a casa era una fame che mi divorava. Una voglia cos intensa che era come se una mano mi afferrasse la nuca e mi scaraventasse in avanti, un tuffo disperato nel nulla.

Qui sono sola. Qui morir.

Mi avevano legata. Polsi, caviglie, testa - per impedire che mi facessi male da sola.

Una fitta dolorosa nella carne cedevole dell'interno del gomito, attraverso cui un liquido gelido mi entrava nelle vene. L'avevano gi fatto molte altre volte.

Una voce in tono distaccato: Il soggetto sta perdendo conoscenza.

Mi sembrava di essere una luce che si stava spegnendo. Un vortice luminoso che si ripiegava su se stesso e diventava sempre pi piccolo, pi trasparente.

E poi, bruscamente, non c'ero pi.

Dematerializzazione del soggetto. Teletrasporto dei componenti molecolari del soggetto. Ricostituzione nella Zona 9.

Mary Ellen Enright:  lei?

La domanda era stata posta a qualcuna che non ero io. Eppure potevo osservare il corpo senza vita da una posizione lievemente elevata e provare piet per esso.

Avrei vagato come uno zombie. Esiliata.

Uno zombie sa di esserlo? Coma fa a capirlo?

Mi venne da ridere, ma la risata mi rimase in gola come un grumo di muco.

Faceva molto freddo. Il sangue scorreva con la lentezza del mercurio liquido.

La confusione era totale. Non riuscivo ad articolare i miei pensieri. Erano intervenuti sul mio cervello. Sentivo che scherzavano.

I Servizi di Sicurezza Neurochirurgici. Altrimenti noti come SSN. Voci che correvano al liceo. Un altro argomento tab.

Prima del teletrasporto, mi avevano inserito un microchip in quella parte del cervello chiamata ippocampo, dove la memoria viene elaborata prima di essere immagazzinata da qualche altra parte. O almeno pensavo che l'avessero fatto. Non pensavo fosse un sogno.

Mi avevano rasato una parte della testa, fatto un buco nel cranio, installato un microchip. Evidentemente non avevo sentito niente. Uno zombie non prova dolore. Anche il punto dove avevano lavorato di trapano mi sembrava solo freddo e intorpidito. Eppure sentivo un tale slancio di gratitudine che mi sarei messa a piangere. Non mi hanno tolto mamma e pap dalla testa. Almeno mi hanno lasciato i miei genitori.

Non era scontato che non rimuovessero quella parte del mio cervello.

In Esilio ti attacchi a quello che hai, e che non ti hanno (ancora) preso.

Da quel luogo gelido venni caricata su una specie di ambulanza insieme ad altri che erano stati teletrasportati.

Il veicolo procedeva normalmente, senza alcuna sirena.

Non era emergenza, ma routine.

Vi furono parecchie tappe prima che arrivassi a destinazione. Nel mio stato semicosciente non mi rendevo conto di quello che stava succedendo. Cercavo di parlare ai miei genitori. Mi sembrava di avere davanti le loro facce preoccupate. Vi rivedr tra quattro anni. Non dimenticatemi!

Non sapevo se avessi diciassette anni, o solo sette.

Non sapevo che anno fosse. Dove fossi finita.

Ci eravamo lasciati alle spalle le luci di un centro urbano e stavamo viaggiando in aperta campagna. Di notte. Mai avevo visto stelle cos grandi e luminose nella mia vecchia vita.

Nella Zona 9 l'aria era pi pura. Quasi tagliente, a respirarla. Nel cielo non incombeva la cappa di inquinamento a cui eravamo abituati nella vecchia vita.

Eravamo tutti legati a delle lettighe e non potevamo girarci per vederci. Eravamo molto stanchi, dopo quel lungo viaggio.

Forse non tutti i teletrasportati erano arrivati a destinazione vivi e vegeti. All'inizio neanche a me era chiaro se lo fossi.

Uno degli altri teletrasportati era andato in iperventilazione, in preda al panico. I farmaci non sembravano avere effetto. Avevo la testa bloccata e non potevo girarmi. Ma rimanevo immobile e respiravo con calma come pap mi avrebbe detto di fare davanti al nemico. Pensai: Vaporizzeranno lui. Era un pensiero disperato: Vaporizzeranno lui, e non me.

Alla sosta successiva mi scaricarono.

Mi sciolsero le cinghie e mi fecero alzare.

Usi le sue gambe, signorina. Non hanno nulla che non vada. Segua i segnali del suo cervello. Gamba destra, gamba sinistra. E alzi la testa.

Feci due o tre passi prima di cadere.

La mattina mi svegliai sotto una leggera coperta, sopra uno scomodo materasso. Libera. E con la testa meno confusa.

Come mi fu spiegato, ero una matricola alla Wainscotia State University a Wainscotia Falls, nel Wisconsin. Ero arrivata tardi la sera prima, febbricitante, motivo per cui ero stata condotta nell'infermeria del campus e non nello studentato. E ora, la mattina, stavo per essere dimessa, non avendo pi sintomi.

Trover i suoi effetti allo studentato, signorina Enright.

Grazie.

Da adesso risiede all'Acrady Cottage in South University Avenue.

Grazie.

Acrady Cottage. South University Avenue. Spettava a me trovarlo, e cos avrei fatto.

Sentivo tornare la speranza. Pur essendo paralizzata dalla paura, a tratti avvertivo un senso di ansiosa meraviglia.

La prima cosa fondamentale era che i miei genitori erano ancora vivi, e che dopo quattro anni sarei tornata da loro. Non ricordavo infatti che fossero stati vaporizzati.

La seconda cosa fondamentale era che Mary Ellen Enright era con ogni evidenza un soggetto resiliente. Non era morta durante il teletrasporto. Se aveva subito dei danni cerebrali, non sembravano gravi. E magari sarebbero guariti.

Quando cercai di alzarmi, in ogni caso, mi sentii svenire, e avrei perso l'equilibrio se non mi avesse afferrato una robusta ragazza in uniforme bianca da infermiera.

Coraggio, Mary Ellen! Sei sulla buona strada.

Fece una risata e per un secondo i nostri sguardi si incrociarono.

Aveva i capelli biondi tirati all'indietro e una pelle cos chiara da essere quasi bianca. Sul petto una targhetta con il suo nome: IRMA KRAZINSKI.

Sa chi sono. Ma non  una nemica.

In seguito avrei pensato: Forse  una come me e avr piet di me.

Nell'atrio dell'Acrady Cottage uno scatolone di cartone aspettava MARY ELLEN ENRIGHT.

Sei tu Mary Ellen? 'Sta roba  appena arrivata.

Lo scatolone era di circa un metro per un metro e mezzo. Era cos pieno che un lato stava quasi scoppiando. E aveva l'aspetto di avere fatto un lungo viaggio sotto la pioggia. Era avvolto da pi strati di nastro adesivo trasparente che si incrociavano come una folle ragnatela. Anche con l'aiuto di un paio di forbici fornite dalla signorina Steadman, la tutor, si rivel molto difficile da aprire.

Caspita! Volevano proprio essere sicuri che non l'aprisse nessuno!

Era pieno di vestiti: varie gonne, camicette, maglie, un paio di pantaloni, un pullover blu marino di lana, un giaccone impermeabile di viscosa, pigiami di flanella, biancheria intima di cotone, calzini, scarpe da ginnastica, un paio di scarpe marroni che la tutor chiam mocassini. C'erano anche dei pantaloni bermuda e un blazer - tipi di vestiti che non avevo mai visto in vita mia. Cos come non avevo mai visto dei collant. Erano tutti di seconda mano, stropicciati, e puzzavano di cantina.

Osservando il contenuto della scatola mi girava la testa.  cos che si vestono i morti, pensai. Con roba usata.

Vuoi che ti aiuti a portarli di sopra? Penso che sia pi pratico lasciare gi lo scatolone...

Grazie, ma ce la faccio da sola.

La tutor si stava comportando in modo molto gentile, ma non volevo neanche guardarla in faccia. Non volevo parlarle pi del necessario n rimanere da sola con lei nella stanza che mi era stata assegnata, neanche per qualche minuto.

Non volevo che esaminasse quei vestiti. Mi sentivo a disagio all'idea che si rendesse conto che alcuni di essi mi sembravano strani. N volevo che fosse esposta un secondo di pi alla puzza di muffa che doveva avere gi notato.

Non volevo la sua piet. Quella povera ragazza! Povera lo  davvero.

Anche il modo in cui parlava la signorina Steadman mi sembrava strano. Parlava inglese, certamente, ma con una tale lentezza e con delle vocali cos nasali che mi faceva venire l'ansia.

In fondo allo scatolone c'era una busta con il nome MARY ELLEN ENRIGHT scritto sopra. Aspettai ad aprirlo quando fui sola nella stanza 3C; conteneva cinque banconote da venti dollari che sembravano essere state appena stampate, e uno spesso foglio di carta che conteneva le Istruzioni.

Non c'era nessuna nota personale per me. Avvertii una lieve delusione, dato che avevo pensato - o meglio, avevo voluto pensare - che S. Platz mi avesse preso in simpatia.

Reggendoli sulle braccia, trasportai i miei nuovi vestiti al piano di sopra. Presto mi venne l'affanno, non essendomi ancora ripresa dal viaggio. La signorina Steadman mi osserv preoccupata, ma non cerc di aiutarmi una seconda volta.

Le matricole sarebbero arrivate nel campus della Wainscotia il giorno dopo. La tempistica del mio Esilio era perfetta, e pensai che ci fosse lo zampino di S. Platz.

La stanza 3C dava sul retro. Era una grande mansarda con due abbaini. Pavimento di legno, pareti nude tranne i chiodi.

Quattro letti e quattro scrivanie.

Mi stupii che dovessi condividere una stanza con altre tre ragazze e non fossi da sola. In ogni caso, con mio sollievo, non c'era nulla di strano; dovevo solo stare attenta a non sbattere la testa.

Sarebbe diventata una mia abitudine nella Zona 9: guardarmi attorno rapidamente alla ricerca di segnali di pericolo. E l (almeno in apparenza) non c'era nulla che potesse spaventarmi, minacciarmi, disorientarmi.

Nulla di specifico della Zona 9. Piuttosto, una stanza che avrebbe potuto essere ovunque.

Scelsi il letto nell'angolo pi appartato, sotto il soffitto spiovente. Preferivo lasciare i letti pi vicini alle finestre e gli armadi pi capienti alle altre ragazze, cos non mi avrebbero preso in antipatia.

Mary Ellen, sei sicura di voler stare l nell'angolino? mi domandarono le mie compagne di stanza al loro arrivo, con indubbia sincerit.

Erano ragazze gentili (o almeno lo sembravano). Mi osservavano incuriosite ma non erano sgarbate (o non volevano esserlo).

Anche se si somigliavano abbastanza da poter essere tre sorelle, non si conoscevano prima di venire l. Ragazze bianche - CE1. Provenivano tutte dalla parte rurale del Wisconsin, e parlavano con la stessa cadenza monotona e le vocali aperte. I loro nomi mi ronzavano confusi in testa.

Una di loro pu essere quella incaricata di uccidermi, pensai.

Quando sei arrivata, Mary Ellen? Ieri sera?

Da dove vieni, Mary Ellen?

Ti hanno accompagnata i tuoi genitori? Sono ancora qui?

Scusa, Mary Ellen! Credo che stiamo occupando un mucchio di spazio...

Per gran parte della giornata la stanza fu affollata di genitori, parenti, fratellini che aiutavano le mie compagne a portare la loro roba.

Andai a nascondermi da qualche parte. Quelle voci sconosciute, invadenti, sicure di s, apparentemente felici, con le loro vocali aperte, mi davano un senso di oppressione. Ma non versai una lacrima.

La sera, non sapendo dove altro andare, tornai nella mansarda. Adesso l'Acrady Cottage era casa mia.

Quando cominciai a indossare i vestiti contenuti nello scatolone, scoprii che solo pochi mi andavano bene. Ce n'erano di piccoli, di corti, di stretti - ma la maggior parte erano troppo larghi.

I golfini avevano aloni a mezzaluna sotto le ascelle. A volte i bottoni erano molli, o mancavano. Cerniere lampo rotte. Su una gonna c'era una macchia scura - sperai fosse di cibo e non di sangue.

Le ragazze dell'Acrady Cottage sussurravano tra loro, vedendomi vestita cos male - sembrava mi fossi rifornita all'Esercito della Salvezza -, ma non ci facevo caso; mi ritenevo gi abbastanza fortunata.

I miei indumenti preferiti erano una gonna scozzese scura con le pieghe (che fosse scozzese me lo disse una compagna di stanza) con uno spillone gigante di ottone che, ingegnosamente, impediva che si aprisse; un maglioncino a girocollo lilla, simile a uno che avevo a casa, anche se molto pi largo; e una camicetta bianca con le maniche lunghe e il colletto di pizzo che mi dava un'aria molto austera, come a suggerire che fossi una brava ragazza, timida e carina, che mai avrebbe alzato la voce o sarebbe stata una sovversiva. Per favore, siate gentili con questa ragazza!

Nella mia vecchia vita, mai avevo indossato camicette. E mai avevo messo qualcosa di pizzo - o visto una ragazza con indumenti del genere.

Non avevo mai avuto n gonne n vestiti. Avevo indossato solo jeans. Ne avevo due o tre paia: costavano poco e li usavo sempre, senza pensare a cosa scegliere.

Nella Zona 9 le ragazze andavano a lezione con la gonna, a volte con il vestito. Andavano di moda i completi con cardigan e maglioncino con le maniche corte. A volte inguainavano le gambe in collant di nylon che io pensavo avrei strappato nel tentativo di infilarli - anche se ci provai.

Che risate si sarebbero fatte le mie amiche vedendomi indossare una camicetta di pizzo. O i collant. O la gonna scozzese con lo spillone. Oddio, cos' successo a Addie? Non sembra nemmeno lei.

Non fu piacevole vedere quei cosi nelle teste delle mie compagne di stanza.

La prima volta che li vidi, pensai che fossero elettrodi.

Non ci posso credere, Mary Ellen! Non ti sei mai fatta la piega?

E gi risate. Anche se non erano risate cattive (o almeno cos volevo credere).

Ma mettermi quei bigodini tra i capelli prima di andare a letto per me era qualcosa di impossibile.

Prima ti dovevi spruzzare sui capelli un liquido fetido. Poi, con pettine e spazzola, separavi delle ciocche e le arrotolavi su quei cosi (ce n'erano di tre colori e dimensioni: rosa i pi grandi, blu quelli medi, verde i pi piccoli), che poi venivano tenuti fermi da forcine, il pi saldamente possibile. E poi, quando appoggiavi la testa sul cuscino, non era il massimo della comodit. Anzi, ti poteva pure venire il mal di testa. Ma il giorno dopo ti svegliavi con i capelli lisci e lucenti, che stavano come volevi tu.

Una volta ci provai. Rimasi sveglia met della notte. Quando mi addormentavo avevo incubi di elettrodi attaccati al mio cervello. La mattina, quasi tutti i bigodini si erano staccati e, quando mi spazzolai, i capelli sparavano da tutte le parti come sempre, o quasi.

La prossima volta i bigodini te li metto io, mi disse Hilda. E non azzardarti a dire di no, Mary Ellen.

Matricola

Cos sola! Era come se il mio corpo fosse stato eviscerato dall'interno.

Come se, al posto del cuore, ci fosse un vuoto che niente poteva colmare.

Altre matricole avevano nostalgia di casa, e altre ragazze dell'Acrady Cottage ogni tanto avevano crisi di pianto. Ma il loro struggimento era una specie di dolce tortura, un modo per misurare quanto amassero le proprie famiglie. Telefonavano a casa, spesso la domenica sera (quando si spendeva di meno), e ricevano telefonate. Scrivevano a casa, e ricevevano lettere. Le loro madri inviavano biscotti da condividere con amiche e compagne di stanza. E le loro case erano a poche ore di macchina.

Cominciavo a provare vergogna e sconforto per non ricevere nulla da casa - n telefonate, n lettere, n pacchetti. E non sopportavo gli sguardi pietosi delle altre ragazze, i loro commenti meravigliati alle mie spalle.

Eppure dovevano avere sentito parlare di orfani, di persone senza famiglia e senza parenti. Enright, Mary Ellen non poteva essere l'unico esemplare della categoria in cui era stata piazzata.

E se avessi scoperto una come me? mi chiedevo. O se un'altra mia simile avesse scoperto me?

Una matricola alla Wainscotia State University, nel Wisconsin, iscritta alla facolt di Arti Liberali, con la prospettiva di laurearmi nel 1963.

Se questo era l'Esilio, poteva andare peggio.

Il peggio, sapevo, era la morte.

Quanto avrei voluto, per, far sapere ai miei genitori che ero (ancora) viva. (Se lo ero. Spesso non ne ero cos sicura.)

Quanto avrei voluto sapere che i miei genitori erano (ancora) vivi nel 23-SNA e che tra quattro anni saremmo stati di nuovo insieme.

La Wainscotia State University si estendeva per parecchi ettari a Wainscotia Falls, una localit semirurale del Nordest del Wisconsin, a un giorno di macchina da Milwaukee. Gran parte dei suoi novemila studenti provenivano da cittadine o fattorie del Wisconsin. Una delle facolt con pi iscritti era quella di Agricoltura e Zootecnia.

Altre facolt di spicco erano Scienze Pedagogiche, Economia e Commercio, Scienze Infermieristiche e Ingegneria.

Ma anche se gli studenti erano tanti, il campus sembrava quasi sempre molto tranquillo; la mattina gli studenti si dirigevano verso le classi percorrendo i sentieri tra le collinette - a gruppetti, in coppia, da soli -, richiamati dalla campana della cappella. Muoviti. Prendi il tuo posto. Hai un nome e un'identit. Non hai scelta.

Era quasi eccitante. La consolazione dell'impersonalit.

Ero iscritta a cinque corsi, tre dei quali erano introduttivi - alla Letteratura Inglese, alla Psicologia e alla Filosofia. Alle lezioni si alternavano test settimanali. Nelle grandi aule potevo essere invisibile e immaginare che nessuno mi osservasse.

Se nel campus o in aula vedevo una delle ragazze dell'Acrady Cottage, mi si annebbiava la vista e non la riconoscevo. Se una ragazza mi salutava o mi sorrideva, era come se non la vedessi. Dove era possibile, ero invisibile.

Alla fine mi avrebbero lasciato in pace. A Psicologia appresi del fenomeno dell'estinzione: Un comportamento che non viene rinforzato cessa di prodursi.

L'unica mia preoccupazione doveva essere quella di sopravvivere. Superare l'ostacolo delle prime settimane, del primo semestre e del primo anno; arrivare alla fine del quadriennio, finire l'Esilio, essere di nuovo teletrasportata a casa.

Non volevo pensare che l'obbedienza assoluta alle Istruzioni non fosse garanzia di salvezza. Per me il futuro doveva consistere solo in questo: comportati in un certo modo e verrai ricompensata.

Mi sembrava che S. Platz mi avesse dato la sua parola: un giorno il mio Esilio sarebbe finito.

Nel frattempo ero costretta a seguire le Istruzioni. Le avevo subite memorizzate, anche se l per l non avevo ben capito che cosa significasse la proibizione di fornire conoscenza futura nella Zona Limitata.

Da quello che sapevo, il microchip nel mio cervello bloccava molte informazioni che avevo sul passato - che nel 1959, ovviamente, diventavano anticipazioni del futuro. Non ricordavo pi che cos'era successo, n sarei stata in grado di fare previsioni. Quando cercavo di rammentare le pi famose scoperte dei decenni passati - per esempio il DNA, la genetica molecolare, la riconfigurazione cerebrale - o qualsiasi evento a parte quelli della Storia Patriottica, era come cercare di vedere attraverso un vetro coperto di ghiaccio.

Magari riesci a intuire delle forme. Ma non riesci a vedere.

Che ironia crudele nel fatto che per pochi giorni fossi stata studentessa dell'anno!

Quanto alla proibizione di cercare parenti, non avrei saputo neanche da dove iniziare.

Durante la Campagna di Rilocazione Culturale che mise sottosopra il Paese quando ero alle medie, centinaia di migliaia (milioni?) di individui vennero strappati dalle loro case e costretti a stabilirsi in aree scarsamente abitate che il Governo intendeva rifondare; tra di loro c'erano i miei nonni, sia paterni sia materni, che vennero evacuati rispettivamente nel Nebraska occidentale e nel Maine settentrionale; ma non avevo idea di dove abitassero in precedenza, e tanto meno di dove avrebbero potuto vivere nel 1959.

E mai avrei osato allontanarmi a pi di dieci miglia dal mio epicentro.

Sarei stata un'altra volta una studentessa modello - la matricola ideale. Non avrei attirato l'attenzione su di me. Non avrei mai tradito (n coltivato) la minima curiosit. Non avrei stabilito rapporti di tipo intimo con chiunque - figuriamoci! Ero ben decisa.

Durante le prime settimane di lezione gli insegnanti facevano l'appello per segnare le presenze. Mi dava i brividi ascoltare una sfilza di nomi sconosciuti tra cui si celava, come un uovo di cuculo in un nido di ignari volatili, il nome che mi era stato assegnato: Enright, Mary Ellen. Mi sembrava un nome cos fasullo, cos poco convincente, che fremevo mentre alzavo la mano e mormoravo: Presente. Ma non se ne accorgeva nessuno. La maggior parte degli altri nomi erano ugualmente e immediatamente dimenticabili. Anche se l in mezzo c'erano nomi dai suoni pi aspri che in seguito avrei identificato come svedesi, norvegesi, tedeschi.

Nessun insegnante si sarebbe soffermato su Enright, Mary Ellen.

In pratica tutti i miei colleghi e professori erano CE1, caucasici. Le eccezioni erano rappresentate dal personale di servizio, tra cui molti erano CE5, o ancora pi scuri.

Mi chiesi se in qualche mia classe ci fossero altri Individui Esiliati. Eravamo in grado di riconoscerci? Avremmo avuto il coraggio di farlo? Ma come? A che rischio?

Eravamo tutti in incognito. In vestiti di seconda mano, con nomi di seconda mano, decisi a sopravvivere.

Ero amaramente fiera del mio travestimento: gonne e maglioni dello scatolone, un giaccone quando faceva freddo, scarpe da ginnastica o addirittura mocassini con calzini bianchi dagli alluci malamente rammendati. I miei libri di testo erano tutti malconci, con la scritta USATO stampigliata sul dorso. Nella libreria del campus comprai un quaderno ad anelli con la copertina a puntini bianchi e neri, sulle cui pagine immacolate cominciai a prendere appunti con grafia minuta, per risparmiare spazio. A lezione ero la ragazza senza volto in prima fila, fanaticamente china sul suo quaderno, intenta a scrivere con rapidit mentre il professore parlava, di rado alzando la testa.

Che strano scrivere. Richiedeva una coordinazione tra occhio e mano che ormai era quasi scomparsa quando ero nata io - anche se mamma e pap avevano insistito a insegnarlo a me e a Roddy. E che strano leggere dentro un libro, su pagine di carta che dovevi girare con le dita e che se volevi potevi strappare; e non avevi bisogno di un alimentatore per tenerlo acceso, o di qualche altro apparecchio.

Ma la cosa pi strana di tutte era la biblioteca universitaria: un grande edificio di mattoni con vari piani anche sottoterra, dove centinaia di scaffali erano pieni di libri che potevano essere toccati e aperti con le mani. E nelle sale di lettura dagli alti soffitti e dai pavimenti lucidi, gli studenti leggevano sotto le lampade.

Salire i gradini di pietra di questo edificio era come entrare in un antico tempio; ero sempre in ansia e confusa.

Nella Zona 9 spesso respiravo a fatica. Il cuore mi batteva all'impazzata come quando (ecco una cosa che non avevano cancellato dalla mia memoria) avevo assistito all'esecuzione tramite drone di (ma qual era il nome del ragazzo? Il cognome iniziava con la zeta) in un'epoca che mi sembrava remota e il cui ricordo stava comunque sbiadendo. Sentivo una fitta dietro gli occhi, dove era stato inserito il microchip. Se cercavo di pensare a (la parola poteva essere casa, o genitori) spuntava una barriera che sembrava di plexiglas. Ma contro questa barriera mi impuntavo, come un animale in trappola che preme contro un muro.

Eppure, se buttavo la spugna e mi concentravo sul mio lavoro, leggendo, sottolineando, prendendo appunti, facendo schemi, scrivendo esercitazioni - come una normale studentessa della Zona 9 -, la pressione nel mio cervello diminuiva, e il mio respiro diventava pi regolare.

Adesso la tua vita  questa. E questo  ci che devi essere, adesso.

Amicizie perdute

A volte mi svegliavo in lacrime. E non erano i miei genitori a mancarmi, ma le mie amiche.

D'un tratto mi rendevo conto di quanto gli volessi bene. Troppe volte davo per scontata la loro amicizia, e adesso mi sentivo in colpa.

Cercavo di ricordare i loro nomi: Carla, Melanie, Deborah e... come si chiamava, Paige?

Era come cercare di vedere attraverso uno spesso velo. Ricordare era faticoso. Mi facevano male gli occhi nel tentativo di vedere le facce delle mie amiche che cominciavano a scomparire.

Eravamo insieme dalle medie. Alle superiori, alcune situazioni difficili ci avevano avvicinato. Essere come tutti gli altri. Ma com' possibile? Nessuno  uguale a nessun altro.

Alla Pennsboro c'era una rigida gerarchia di cui in teoria non si doveva neanche parlare: i figli e le figlie dei funzionari governativi al vertice, gli altri al di sotto. Con un padre IS, la mia posizione era stata fissata fin dal mio primo giorno di asilo.

C'era stato un momento, al secondo anno di superiori, in cui Carla soffriva di anoressia e noi, le sue amiche, l'avevamo aiutata a uscirne; l'anno dopo Glenna aveva continui attacchi d'ansia perch suo padre era stato accusato di Tradimento Scientifico e aveva perso il suo laboratorio. E c'erano stati i dieci terribili mesi in cui il padre di Deborah era stato prelevato dalla Sicurezza Interna, e nessuno sapeva se l'avrebbe rivisto. (Alla fine venne rilasciato, ma ridotto allo stato di innocuo zombie, e Deborah lo perse comunque.) Usando un codice segreto che avevamo inventato e che saggiamente cambiavamo ogni settimana, per anni ci eravamo mandate messaggi tutti i giorni. Ci sentivamo pi unite tra noi di quanto non ci sentissimo ai nostri genitori, che non ci parlavano apertamente; e di certo nulla di simile ci legava ai nostri compagni maschi. (Femmine e maschi dovevano mantenere le distanze. Prima dell'universit, era considerato sconveniente avere amici intimi non del proprio sesso.)

Tra le macerie della mia memoria ricordavo vagamente che le mie amiche avevano cercato di mettermi in guardia circa il discorso di fine anno. Paige mi aveva consigliato di scriverlo insieme alla nostra insegnante di inglese e di prendere a modello discorsi del passato che non erano stati censurati dalla Disciplinare Giovanile, ma io avevo ignorato completamente il suggerimento - anzi, l'avevo trovato offensivo.

Che razza di stupida! Paige voleva solo proteggermi.

Mi chiesi come fosse andata la consegna dei diplomi al mio vecchio liceo. Probabilmente ero stata sostituita dal campione sportivo che il signor Mackay avrebbe voluto fin dall'inizio. A parte le mie amiche, nessuno avrebbe sentito la mia mancanza.

Ma non doveva essere qualcun altro a fare il discorso?

Davvero? E chi?

Quella ragazza... com' che si chiamava?

Quale ragazza? Non ricordo nessuna ragazza.

Ma s, quella... mi sembra coi capelli castani...

Oddio! Adesso che me lo dici...

 stata arrestata per Tradimento.  andata via.

Via dove?

Via.

Lui

E poi, in quel luogo di assoluta solitudine, mi innamorai.

Non fu la prima persona della Zona 9 che mi guard in modo gentile. Protettivo. O anche solo con interesse.

Fu il primo a sapere. Guardandomi, si rese subito conto di chi ero. Di cosa ero.

E io pensai: Adesso siamo in due. Lui. E Mary Ellen.

Wolfman

Enright, Mary Ellen. Il suo sguardo si pos su di me con fredda curiosit.

Respiravo a fatica. Affondavo le unghie nei palmi delle mani.

Il nostro professore ci stava restituendo le esercitazioni di met semestre. Le sue labbra sorridevano, i suoi occhi no. I suoi occhi ci scrutavano e valutavano, impersonali e calcolatori.

Eravamo i suoi soggetti? mi chiesi. Wolfman era un ricercatore che collaborava con la cattedra di Psicologia.

Dopo qualche settimana di lezione conosceva i nomi di alcuni studenti ma non il mio, fino a quel momento.

Esitante, mi alzai a prendere il quaderno blu da Wolfman. Era la prima volta che si accorgeva di me. Non mi ero fatta notare durante le esercitazioni alzando la mano, rispondendo alle sue domande o facendone io, come era abitudine di altre studentesse pi aggressive di Mary Ellen Enright. Ma adesso Wolfman stava guardando Mary Ellen Enright.

Ha fatto un buon lavoro, signorina Enright. Ha letto qualcosa di Skinner al di l del libro di testo?

S-s.

Pass qualche secondo di troppo prima che smettesse di fissarmi.

A lezione Wolfman era brusco, estroverso e tagliente come un rasoio affilato che era meglio non maneggiare con troppa disinvoltura. Ma adesso il suo sorriso ironico era scomparso, sostituito da un'espressione di sorpresa genuina. Sembrava stesse per chiedermi qualcosa ma cambi idea, guard altrove e chiam il nome successivo.

Mi sentii improvvisamente priva di forze ma riuscii a raggiungere il mio banco, stringendo il quaderno blu senza osare aprirlo.

Lo sa?

In qualche modo mi ha riconosciuta?

 in Esilio anche lui?

Per il resto dell'ora rimasi in una specie di animazione sospesa. Non riuscivo a guardare l'insegnante, che se ne stava seduto con disinvoltura sul bordo della cattedra; mi limitai a curvarmi timidamente sui miei fogli, a prendere appunti. Non che Wolfman mi guardasse. Mi rombavano le orecchie, e sentivo a malapena la sua spiegazione di qualche principio base della psicologia. Al suono della campanella, rimasi intontita al mio banco, mentre gli altri sciamavano fuori. Quando finalmente osai alzare lo sguardo, Ira Wolfman era uscito.

Solo quando fui sicura di essere da sola aprii il quaderno. Il voto scritto in rosso spiccava come una bizzarra esclamazione: 99/100.

E sotto, a mo' di commento: Nessuno  perfetto.

All'IE  proibito identificarsi se non come stabilito dall'UDESI.

L'IE sar continuamente e costantemente monitorato.

Un'anima in Esilio. Ero convinta di essere entrata in contatto con un'anima gemella.

Finire nella classe di Wolfman era considerata sia una fortuna (Wolfman era uno spasso) sia una mezza disgrazia (Wolfman era molto severo). Sapeva essere molto divertente e incutere paura nelle esercitazioni. In quell'angolo di Wisconsin spiccava come diverso, se non addirittura straniero.

Wolfman parlava pi velocemente e con meno pazienza della maggior parte degli adulti che avevo incontrato nella Zona 9. Le onde ribelli dei suoi capelli neri pettinati all'indietro sembravano le folte piume di un gufo. (Come il grande gufo cornuto che avevo visto nella collezione del Museo di Storia Naturale.) Anche se si faceva la barba, un'ombra gli scuriva sempre mascelle e gola. In genere indossava una giacca sportiva, pantaloni scuri, camicia bianca o azzurra. Spesso, ma non sempre, una cravatta. I suoi occhi scuri come ardesia bagnata erano inquieti e interrogativi. A volte dava l'impressione che la sua attenzione - la sua attenzione pi profonda - fosse altrove.

Sono qui ma non sono qui. Non avete idea di chi io sia.

Wolfman aveva l'abitudine di fare domande agli studenti come se stesse lanciando delle monetine a dei mendicanti. Alcuni rispondevano prontamente, altri rimanevano in silenzio, sospettando un tranello o semplicemente disorientati. Avevano imparato a diffidare di Ira Wolfman malgrado il sorriso cordiale e invitante.

In classe eravamo in venticinque: ventidue maschi e tre femmine. Di rado avevo cercato di rispondere alle domande del nostro insegnante, temendo il suo sarcasmo, la sferzata inattesa sulle nocche dell'ignaro studente.

L'argomento della settimana era l'analisi neurocomportamentale - una teoria skinneriana secondo cui il sistema nervoso  quasi sempre inattivo e funziona solo in presenza di stimoli ambientali che innescano riflessi. Secondo il comportamentismo, gli animali sono sostanzialmente delle macchine. L'uomo  un animale e quindi anche lui  sostanzialmente una macchina. I comportamenti individuali, di gruppo e di massa possono essere programmati, condizionati, previsti e controllati. Il comportamentismo radicale  una scienza, e i risultati degli esperimenti trovano espressione in grafici. L'essere umano non  rivolto all'interno ma all'esterno -  il risultato di comportamenti misurabili. Di pi, l'essere umano non  altro che comportamento, osservabile e registrabile. Ci che non  controllato dall'ambiente  il corredo genetico. Ma anche questo  determinato. Ci sono zombie di tutti di tipi, forme e dimensioni.

Non volevo pensare che fosse vero. Ma nella Zona 9, nel dipartimento di Psicologia della Wainscotia State University, queste erano le verit prevalenti.

Il corso del professor A.J. Axel - Introduzione alla psicologia del ventesimo secolo - era uno dei pi seguiti dagli oltre duecento studenti di Arti Liberali. Per molti era propedeutico se poi intendevano fare medicina. Le esercitazioni di Wolfman erano il venerd mattina; il suo compito era quello di spiegare le lezioni per noi spesso astruse del professor Axel e squarciare le tenebre della nostra ignoranza. Era evidente che per Wolfman era un piacere disorientarci ulteriormente prima di illuminarci. Quanto si divertiva a tracciare curve di apprendimento sulla lavagna per illustrare le tesi del professore, o a spiegare nel dettaglio esperimenti a cui il docente si limitava ad alludere.

Ogni tanto, con grande sottigliezza, Wolfman correggeva il titolare della cattedra: Come voleva dire il professor Axel...

A quanto pareva, quest'ultimo era uno dei pi quotati professori di psicologia americani, che a Harvard aveva collaborato con il pi grande psicologo sperimentale del ventesimo secolo, B.F. Skinner. Era stato un pupillo del celebre dottor Walter Freeman e all'inizio degli anni cinquanta era stato suo assistente praticando numerose lobotomie negli Stati del Midwest. Adesso dirigeva il Centro di Ingegneria Sociale della Wainscotia University. Alto, con i capelli bianchi, signorile, indossava sempre una giacca di tweed, una camicia e una cravatta, e trasudava erudizione e autorevolezza. Ci nonostante non sempre si faceva capire dai suoi studenti, dato che usava un lessico altamente specializzato, quasi un codice segreto, dove brulicavano termini come condizionamento operante, rinforzo positivo e negativo, manipolazione delle ricompense e delle punizioni, risposta di evitamento...

Gli studenti si rivolgevano a Wolfman chiamandolo dottor Wolfman, dato che aveva fatto il dottorato. Lui ci chiamava signore e signorina.

Con noi era immancabilmente gentile, anche se spesso leggermente ironico; a volte sembrava disperare che noi potessimo capire il suo umorismo. Aveva un ampio repertorio di battute. E sapeva mettere in riga uno studente scettico con la prontezza di chi schiaccia una zanzara mentre sta facendo altro.

Ogni marted e gioved, alle dieci di mattina, Wolfman era in prima fila a seguire le lezioni del professor Axel, insieme agli altri assistenti e dottorandi. Tranne qualche dottoranda, gli altri erano tutti maschi: nel corpo docente della Wainscotia non c'erano praticamente donne.

Ira Wolfman doveva essere l'assistente di fiducia del professor Axel, dato che era lui a sostituirlo quando non poteva tenere una lezione. Quelle mattine l'aula vibrava di aspettativa, dato che la maggior parte degli studenti preferiva il giovane e brillante Wolfman.

A volte, dopo le lezioni di Wolfman, c'erano applausi qua e l. Con discrezione battevo le mani anch'io, emozionata e senza fiato.

Il venerd Wolfman ci descriveva gli esperimenti psicologici cui aveva partecipato: l'induzione dell'impotenza appresa - in pratica una specie di esaurimento nervoso - in piccioni, topi e scimmiette in seguito a una serie di stimoli seguiti da conseguenze casuali e imprevedibili. All'inizio il soggetto cerca di cavare un senso dallo stimolo, di trovare una prevedibilit nella sequenza casuale: cerca di controllare la situazione, ma ovviamente fallisce, e alla fine  vittima di esaurimento nervoso.

A seguito dell'impotenza appresa, il soggetto pu essere ricostituito grazie a una serie di nuovi stimoli che abbiano conseguenze prevedibili.

Come gli animali, gli esseri umani hanno bisogno di ordine, coerenza, conseguenze prevedibili. In loro mancanza subentra la depressione e la malattia mentale.

Era un fondamento della psicologia comportamentista. Un fatto. Crudele ma incontestabile.

 la nostra condizione, pensai. Se siamo fortunati.

Sola

Prima di Wolfman la mia solitudine era stata totale. E mi ero comportata da incosciente.

Sapevo che stavo per fare qualcosa di stupido, di inutile e di pericoloso. Ma l'avevo fatto.

In ginocchio nell'angolo pi buio della mia stanza, accanto al mio letto, premendo la fronte contro il muro, cercavo di evocare ricordi della mia vecchia vita, mordendomi il labbro per non piangere - ma in nessun modo riuscivo a ricordare il volto o la voce di mia madre; il volto o la voce di mio padre; il mio stesso volto nello specchio che era in camera mia fin da quando ero piccola: la cameretta che pap aveva dipinto di rosa, lo specchio la cui cornice mamma aveva dipinto con un colore che definiva bianco crema... E mi sembrava che lo sforzo mi avrebbe fatto esplodere la testa, dato che il microchip nel mio cervello bloccava proprio i ricordi che mi avrebbero confortato - una specie di asfissia mentale.

Non  possibile.  proibito. Sei in Esilio e questa  la tua punizione.

Cos rinunciai. Una volta dopo l'altra.

Ma un giorno, dopo aver smesso di cercare di ricordare, soffocata dalla solitudine, mi misi il giaccone e uscii; era quasi sera, l'ora in cui gli altri studenti tornavano nelle loro residenze per preparare la cena. Andai fino all'infermeria, nell'angolo pi a est del campus, per cercare l'infermiera che avevo visto qui appena dopo il teletrasporto; non ricordavo il nome ma la faccia s, i capelli biondi pettinati all'indietro, lo sguardo gentile ma circospetto - Non farmi domande, Mary Ellen Enright. Vattene e basta.

Chiesi all'addetta alla reception se c'era un'infermiera che rispondesse a quella descrizione, forse sulla trentina; e l'addetta scosse la testa - non aveva idea di chi intendessi. Magari posso dare un'occhiata in giro, se la vedo, dissi. Ho bisogno urgente di chiederle una cosa.

L'addetta mi disse che al momento in infermeria non c'era nessuno a parte lei. Il dottore era fuori per una visita.

La sala d'attesa era vuota. Uno sgabuzzino con tre sedie. (Strano vedere dei portacenere in un luogo simile!) L'odore rancido di disinfettante si mescolava a quello di fumo; poco lontano, qualcuno tossiva in una stanza. Ricordai che c'era stata un'epidemia di una cosiddetta influenza asiatica e che si erano ammalate anche varie ragazze dell'Acrady Cottage.

Dal momento che non sembrava avessi intenzione di andarmene, l'addetta ripet che non aveva idea di chi cercassi, dato che lei conosceva tutte le infermiere che lavoravano l.

Era impossibile.

Ne  sicura? Posso andare nella... sala delle infermiere?

L'addetta mi guard perplessa.

Una sala delle infermiere? Qui?

Poteva chiamarsi... Mi sforzai di ricordare, ma un nodo bloccava i miei pensieri. Qualcosa tipo Imogene? Irma?

Non conosco nessuno che si chiami cos, rispose l'addetta in un modo che mi sembr un po' troppo frettoloso.

 lei l'infermiera che sto cercando? pensai.

La guardai meglio. Era pi vecchia di quanto ricordassi - avr avuto l'et di mia madre. I capelli biondi quasi nascosti da una cuffia inamidata. Un pesante cardigan sopra l'uniforme bianca (faceva freddo, nell'atrio) copriva la targhetta con il suo nome. Era lei che mi aveva aiutato a riprendere coscienza nella prima, terrificante ora nella Zona 9.

Non si ricorda di me? Sono Mary Ellen Enright.  stata gentile con me quando sono arrivata qui.

Non so di cosa stia parlando, signorina. Il suo tono adesso era secco e sferzante. Non l'ho mai vista prima e lei non ha mai visto me. E adesso penso sia meglio che se ne vada.

Ma lei non si chiama Imogene? Irma? La prego...

Le ripeto...

Irma! Irma Krazinski!

Se non se ne va, sar costretta a chiamare la vigilanza. La avverto.

Mi stava fissando in maniera ostile. Il modo in cui aveva pronunciato la parola vigilanza mi faceva capire che si riferiva a qualcosa di molto pi drastico. Cancellazione. Esecuzione tramite drone. Vaporizzazione.

Per un attimo rimasi paralizzata. Mi era impossibile pensare di poter andarmene da l e tornare all'Acrady Cottage, sola.

Qui non c' nessuno che mi... che mi conosca. Ero - sono - Adriane Strohl. Non sono Mary Ellen Enright. Sono stata mandata qui dal 23-SNA. Sa qualcosa di me? Qualunque cosa?

La faccia dell'infermiera Irma era impenetrabile. Le iridi dei suoi occhi erano grandi come granelli di pepe, come se fosse cieca. La sua bocca era contratta in una smorfia rabbiosa.

Sta delirando. Deve avere la febbre. Ma qui non la possiamo ricoverare. Siamo gi pieni. Non sa che c' un'epidemia di influenza? Meglio che se ne vada finch  in tempo. Finch pu ancora camminare. Prima che le succeda qualcosa di grave, signorina Enright - si chiama cos? E chiuda bene la porta. Ha capito?

La prego, mi dica qualcosa... Cosa sta succedendo nel 23-SNA?  cambiato qualcosa? C' ancora la Sicurezza Interna? E il presidente? L'esercito? Le Guerre per la Libert? Sa qualcosa dei miei genitori, Madeleine ed Eric Strohl? Abitiamo - abitavamo - a Pennsboro, nel New Jersey. Non mi mandi via, mi sento cos sola...

L'infermiera Irma adesso era furibonda.

Signorina, ha capito quello che ho detto?

Non capivo ma mi arresi. Obbedii e uscii dall'infermeria, chiudendo la porta alle mie spalle. E mi resi conto che l'infermiera che si chiamava Irma, l'infermiera con i capelli biondi che si era presa cura di me durante la mia prima ora nella Zona 9, con me era stata gentile un'altra volta: non mi aveva denunciata alle autorit per una gravissima violazione delle Istruzioni.

La prova era che ero ancora viva.

Forse

Forse, nella mia terribile solitudine, ero innamorata di Ira Wolfman da settimane. Prima di quella breve conversazione.

Forse lo ero da sempre.

Era una sensazione molto pi forte di qualunque cosa potessi provare per l'infermiera Irma Krazinski.

Fin dalla prima volta in cui l'avevo visto entrare in aula a Greene Hall. Deciso, aveva lasciato cadere la sua valigetta sulla cattedra, aveva lanciato il suo sguardo su di noi come una rete... Salve. Mi chiamo Ira Wolfman e farete con me le esercitazioni di Psicologia 101.

E poi l'avevo visto salire sul podio quando aveva fatto lezione al posto del professor Axel. Giovane com'era, non mostrava alcuna esitazione o timidezza nel sostituire un luminare. Aveva sorriso all'uditorio come un campione di tuffi in procinto di buttarsi da un trampolino. Prendere atto di quelli che lo ascoltavano, come a invitarli a condividere un viaggio emozionante, non rientrava nelle abitudini del canuto professor Axel, che in pratica non faceva che leggere i suoi appunti senza neanche guardarci, indifferente alla nostra presenza.

Prima della rivelazione che anche Wolfman era un Esiliato, mi sembrava di avere capito una cosa.

 lui quello che mi salver dalla Zona 9.

Cos come sembravo essere immune dall'epidemia di influenza, non ero cos incline a innamorarmi come le ragazze della mia et. Potevo esserne fiera.

Le mie compagne di stanza erano sempre in fibrillazione quando parlavano di ragazzi con cui uscivano o speravano di uscire; studenti di cui erano gi innamorate o di cui aspettavano trepidanti una telefonata, come se da ci dipendesse la loro felicit... Ma io non ero come loro. Non ero pi cos giovane.

Ci che sentivo per Wolfman era diverso. La mia era la disperazione di chi sta annegando e afferra chi ha il potere di salvarla da una morte orribile.

La signorina Steadman

Mary Ellen? La voce era cos vicina da farmi sobbalzare. Era la signorina Steadman.

Eravamo alla settima settimana di lezione, subito dopo met semestre. Un tardo pomeriggio di inizio di novembre. Era buio e c'era il nevischio. La tutor sembrava mi stesse aspettando mentre entravo di corsa nell'atrio, il cappuccio del giaccone ancora tirato su, senza degnare di uno sguardo la cassetta delle lettere.

Ovviamente non c'era mai posta per Mary Ellen. Ma spesso trovavo volantini pubblicitari che per un attimo mi davano la crudele illusione che qualcuno mi avesse scritto.

Comunque non invidiavo le lettere delle altre ragazze. Avevo smesso di farci caso.

Di giorno le mie preoccupazioni si concentravano sullo studio. Cinque corsi. Cinque assistenti che facevano le esercitazioni. Che uno di essi fosse Ira Wolfman era solo una coincidenza.

Cercavo di non pensare ad altro. Cercavo di non attirare l'attenzione. Solo che non potevo essere maleducata con un adulto. E quindi non potevo evitare di fermarmi a parlare con la signorina Steadman, che mi aspettava sorridente sulla soglia del suo ufficio.

Mi lasci in pace! supplicavo tra me. Per favore. Lasciatemi in pace. Tutti.

Lo pensavo con tanta forza da stupirmi che gli altri non mi sentissero e si allontanassero.

Mary Ellen? Possiamo fare due chiacchiere?

Non potevo rifiutarmi. Rassegnata, entrai nel soggiorno della sua suite, che si apriva sulla pi piccola di due sale comuni dell'Acrady Cottage, dove c'era un mobile-televisore Philco con lo schermo pi piccolo che avessi mai visto: trasmetteva solo su tre canali, in un bianco e nero granuloso.

La sera alcune ragazze dell'Acrady Cottage guardavano la televisione su questo schermo ridicolmente piccolo. Talvolta la signorina Steadman, che sembrava aver bisogno di compagnia, la guardava con loro.

Ardis Steadman era una donna alta e snella che aveva la pelle chiara e i capelli e le sopracciglia color sabbia. La sua faccia esprimeva schiettezza, sorrideva spesso - mostrando gengive rosa pallido - e aveva grandi occhi marroni come quelli di un cerbiatto. Si era presentata come un'assistente dell'ufficio della presidenza per le studentesse. Stava finendo un dottorato in Amministrazione della Scuola Pubblica e doveva avere passato la trentina - o forse era pi giovane, essendo una di quelle donne che fin da ragazze vengono elogiate per la maturit e la responsabilit. Le mie compagne di stanza cercavano di evitarla, perch era gentile, d'accordo, ma di una noia micidiale.

In particolare la consideravano con sufficienza in quanto non era sposata - era una zitella.

(Una parola come zitella per me era nuova, dato che nel 23-SNA i matrimoni erano poco pi frequenti dei divorzi. Ma comprendevo il terrore che le era associato nella Zona 9.)

La signorina Steadman mi sorrise amichevolmente. Con il suo tono cordiale mi chiese come andassero le mie lezioni, e io mormorai delle risposte educate, cercando di sembrare briosa e positiva. Alla Wainscotia essere positivi era la parola d'ordine, ma fingere di esserlo andava al di l delle mie forze, e mi accorsi che la signorina Steadman non ci cascava.

Mi fece delle domande sulla mia borsa di studio, come se la cosa la interessasse particolarmente. (Avevo saputo che usufruivo di una borsa di studio statale; evidentemente nel 1959 le borse di studio Patria e Democrazia non esistevano ancora.) E spese parole di elogio per i miei insegnanti, soprattutto su A.J. Axel, che a Harvard aveva collaborato con il grande B.F. Skinner. Il professor Axel, mi disse, ha sviluppato un programma sperimentale per la cura dei comportamenti antisociali - intendo i comportamenti anormali', perversi' e sovversivi'. Con il Centro di Ingegneria Sociale, la Wainscotia University  all'avanguardia in questo settore. Ogni ottobre ci aspettiamo che il professor Axel vinca il premio Nobel. Vedrai che succeder presto.

Chiesi alla signorina Steadman che cosa intendesse per comportamenti anormali, perversi e sovversivi.

La signorina Steadman rimase un attimo in silenzio, mentre arrossiva quasi impercettibilmente. Intendo comportamenti vergognosi. Lo puoi immaginare anche tu, Mary Ellen, disse corrugando la fronte. O meglio, non puoi neanche immaginarli. Come non posso immaginarli neanch'io. Scosse la testa vigorosamente. Sono cose che riguardano soprattutto gli uomini. Ma il professor Axel sa come curarli.

E in che modo? chiesi.

Penso... con l'elettroshock, tagli corto la signorina Steadman.

Mi chiesi se anche Wolfman lavorasse al Centro. Era probabile, essendo un assistente del professor Axel. Ma sarebbe stato paradossale: un Individuo Esiliato incaricato di curare il comportamento antisociale!

La signorina Steadman spese grandi elogi anche per il preside del dipartimento di Filosofia, il professor Myron Coughland, secondo cui gli Stati Uniti cristiani del ventesimo secolo erano il culmine di un percorso evolutivo iniziato nell'antica Grecia. Il professor Coughland ha avuto un finanziamento governativo di centomila dollari per portare avanti il suo progetto di fondere etica e democrazia - il bene pi grande per il maggior numero di persone' - tenendo conto anche del cristianesimo, ovviamente. Anche se viviamo nell'era degli Sputnik, noi americani siamo molto diversi dai sovietici. Era anche sulla prima pagina del giornale studentesco, sono sicura che l'hai letto.

Mormorai un s. Forse avevo visto i titoli. Da quando ero in Esilio nella Zona 9, avevo cercato di colmare le mie tante lacune nella conoscenza della storia. Nei nostri corsi di Storia Patriottica non si parlava dei satelliti chiamati Sputnik che i russi avevano inviato nello spazio e delle armi nucleari di cui si erano muniti, dato che la Storia Patriottica trattava soprattutto delle continue minacce alla democrazia americana e dei suoi trionfi sugli innumerevoli nemici terroristi sparsi per il mondo.

 evidente che il nostro modo di vivere  il punto d'arrivo di un processo millenario e che gli uomini non sono mai stati cos civilizzati come adesso, non trovi? Come si fa a non essere d'accordo con il professor Coughland? Per questo motivo Dwight Eisenhower  il pi grande leader politico di tutti i tempi.

Sapevo poco della politica americana del 1959, se non che il presidente dal sorriso vacuo che si faceva fotografare mentre giocava a golf era stato un generale durante la seconda guerra mondiale ed era molto popolare, come il nostro presidente del 23-SNA, il cui indice di gradimento nei sondaggi, postato ogni mattina su Internet, oscillava tra il 95 e il 99 per cento.

A quanto pareva, nel 1959 esistevano due grandi partiti, il Democratico e il Repubblicano, che lottavano per il primato. Nel 23-SNA c'era solo il Partito Patriottico, fondato dai pi ricchi cittadini degli SNA, che nominava tutti i leader politici e giudiziari. I CV - i Cittadini Votanti, uno status determinato dal reddito - potevano esprimere il proprio voto per il candidato alla presidenza, rappresentato da un emoji sorridente associato a un nome, in una tornata elettorale unica; in mancanza di opposizione, il candidato del Partito Patriottico vinceva sempre. (Pap ricordava elezioni in cui c'erano due emoji. I votanti, nel segreto della cabina elettorale, erano liberi di votare a loro piacimento.)

(Durante le lezioni di Storia Patriottica ci avevano spiegato che, nei decenni passati, si spendevano centinaia di milioni di dollari per la campagna elettorale - qualcosa di sostanzialmente inutile, dato che a vincere era di norma il candidato che poteva spendere di pi; cos la procedura era stata modificata in modo da determinare quale membro del Partito Patriottico potesse avere accesso ai fondi pi ingenti; e sarebbe stato lui l'unico candidato del partito, senza bisogno di spendere nulla.)

Quanto desideravo potermi fidare della signorina Steadman, poterle confidare qualcosa della mia vecchia vita in quello che per lei era il futuro; ma anche se avessi osato violare le regole, la signorina Steadman non mi avrebbe creduto e avrebbe pensato che soffrissi di qualche disturbo.

Come avevo appreso a lezione di psicologia, gi nel 1959 era diventata una prassi diffusa quella di screditare gli individui ribelli sostenendo che fossero affetti da disturbi mentali e instabilit emotiva. Anche se di fronte a termini come personalit borderline mi chiedevo: chi controlla e definisce il limite?1

Con i suoi modi gentili ma ostinati, la tutor mi chiese se trovassi la logica una specie di rompicapo, come era capitato anche a lei, ai suoi tempi. Confermai, e la signorina Steadman mi disse: La logica non  una materia adatta a noi donne, come la matematica, la fisica e l'ingegneria. I nostri cervelli non sono idonei per questi calcoli.

Lo credevo anch'io? Era un modo di pensare autodistruttivo, oltre che sbagliato. Nel 23-SNA era un punto fermo che tutti i sessi fossero uguali; ne conseguiva che nessun sesso doveva essere sfavorito, e che nessuno doveva meritare privilegi solo per il suo sesso. Ma la mia obiezione non fu molto convincente, e la signorina Steadman pass oltre.

Di fatto, da quando ero nella Zona 9, mi sembrava che ci fosse qualcosa che non funzionasse nel mio cervello. Il microchip e il teletrasporto sembravano avere menomato le mie capacit intellettive. Cercare di risolvere gli esercizi di logica sul mio libro di testo era un supplizio, come se la logica fosse un virus da cui era impossibile liberarmi; e alla fine mi ritrovavo in uno stato di prostrazione. Avevo notato che nel dipartimento di Filosofia non c'era nessun professore donna, e che nella nostra antologia non c'era nessun filosofo donna. Era come se le donne non esistessero. Mi chiesi se un'immersione nella logica potesse avere come effetto una forte inclinazione al suicidio.

Di questo non feci parola alla signorina Steadman; mi limitai a dirle che, di tutti i corsi che seguivo, logica era quello che mi preoccupava di pi.

Vedrai che ce la farai, Mary Ellen! Ne sono sicura.

(D'accordo, era improbabile che non passassi l'esame. Nelle esercitazioni avevo sempre preso voti alti. Ma ero angosciata lo stesso. La logica insegna che accadono sempre pi disgrazie di quelle che sono semplicemente probabili.)

Secondo la signorina Steadman, la Wainscotia era all'avanguardia in ogni settore della ricerca accademica: filologia, matematica, sociologia, fisica. Non hai sentito parlare di Amos Stein? Sai che prima era a Princeton? Sembr delusa dalla mia ignoranza. Anche lui  stato di recente in prima pagina.  a capo del progetto Hoyle': fisici e matematici di primo piano che intendono confutare la teoria della relativit di Einstein. Per non dire della teoria del Big Bang', secondo cui l'universo sarebbe cominciato con un'esplosione e starebbe espandendosi rapidamente. Ma qui alla Wainscotia crediamo che l'universo sia infinito e immutabile, senza inizio e senza fine. Una creazione continua'. Se credi in Dio, non c' altra soluzione. Perch non ci pu essere qualcosa prima di Lui. Manca solo la dimostrazione matematica, ed  quello a cui stanno lavorando giorno e notte. Usano anche un calcolatore elettronico;  cos grande che occupa met del piano terra di Greene Hall. Il mondo della scienza  in attesa delle loro scoperte. E speriamo tanto che la Wainscotia diventi un luogo dove possano lavorare insieme fisici e matematici di tutto il mondo. Un'altra assurdit che ha detto Einstein  che tutto  relativo e che il tempo pu essere curvato. Come se Dio potesse curvarsi! Secondo il professor Stein  la tipica logica ebraica', fatta per confondere e non per chiarire.

La signorina Steadman parlava con tanta veemenza che aveva la saliva agli angoli della bocca, ma era indubbiamente coinvolgente. Non capivo nulla delle teorie di Einstein, e anche se avevo sentito parlare della creazione continua (era una teoria nata nel Midwest?), per me era ugualmente incomprensibile. Ma non potevo non associarmi alla sua speranza che la nostra universit riuscisse nel suo intento.

Ricordai che S. Platz aveva definito eccellente l'universit in cui sarei stata mandata. Sembrava cos speranzosa nei miei confronti! Una volta tornata dall'Esilio, avrei avuto una preparazione adeguata, e con voti alti avrei potuto aspirare a un buon lavoro e aiutare i miei genitori economicamente.

Vedevo profilarsi la mia vita dopo l'Esilio come un miraggio nel deserto. Se nel presente ero triste e sola, mi bastava pensare a questo miraggio per nutrire un po' di speranza.

La signorina Steadman intanto era passata a parlare di un eminente biologo della Wainscotia, Carson Lockett II, che aveva studiato a Oxford ed era il pi grande esperto mondiale di Alfred Russel Wallace, lo scienziato vittoriano che aveva anticipato le teorie evoluzioniste di Darwin, ma era andato oltre Darwin ipotizzando una creazione speciale per il cervello umano, che secondo Wallace non poteva essere emerso semplicemente dalla selezione naturale nel corso di milioni di anni. Il dottor Lockett e i suoi colleghi sono impegnati a confutare l'ateismo darwiniano con gli strumenti pi obiettivi, scientifici ed evoluzionistici', mi disse la signorina Steadman, prima di passare al poeta residente della Wainscotia, H.R. Brody. Avevo letto i suoi versi? Avevo visto una sua foto? H.R. Brody ha i capelli bianchi come Robert Frost. Scrive in rima e parla della natura. Come Frost. Scordati quelle strane poesie senza maiuscole di quel tipo, c.c. cummings - o  e.c. cummings? -, senza neanche una rima. Non ne capisco molto di poesia contemporanea, ma le poesie di H.R. Brody sono belle e hanno un senso.

Cercai di ricordare se nel 23-SNA, a scuola, mi avessero parlato di questo H.R. Brody. Non mi sembrava. Ottant'anni dopo era stato completamente dimenticato.

Sbaglio o sei interessata alla poesia, Mary Ellen?

Perch la signorina Steadman mi chiedeva una cosa del genere? Riuscii solo a balbettare un no.

In realt alle superiori avevo cercato di scrivere delle poesie. A inglese ci davano dei versi da completare:

Io non sono Nessuno! Chi sei ____?

Sei - Nessuno - anche ____?

Oppure:

Penso che non vedr mai

una poesia bella come un ____.

Le poesie sono fatte da stupidi come ____,

ma solo Dio pu fare un ____.

Le mie poesie erano molto pi goffe. I miei sonetti potevano finire al dodicesimo verso, i miei haiku richiederne un quarto.

Cercavo anche di scrivere dei racconti seguendo gli schemi delle Sette Trame Fondamentali che ci avevano dato insieme a elenchi di parole e di titoli raccomandati.

In biblioteca non potevamo prendere i libri classificati A (Adulti) e dovevamo limitarci a quelli GA (Giovani Adulti), che erano stati approvati dall'Ufficio Intrattenimento Giovanile, e che in realt sarebbero andati bene per le elementari. Un tempo i miei genitori avevano avuto libri A, ma io non li avevo mai visti.

Cercai di scrivere un fumetto i cui protagonisti erano solo animali. Ma i miei disegni erano goffi e infantili, e il lavoro, iniziato con tanto entusiasmo, pian piano si aren.

Quando mio fratello andava alle medie c'era stato un periodo in cui costruiva aquiloni di cartapesta. Erano sorprendenti: draghi, aquile, farfalle giganti. Non te lo saresti mai aspettato da uno come Roddy.

Per un po' l'avevo aiutato. Era bello fare qualcosa con lui invece che cercare di evitarlo. Anche i nostri genitori ne erano colpiti. Ma alla fine si stuf o si irrit per qualcosa, alz le spalle e disse qualcosa tipo: Tanto  solo una perdita di tempo.

La signorina Steadman mi stava sorridendo, come se si aspettasse che condividessi con lei qualche mia creazione poetica, ma pensai bene di rimanere in silenzio. Cos mi chiese se andassi d'accordo con le mie compagne di stanza. Risposi che erano molto gentili e mi erano molto simpatiche.

Be', sono contenta! Mi sembrano cos diverse da te, Mary Ellen.

Meno male! Le mie compagne di stanza sono degli zombie.

Per nascondere la mia sorpresa, sorrisi. (Nel Paese Felice sorridevo in continuazione.) Dalla signorina Steadman non mi aspettavo un'osservazione del genere.

Le tue compagne di stanza sono ragazze religiose, disse la signorina Steadman. Come tutte le ragazze che ci sono qui. Ma alcune di noi si sono chieste quale sia la tua chiesa preferita.

La tua chiesa preferita. Era un modo di dire insolito e coercitivo.

A dire il vero... ecco... io non vado in chiesa. Ma sono lo stesso una persona... religiosa.

 quello che pensavo, Mary Ellen. La signorina Steadman corrug la fronte, come se l'argomento (Mary Ellen Enright  una ragazza religiosa?) richiedesse una grave riflessione. E sei... cristiana?

Che sfacciataggine! In passato nessuno mi aveva mai chiesto una cosa del genere. Nel 23-SNA era dato per scontato che tutti i cittadini fossero cristiani, ma cristiano non significava molto di pi che cittadino degli SNA. Di certo nessuno parlava di valori cristiani come fare buone azioni, aiutare i meno fortunati, essere altruisti.

A volte, Mary Ellen, sembri un pochino... - la signorina Steadman cerc la parola adatta - ... triste. Le tue compagne hanno detto che devi avere nostalgia di casa.

No.

Be', meglio cos!

Gi era sconcertante che le mie compagne parlassero di me con la tutor, alle mie spalle, ma lo era ancora di pi che la tutor me lo venisse a dire.

Immagino che tu venga da molto lontano.

Che cosa intendeva dire la signorina Steadman? Cominciavo a essere a disagio.

(Che cosa sapeva di me la signorina Steadman?)

Quando arriviamo in un posto nuovo abbiamo tutte nostalgia di casa. Anche chi da anni  lontana da casa.

La signorina Steadman parlava in tono gentile, come se mi stesse incoraggiando a condividere con lei i miei sentimenti. Ovviamente, me ne sarei guardata bene!

Dall'atrio provenivano voci e risate. Non riuscivo a spiegarmi in che modo le mie compagne di stanza e le altre ragazze potessero trovare sempre qualcosa di divertente.

Dovevano essere davanti alle cassette delle lettere, ma non capivo che cosa avesse innescato tanta ilarit. Alcune sghignazzavano, altre erano in preda a risolini irrefrenabili. Erano quasi le diciotto: presto sarebbero andate in mensa per la cena. (L'Acrady Cottage era troppo piccolo per avere una cucina interna. La nostra mensa era uno stanzone assurdamente rumoroso a due isolati di distanza, dove maschi e femmine mangiavano insieme.) Di solito sceglievo un tavolo dove c'erano altre solitarie come me, mi immergevo nella lettura di un libro e facevo finta di non notare le mie compagne che mi invitavano a sedermi accanto a loro. La mia invisibilit era come una cappa magica che mi teneva caldo ma aggravava la mia solitudine.

Indossavo il pullover blu marino, troppo largo per me, sopra un dolcevita grigio; ai piedi, un paio di logori stivali di gomma. Mi chiesi se la signorina Steadman si fosse accorta che i vestiti dello scatolone non erano miei ma solo indirizzati a me e di seconda mano. E sapeva qualcosa di Mary Ellen Enright, al pari dell'infermiera Irma? Chi dirigeva la Wainscotia University doveva avere accesso a queste informazioni riservate.

O forse no. Forse quelli che vivevano nella Zona 9 non sapevano nulla del 23-SNA e delle sue procedure. Probabilmente sapevano solo che un decreto del Governo aveva mandato in mezzo a loro un individuo privo di famiglia e dal passato non meglio determinato.

Per quanto ne sapevano, Mary Ellen Enright era un'orfana i cui genitori erano morti in qualche guerra o per qualche calamit naturale. Perch avrebbero dovuto metterlo in dubbio?

Mentre la signorina Steadman parlava di nostalgia di casa, cominciai a pensare che voleva che le confessassi tutto, cos avrebbe potuto denunciarmi.

O magari voleva che mi fidassi di lei, e mi avrebbe consolato.

O magari era un'Esiliata anche lei!

Quest'ultima ipotesi mi sembrava la meno probabile. La signorina Steadman non sembrava il tipo che potesse macchiarsi di Tradimento.

Quanto odiavo essere intrappolata nei miei pensieri!

Se sei un'Esiliata, non riesci a pensare a nulla se non all'Esilio. Al contrario degli altri, non puoi dare per scontato niente della tua vita. Perch sono qui, quando mi porteranno via da qui, chi mi controlla, posso fidarmi di questa persona? E se mi denuncer? Quale sar la mia nuova punizione?

La signorina Steadman mi aveva chiesto da dove venissi. Una domanda del tutto normale e amichevole, per cui non riuscivo a trovare una risposta plausibile. Cercai di ricordare le Istruzioni. Ci che non era espressamente proibito doveva essere permesso.

P-preferirei non dirlo, signorina Steadman, balbettai.

La signorina Steadman mi guard stupita. Come mai? La sua sorpresa sembrava del tutto sincera.

 troppo doloroso. Mi spiace.

Spiace a me che lo sia. Mi avevano detto che eri venuta qui con una borsa di studio di un altro Stato, e pensavo tu fossi di New York, o del New Jersey...

Sono orfana, signorina Steadman. Non vengo da un posto in particolare. E anche i miei genitori adottivi sono morti.

Pronunciare queste parole fu uno shock. Anche se le avevo preparate, era la prima volta che le dicevo ad alta voce. Se qualcuno mi sta registrando, almeno non ho fatto errori, pensai. E se la signorina Steadman ha un dossier su di me, deve essere incompleto. O vuole che lo creda.

(Mi chiesi anche un'altra cosa: nel 1959 i registratori erano disponibili a chiunque? Era verosimile che la signorina Steadman stesse registrando questa conversazione? In quest'epoca primitiva esistevano alcuni apparecchi elettronici, ed era possibile che gli agenti statali ne fossero muniti.)

Nell'atrio erano entrate altre ragazze che facevano capannello davanti alle cassette delle lettere. Normalmente la signorina Steadman si sarebbe affacciata alla ricerca di qualcuna con cui chiacchierare, ma quella sera non lo fece.

Hai detto che non hai una famiglia, Mary Ellen? Ho capito bene?

S. Cio no, non ho una famiglia. Sono stata adottata e i miei genitori adottivi sono morti.

Lo dissi con la massima disinvoltura. Quasi quasi mi veniva voglia di ridere di fronte all'espressione solenne della signorina Steadman.

Che cosa triste, Mary Ellen! E quando  successo? Voglio dire, quando sono morti i tuoi genitori?

Quando? Non ne avevo idea. Le Istruzioni non mi avevano preparata a tali interrogatori. Dovevo improvvisare, come un attore cui fosse stato dato un copione molto vago.

Tanto tempo fa... credo. Non ho dei ricordi precisi.

 molto triste... e molto insolito.

Insolito che fossero morti i genitori adottivi di un'orfana, o insolito che un'orfana non ricordasse quando erano morti?

Quindi nessuno ti ha accompagnata qui? Hai fatto il viaggio da sola? La signorina Steadman era a disagio per le mie risposte smozzicate, eppure continuava l'interrogatorio. Sul suo viso solitamente schietto stava affiorando una specie di bramosia.

S. Da sola.

Viaggiare da sola, cos giovane! In effetti non mi sembrava di avere visto qualcuno con te, la prima sera. Sembravi molto... indipendente.

Indipendente! Sorrisi in modo vacuo.

Volevo aiutarti col tuo baule, ma mi hai detto che non avevi bisogno di aiuto. Ho pensato che fossi molto... precoce.

Baule? Di cosa stava parlando quella donna?

Com'era possibile che uno scatolone avvolto nel nastro adesivo venisse scambiato per un baule? A meno che, nel corso degli anni, all'Acrady Cottage ci fosse stata pi di una Mary Ellen Enright.

A quel punto la signorina Steadman si premur di dirmi che anche lei si era sentita sola appena arrivata all'universit - un college pi piccolo, ancora pi a nord. Ma alla fine aveva trovato delle amiche. Succeder anche a te, Mary Ellen.

Un augurio cui non replicai. Come se il mio compito fosse quello di scoprire le amiche nascoste nel campus, e se non ci fossi riuscita sarebbe stato un mio fallimento.

D'un tratto - dovevo avere perso un passaggio - la signorina Steadman stava parlando di mensa e di cibo.

Spesso dimenticavo di mangiare. O meglio, se potevo preferivo evitare la cucina della mensa. (Roba fritta, carne grassa, tinozze di pur grumoso, gelatine di frutta.) Le mie compagne di stanza se n'erano accorte e all'inizio si erano offerte di portarmi qualcosa, ma non le avevo incoraggiate.

Stasera ti andrebbe di cenare con me, Mary Ellen?

G-grazie, balbettai, ma ho cos tanto da studiare...

Intendo qui nel mio appartamento. Mi piace cucinare. Cose semplici. La signorina Steadman sorrise timidamente. Se vuoi, sei la benvenuta.

Grazie, ma... non penso di potere.

Allora un'altra volta, magari.

Con il tono di chi mi stava comunicando un segreto, la signorina Steadman aggiunse che l'ufficio del rettore le aveva fatto avere una relazione con i miei voti della prima met del semestre.

Alla menzione della parola voti impallidii.

Oh cara, non fare quella faccia! Sei andata molto bene. Il rettore tiene a controllare i voti a met semestre per vedere se c' qualcuno che ha dei problemi, cos da offrire un aiuto prima che sia troppo tardi. Ti chiedo solo di non dire niente a nessuno, perch sono informazioni confidenziali.

Cercai di sentirmi sollevata.

Hai preso tutte A, tranne A- in logica. Ottimo lavoro, Mary Ellen! Congratulazioni. La signorina Steadman mi sorrise. Se non mi fossi tirata indietro, mi avrebbe stretto entrambe le mani in uno slancio di entusiasmo adolescenziale. Sei al top dell'Acrady Cottage, che di solito  al top delle residenze femminili delle matricole.

Al top. Che cosa significava? Cominciai a sudare, perch a quanto pare la storia si ripeteva: senza accorgermene, stavo facendo la prima della classe.

Ma adesso le cose erano diverse. Ricevere un elogio era positivo, non un avvertimento. Almeno da parte di questa amichevole sconosciuta che non aveva idea di chi fossi.

I miei genitori sarebbero fieri di me, pensai.

Oh, Mary Ellen! Adesso non devi piangere!

N-non sto piangendo.

Avevo la faccia che scottava. Non vedevo l'ora di fuggire.

Sulla soglia del soggiorno, la signorina Steadman mi chiese se mi piaceva la musica da camera e le risposi che s, mi piaceva, dato che mi sembrava una risposta ragionevole, anche se avevo un'idea vaga di cosa fosse, immaginando che si trattasse di musica per strumenti come pianoforte, organo e clavicembalo suonata in stanze speciali. Se mi interessava, mi disse, venerd sera all'auditorium ci sarebbe stato un concerto per quartetto d'archi con pezzi di Bach, Brahms e Ravel; lei ci sarebbe andata e aveva un biglietto in pi, se ero interessata.

Prima potremmo andare a cena in un ristorante in Moore Street.

Notando la mia reazione allarmata, la signorina Steadman si affrett a dirmi che ovviamente avrebbe offerto lei. Solo se sei interessata, Mary Ellen. So che passi tutto il tempo a studiare.

Le dissi che mi interessava. Volevo imparare pi cose possibili, a partire da cosa fosse la musica da camera.

Al tempo stesso, non volevo passare altro tempo con la signorina Steadman. Non volevo rischiare di entrare troppo in confidenza con un'altra persona. E in fin dei conti non mi fidavo di lei.

Allora buona serata, Mary Ellen. Mi ha fatto piacere parlarti, finalmente.

Finalmente. Che cosa significava?

Corsi nella mia stanza, grata di essermela cavata senza aver detto nulla che avrebbe potuto essere usato contro di me.

Crollai sul mio letto, esausta. Grazie a Dio le mie compagne erano in mensa.

Vuole solo essere mia amica, pensai. Perch non posso fidarmi di lei?

1 Border, in inglese. (N.d.T.)

L'incantesimo

La verit era che nella mia vita emotiva non avevo tempo per nessuno se non per Ira Wolfman. Non avevo tempo di fantasticare su nessuno se non su Ira Wolfman.

Come una piccola cometa nella scia di una cometa pi grande, incapace di resistere al suo campo gravitazionale, caddi sotto l'incantesimo di Ira Wolfman.

Il microchip nel mio cervello mi impediva di ricordare i miei genitori. Non potevo visualizzare le mie amiche pi care. E durante le mie notti insonni cominciai a pensare a Wolfman in modo compulsivo.

Sa chi sono. E presto si accorger di me.

Ma quando? Pass una settimana dopo la met del semestre. E poi un'altra settimana.

Durante la lezione del professor Axel, Wolfman era seduto in prima fila, in fondo a sinistra entrando dal retro. Non volevo distrarlo mettendomi accanto a lui o in una posizione in cui avrebbe potuto intercettare il mio sguardo, cos rimasi ben indietro, ma senza perdere di vista il suo profilo. Di fatto lo contemplavo ipnotizzata mentre A.J. Axel discettava delle differenze tra condizionamento pavloviano e condizionamento skinneriano e delle implicazioni utopistiche del concetto di rinforzo del comportamento. A un certo punto Wolfman si gir per guardare gli studenti, quasi tutti matricole, cosa che in precedenza non mi pareva avesse mai fatto.

Mi stava cercando? Nella mia ingenuit volli sperare di s.

Nel frattempo vedevo in atto una tipica risposta pavloviana: quando Wolfman si girava, il cuore mi sobbalzava nel petto, e una sensazione di paura venata di intenso piacere - o una sensazione di intenso piacere venata di paura - mi attraversava come una scarica elettrica. Mi sentivo al tempo stesso molto felice e sul punto di svenire.

Comunque, anche se gli occhi di Wolfman si posavano su di me - veloci, con un'espressione contrariata -, lui non sembrava desideroso di vedermi. Avvertivo un indiscutibile rifiuto. E tutta la mia eccitazione si sgonfiava, come aria che esce da un palloncino.

Un'altra risposta pavloviana.

Notai che mentre Wolfman era pi che gentile con altre studentesse delle esercitazioni, di cui era improbabile che conoscesse il nome, sembrava non riconoscermi mai quando ci incrociavamo a lezione dal professor Axel o nel corridoio fuori. Sembrava ostinatamente cieco all'esistenza di Enright, Mary Ellen.

Doveva per forza essere una cosa voluta. Deliberata.

Durante le nostre esercitazioni, Wolfman cominci a essere meno controllato di quanto sembrasse all'inizio del semestre. Anche se era sempre preparato con appunti, libri fitti di annotazioni e una riserva apparentemente inesauribile di racconti di esperimenti, spesso appariva distratto, come se avvertisse... che cosa? La presenza di un nemico, di una spia? Era teso, sulle spine. Fumava una sigaretta dopo l'altra. (Nella Zona 9 era normale che i professori fumassero in classe; e anche gli studenti fumavano ovunque, come se fosse un diritto naturale. Nei locali comuni era sempre sospesa una nebbiolina opaca. Possibile che nessuno fosse al corrente dei danni del tabacco e del fumo passivo? Nessuno associava il cancro ai polmoni a tutto questo fumo? Dopo essere stata sottoposta per qualche giorno a queste usanze barbariche, avevo imparato ad arrivare in anticipo in aula per sedermi vicino a una finestra o a una porta che si potesse socchiudere. Non sarei mai riuscita a soffocare i miei colpi di tosse mentre nuvole di fumo tossico aleggiavano all'interno di locali in cui per quasi un'ora erano intrappolati quelli che come me non fumavano. Era tipico della Zona 9 che i non fumatori non osassero mai lamentarsi. Se sventolavamo una mano davanti alla faccia, doveva essere con un'aria di scusa, dato che le nostre proteste silenziose ci inimicavano i fumatori, che erano la grande maggioranza.)

Wolfman era un insegnante dinamico, sempre in movimento. A lezione scriveva freneticamente sulla lavagna. Percorreva a grandi passi la stanza, che era pi larga che profonda, con lunghe file di sedie; e mentre si rivolgeva agli studenti poteva non vedermi, dato che ero sempre all'estrema sinistra, ai margini del suo campo visivo.

In pratica trovavo affascinante tutto quello che diceva. Compresi articoli e congiunzioni. Era come se scoperchiasse il cranio umano e ci mostrasse i meccanismi del cervello. Ci parlava di caratteristiche di piante e di animali che erano il risultato di una lunga evoluzione nel corso dei millenni - per esempio la bioluminescenza. (E se pensate che la bioluminescenza non sia importante, diceva Wolfman, immaginate quanto sarebbe faticoso accoppiarsi per le lucciole.) Ci raccontava che all'inizio Darwin non capiva la funzione di qualcosa di cos apparentemente bizzarro come la coda del pavone maschio, ma poi aveva intuito che il suo sfoggio fosse collegato alla selezione naturale: Per quanto intelligente, in prima battuta Darwin non colse l'analogia tra la coda del pavone e la moda maschile del diciottesimo secolo - parrucche, pizzi, vestiti di raso e addirittura trucco sul viso. Era troppo vittoriano. Quanto era entusiasmante per me, che avevo sempre avuto insegnanti grigi, cauti, timorosi e neanche tanto colti o intelligenti, sentire parlare una persona brillante come Wolfman. Avrebbe potuto parlare di qualunque cosa.

Chi sogna  sempre convinto di essere sveglio, per quanto surreale possa diventare il suo sogno, ci disse durante una lezione memorabile.  una cosa del tutto normale. Ma si pu fare un esperimento. Quando state sognando e credete di essere svegli, provate a ricordarvi questo. Provate a guardare in lontananza. Fuori da una finestra, se nel vostro sogno c' una finestra. Nel sogno non vedrete i particolari che vedete adesso - le foglie, per esempio; i disegni intricati dei rami. Sono sicuro che nei sogni non ci sono neanche le nuvole. E se nel vostro sogno cercate di leggere qualcosa, scoprirete che non  possibile - al posto delle parole stampate ci sar un groviglio di geroglifici, o semplicemente niente. Mettetevi davanti a uno specchio, se potete: non vedrete alcun riflesso. In sogno non c' nessun io, solo impulsi neuronali. E ci sono modi per avere la certezza di dormire o di essere svegli: che  lo stato in cui siete adesso. Mi sentite?

Wolfman fece schioccare le dita rumorosamente. Gli studenti risero con un certo disagio. Parlava seriamente o ci stava prendendo in giro? Le sue battute erano divertenti solo se non le analizzavi con attenzione.

In un'altra occasione ci disse: Non sto scherzando, signori. Quando ridete, chiedetevi perch state ridendo.

Pian piano iniziai ad alzare la mano e a cercare di rispondere alle domande di Wolfman. A volte mi dava la parola - S, signorina Enright? - e a volte mi ignorava. Ogni volta che alzavo la mano, ogni volta che parlavo, ero in fibrillazione. Mi tremava la voce. A volte non riuscivo neanche a parlare. Eppure insistevo e mi buttavo. Nulla avrebbe potuto scoraggiarmi.

Certo, non sembrava normale che una ragazza dovesse intervenire con tanta frequenza e puntiglio. Anche Wolfman a volte sembrava contrariato. Pu bastare. Per adesso.

Mi chiedevo quando Wolfman mi avrebbe invitata a parlare con lui nel suo studio dopo la lezione. Non volevo presentarmi senza un invito.

Ha paura di me, pensavo. Rischiamo entrambi.

Ma sa chi sono, pensavo.  l'unico.

All'inizio del semestre Wolfman mi aveva ignorato. Per lui sembrava che quasi non esistessi. Non perch avesse riconosciuto in me una sua simile, un'Esiliata. Ma perch, in quanto matricola, aveva scarso interesse per me.

Con le tre ragazze del nostro gruppo aveva sempre avuto un atteggiamento cortese e paternalista. Mai malizioso o crudele. Al contrario di altri insegnanti che a lezione facevano commenti sessisti (un concetto, quello di sessista, che presto scoprii essere sconosciuto nella Zona 9, dato che qui il sessismo era ovunque, come l'aria; casomai era questione di gradi), Wolfman non era mai offensivo. Solo che nel campo della psicologia la donna era afflitta da una specie di comica irrilevanza (tranne che nel campo delle patologie e delle malattie mentali, dove alle donne veniva riservata la stessa attenzione che agli uomini). Nel nostro manuale gli esempi erano unicamente di soggetti maschili; i modelli degli psicologi comportamentisti erano gli uomini. Gli esperimenti di cui parlava il professor Axel non coinvolgevano mai donne, e solo una volta discusse di qualcosa di specificamente femminile: madri fredde e distaccate erano ritenute all'origine dell'autismo nei bambini.

Durante l'esercitazione del giorno dopo, alzai la mano per chiedere a Wolfman: Ci sono delle prove scientifiche per concludere che le madri cattive' causano l'autismo?

Wolfman rimase interdetto. L'ora era appena cominciata. Non pot fare a meno di guardarmi.

Cerc di sfoggiare il suo sorriso cordiale, ma notai un certo impaccio.

Rispose che, onestamente, non era un esperto. La psicologia infantile non era il suo campo, e neanche le teorie freudiane. Gli piaceva pensare che ci fosse una base sperimentale dietro quell'osservazione informale del professor Axel, ma non poteva giurarci.

Comunque  una buona domanda, signorina Enright.

Gli altri studenti mi guardarono con un certo stupore. Doveva essergli sembrato ridicolo che una matricola mettesse in discussione l'autorit del professor A.J. Axel.

 solo che non riesco a immaginare una situazione sperimentale in cui degli psicologi abbiano osservato un rapporto madre-figlio in un certo arco di tempo. Non siamo di fronte a una semplice inferenza? E che dire del ruolo del padre? Per capire se una madre  stata fredda e distaccata nei confronti di un bambino autistico, avrebbero dovuto vivere con loro tutti i giorni...

Adesso stavo decisamente esagerando. In aula si percepiva un moto crescente di disagio e di disapprovazione. E Wolfman era evidentemente stupito dalla lunghezza del mio intervento, cos diverso da quello dei rari studenti che si azzardavano a farne.

Eppure, dato che mi trovavo nella Zona 9, nel 1959, mi ero premurata di parlare in modo femminile, sommesso e non polemico, per non dare l'impressione di essere una provocatrice.

Wolfman riconobbe che la mia era un'obiezione sensata. L'autismo  una patologia di cui sappiamo ancora poco. E dovendo ipotizzare una causa, perch dare la colpa alla madre e non presupporre un deficit neurologico? Ha ragione quando dice che in questo caso  difficile condurre esperimenti come quelli su cui si basa la psicologia comportamentista. Ed  per questo che  Skinner, e non Freud, il pi grande scienziato del ventesimo secolo.

Da Wolfman non me lo sarei aspettato. Era come se, per cambiare argomento, avesse cancellato un'equazione dalla lavagna.

Ma... ma... se il comportamentismo non cerca neanche di misurare la soggettivit, significa che la soggettivit non pu essere studiata dalla psicologia?

Significa solo che quella che lei chiama soggettivit'  soggettiva' e non pu essere dimostrata oggettivamente. Il comportamentismo si concentra su ci che  oggettivamente determinabile.  per questo che funziona.

Il tono di Wolfman si era fatto brusco. Stava dando voce all'ortodossia skinneriana. E il nostro dibattito era durato fin troppo.

Avrebbe potuto dirmi: Se le interessa proseguire la discussione, dopo passi pure nel mio studio.

Invece cominci a trattare un altro argomento. Per il resto dell'ora non mi chiam, e io non alzai la mano per parlare.

In ogni caso, quando suon la campanella ero al settimo cielo. Mi rispetta! Per lui sono pi di una semplice matricola!

In realt ero come un palloncino mezzo sgonfio, che non vola in alto ma rimbalza per terra quando soffia un po' di vento. E quando alla fine rimane impigliato in un cespuglio, addio palloncino. Rimane solo un pezzo di gomma, che nessuno ricorda pi che cosa fosse.

 questo il destino di euforia, gioia, speranza?

B.F. Skinner non lo sapeva.

Caro professore,

la amo.

Sinceramente,

Mary Ellen Enright

P.S. Non c' bisogno che mi risponda.

Quando ero sola, non facevo che pensare a Wolfman. Era ovvio che volesse vedermi: aspettava solo che io facessi la prima mossa.

Era una gioia scrivere assurdi bigliettini d'amore indirizzati a lui, piegarli fino a farli diventare minuscoli quadratini e nasconderli in fondo ai cassetti della mia scrivania.

Era un incantesimo, un narcotico. Un incantesimo sotto cui era impossibile essere tristi.

Ma la mia devozione a Wolfman non era disinteressata. No. Pensavo sempre che, se anche Wolfman era in Esilio, in qualche modo avrebbe potuto aiutarmi. Lo volevo credere.

E cercavo di ignorare la diffidenza che leggevo nei suoi occhi quando mi incrociava.

Non lo vedi che non vuole nessun tipo di rapporto con te?

In realt non vuole neanche vederti.

Se in passato non mi trattenevo mai dopo le lezioni per parlare con altri studenti o ascoltare le loro osservazioni, adesso agognavo sentire commenti su Ira Wolfman. Qualunque cosa. Il solo fatto di sentire il suo cognome, preceduto o no da dottor, mi ipnotizzava.

Ero stupefatta che non tutti lo ammirassero. Anzi, spesso sembrava suscitare irritazione. Le sue valutazioni, il suo sarcasmo, il suo lessico ricercato... Wolfman non era un tipo alla mano come certi altri professori che scherzavano con i propri studenti, da cui non si aspettavano molto.

Certo, alcuni lo tenevano in grande considerazione. Brillante. Acuto. Intellettuale. (Curioso come nel 1959 il termine intellettuale avesse una connotazione positiva.) Per me erano preziosi anche i commenti sciocchi di alcune mie compagne di corso sul suo aspetto e il suo modo di vestire. Molto stiloso. Si vede che  di New York.

Sarebbe un vero rubacuori se non fosse cos spocchioso...

Ovviamente deve essere ebreo.

Ebreo? Lui?

Ci puoi giurare. Una volta avevano dei cornetti sulla fronte, ma col passare dei secoli non si vedono quasi pi.

Ebreo? Non ci avevo pensato.

Wolfman. Ira Wolfman. Il mio amore.

Pertanto non potevo non essere la pi brava nelle sue esercitazioni. Non solo: speravo di essere la migliore degli oltre duecento studenti di Psicologia 101.

Signorina Enright! Il professor Axel e io siamo molto impressionati... Ci piacerebbe incoraggiarla a laurearsi in Psicologia.

Spesso passavo davanti al suo studio durante le ore di ricevimento. Dentro c'era sempre qualcuno, e la porta con i vetri satinati era chiusa. Dovevo trattenermi per non appoggiarci sopra l'orecchio in modo da capire se fosse uno studente o una studentessa. Ma per quanto amareggiata, ero sollevata all'idea di non essermi resa ridicola.

Il corridoio al primo piano di Greene Hall era sempre affollato. Venivo urtata da studenti che correvano a lezione. Per darmi un tono, fissavo il pannello su cui erano attaccati annunci di conferenze e seminari, bandi per borse di studio, pubblicit di master presso altre universit.

Mi chiedevo se fossi davvero tagliata per la psicologia. E se un giorno sarei potuta andare anch'io a uno di quei master. (Ma quando? E dove?) E se, nel mio Esilio, potevo sperare di combinare qualcosa.

Ricordai le parole di S. Platz, secondo cui la Wainscotia era un'eccellente universit. Dopo la laurea, una volta tornata dall'Esilio, avrei fatto studi supplementari per poter lavorare negli SNA. Cos volevo credere.

Eppure, davanti allo studio di Wolfman, quella che provavo era disperazione. Che cosa mi aveva portato l? Che cosa speravo di ottenere da Wolfman? Il suo rispetto, la sua amicizia? Il suo amore? Il suo aiuto per fuggire dall'Esilio? (Ma per andare dove? Adriane Strohl non era ancora nata.) Non avevo alcuna idea di chi fosse veramente dietro la sua carismatica personalit pubblica, che (dovevo ricordare) era solo una maschera. Mi sentivo disorientata e confusa. Abbandonata. Se uno sconosciuto mi avesse dato un colpetto sulla spalla dicendomi: Seguimi. La tua condanna  cambiata. Adesso verrai cancellata, lo avrei seguito senza opporre resistenza.

Non sapevo se stessi aspettando di vedere il ricercatore che teneva le mie esercitazioni, come altri iscritti a Psicologia 101, o rimanessi in corridoio sperando di non essere travolta. Le mie notti insonni e le mie lunghe giornate di studio mi lasciavano paralizzata, come una palla che - dopo essere stata lanciata con forza - rotola, rotola, e alla fine si ferma.

Uno studente usc dallo studio di Wolfman scuro in volto, con un foglio in mano, e si allontan. E poi sulla soglia si affacci Wolfman, sbadigliando, per vedere se ci fossero altri studenti in attesa.

Quando mi vide sembr trasalire. Anzi, nel suo sguardo colsi disagio. Signorina Enright. Salve.

La sua voce di solito spumeggiante era piatta e distaccata. Come se mi pregasse di andarmene.

Lo salutai con un cenno, sentendomi improvvisamente bloccata dalla timidezza.

Voleva vedermi, signorina Enright?

N-no. Grazie.

Davvero? Sicura? Wolfman sembrava al tempo stesso seccato e divertito.

Mi girai e in pratica fuggii. Come se fossi una palla a cui lui avesse dato un calcio.

Quell'incontro mi turb profondamente. In seguito mi chiesi se anche lui si fosse sentito cos.

Orfana

Era imbarazzante, ma avevo seguito Wolfman, abbastanza distante (speravo) perch non se ne accorgesse. Non volevo metterlo in allarme o farlo arrabbiare, ma non potevo stare lontana da lui.

Ero convinta che mi avesse riconosciuta. Appartenevamo alla stessa categoria. Due Esiliati.

Nel corso di Letteratura Inglese avevo conosciuto le poesie dei romantici e appreso il concetto di anima gemella. Per me Wolfman era esattamente questo.

Una volta Ira Wolfman lasci Greene Hall da un'uscita laterale accanto al suo studio insieme ad altri due giovanotti che dovevano essere colleghi che lavoravano con lui al laboratorio di Psicologia Sperimentale diretto dal professor Axel, di cui ci parlava spesso a lezione. Finch era con loro, Wolfman sembrava rilassato e di buon umore; parlava quasi sempre lui, mentre gli altri ridevano; in situazioni del genere tendeva a essere la personalit dominante. Ma appena lasci i suoi colleghi, la sua espressione cambi come ghiaccio che si scioglie, diventando seria e cupa.

Come uno che  in Esilio. Che  lontano da casa.

Mi fermai in un androne abbastanza lontano perch fosse improbabile che mi vedesse. Quanto avrei voluto chiamarlo - Dottor Wolfman, salve! Posso fare la strada con lei?

Ovviamente non sarei mai stata cos sfacciata.

Adesso aveva raggiunto la sua bicicletta. Infil la valigetta nel cestino, tolse la catena e si allontan pedalando.

Possibile che non avesse la macchina?

Non potendo mettermi a correre, riuscii solo a fare un paio di isolati prima di perderlo di vista in mezzo al traffico.

Nella Zona 9 i ciclisti non indossavano mai il casco. Trovavo stupefacente che una persona come Wolfman, che conosceva cos bene la fragilit e i misteri del cervello umano, esponesse la sua testa al rischio di danni irreparabili.

Ero perplessa. Forse era un segno che Wolfman, in realt, apparteneva al proprio tempo. Mi ero immaginata tutto? I miei non erano altro che deliri?

Feci per attraversare la strada senza badare se arrivasse qualcuno. Una macchina inchiod davanti a me facendo stridere i freni.

Guarda dove metti i piedi, cretina! grid una voce maschile.

Fu come se rimproverasse il mio ingenuo struggimento. Ma non mi avrebbe dissuasa.

Cercai nell'elenco telefonico, ma non c'era nessun Wolfman, Ira - e nessun Wolfman, se per questo.

Il che significava che Wolfman non aveva il telefono. O che Wolfman aveva un numero privato.

Nel 1959 la gente era stranamente isolata. Se qualcuno non era nell'elenco telefonico, diventava quasi impossibile trovarlo.

Se volevo sapere dove abitava Wolfman, dovevo seguirlo a piedi. In che modo, non ne avevo idea. E se avessi visto dove abitava, che cosa avrei fatto? Avrei bussato alla porta? Lo avrei aspettato in strada? E per quanto tempo?

Ero disperata, anche se con una parte del mio cervello capivo quanto fossi irrazionale. Come un topo in un labirinto che corre sempre avanti, senza mai voltarsi, spinto da un appetito che non pu essere saziato. Eppure la convinzione che fosse la mia anima gemella era incrollabile.

Dato che non sembrava avere una macchina, Wolfman doveva vivere non lontano dal campus. Probabilmente in un appartamento in affitto.

Mi chiesi se vivesse con qualcuno. Ebbi un brivido all'idea che stesse con una donna. O, peggio, che fosse sposato.

Un Esiliato che  anche marito e padre?

Non sembrava probabile. La procreazione era proibita.

(Che termine freddo e clinico - procreazione. Se pensavo ai miei genitori, mi veniva spontaneo dire che avevano avuto dei bambini.)

(Pensare a loro mi faceva venire sempre voglia di piangere. Oltre al senso di perdita, mi sembrava di averli delusi.)

(E chiss se sapevano che ero viva. Forse Roddy lo sapeva e poteva dirglielo. O farglielo capire.)

Nella Zona 9 non era cos facile trovare informazioni su un'altra persona. Ira Wolfman non era una figura pubblica e probabilmente non avrei trovato una scheda su di lui nel catalogo della biblioteca universitaria. Comunque decisi di iniziare le mie ricerche tra quei lunghi e scomodi cassetti, sotto la voce PSICOLOGIA - XX SECOLO. Con mia sorpresa scoprii che Wolfman, Ira era autore di numerosi articoli apparsi su riviste dirette da A.J. Axel. Ma su di lui non c'era alcuna informazione personale.

Come mi sembrava strano quell'enorme edificio pieno di libri. Nella mia vita precedente tutti usavano e-book, e solo di rado oggetti cartacei; nel 23-SNA lo Stato controllava ogni comunicazione e trasmissione di dati, per cui era impossibile accedere a qualcosa che non fosse stato approvato dall'UISI (Ufficio Informazioni della Sicurezza Interna). E le riviste e i giornali che avevano passato il filtro della censura erano solamente online, al contrario delle migliaia di pubblicazioni disponibili qui, nel 1959.

Era una cosa strana e bella: era impossibile che il Governo controllasse tutte quelle pubblicazioni. Al tempo stesso per me era un mistero che qui, nella Zona 9, ci fosse tanta libert - e che non venisse percepita come tale.

In quanto studentessa, ero spesso in biblioteca - un tipo di edificio che nel 23-SNA non si usava pi; quelle vecchie erano state convertite a usi pi pratici.

La biblioteca universitaria era un'antica costruzione di arenaria rossiccia, con una cupola, un'ampia scalinata e imponenti colonne; di notte, la cupola illuminata si vedeva a miglia di distanza. Davanti c'erano la cappella, l'edificio dell'amministrazione e l'aula magna: era la parte del campus detta storica, che nasceva da una concessione federale del 1831. Accanto c'era la facolt di Scienze, con ali pi recenti dedicate a Fisica, Chimica, Matematica, Psicologia; nell'era atomica, era la facolt che si stava sviluppando pi rapidamente.

Dovunque c'erano alberi di cui stavo imparando i nomi: querce, olmi, pini, betulle; un albero particolarmente bello come il suo nome: il ginepro. I sentieri attraverso gli alberi a volte erano di terra battuta. Al margine del campus c'era un arboreto collinoso che si estendeva per vari acri. (I miei compagni di corso non ci andavano mai. Perch avrebbero dovuto? Era troppo lontano, e non c'era niente da fare se non camminare. Gli bastavano i continui saliscendi del campus. Mentre io avevo il timore irrazionale di allontanarmi troppo dal mio epicentro e di attirare l'attenzione dei miei invisibili controllori.)

Alla Wainscotia c'erano pi di novemila studenti, eppure il campus era immerso nella natura. All'alba si vedevano cervi brucare nei prati. Era comune avvistare tacchini selvatici, fagiani, volpi, procioni. Si diceva che nei dintorni ci fossero anche orsi bruni. Tutte creature che conoscevo, ma che avevo sempre visto come immagini virtuali.

Appena arrivata, mi era sembrato di sognare, tanto la Wainscotia era irreale e disorientante. Questo  un luogo virtuale, avevo pensato. All'Ufficio di Comunicazione Mediatica, dove lavorava mio fratello, c'erano hacker esperti che erano stati riconvertiti dal Governo per creare AVI (Ambienti Virtuali Immersivi) cos realistici da ingannare chiunque. Nel campo degli AVI era emerso un settore di ricerca che si occupava di far sembrare che i suoni virtuali venissero dall'esterno e non dall'interno della testa; immagino che lo stesso succedesse con gli ambienti. (In seguito alla devastazione di gran parte del Nord America, si era manifestato il bisogno di paesaggi virtuali; anche le caste pi alte investivano su di essi.) Alla Wainscotia non potevo scacciare l'impressione che, appena voltavo le spalle al nucleo storico, questo si dissolvesse come inchiostro nell'acqua.

Mi chiedevo, per altro, se con il passare del tempo questo luogo avrebbe cominciato a sembrarmi reale. E se in esso avrei potuto addirittura trovare conforto.

All'inizio i libri mi erano sembrati molto strani. Oggetti fatti di carta e di cartone pensati per essere letti. Sembrava scomodo e dispendioso dovere tenerli in mano (dato che per leggere era necessario girare le pagine). Inoltre potevi portartene con te cinque o sei al massimo, mentre su qualunque e-book avevi accesso a migliaia di testi. Ma poi scoprii che se saltava la corrente potevi continuare a leggere - il libro che tenevi in mano non scompariva ma continuava a esistere. La cosa curiosa era che, mentre lo toccavi e lo leggevi, sentivi una connessione intima con esso, come se fosse un essere vivente - cosa che non capitava con un e-book; quando lo finivi, lo archiviavi o lo cancellavi; non c'era alcuna emozione, alcun senso di possesso. Non potevi vederlo su uno scaffale o su un tavolo, non potevi ammirare com'era fatto. In pratica, veniva cancellato.

Quanto avrei voluto chiedere a Ira Wolfman che cosa pensasse di queste cose. Era possibile trovare conforto e felicit quaggi?

Oh, il dottor Wolfman! S. Abbass la voce, di modo che potessi sentire solo io. Lui  un caso a parte.

Con il pretesto di trovare un lavoro part-time nel dipartimento di Psicologia, compilai un modulo e lo consegnai all'amichevole segretaria, una giovane donna sposata che rispondeva al nome di Bethany. Le dissi che doveva essere interessante lavorare a stretto contatto con persone brillanti come il professor A.J. Axel e il suo assistente dottor Wolfman, e le chiesi espressamente di quest'ultimo, dato che seguivo le sue esercitazioni. Bethany mi disse che il dottor Wolfman era considerato il pi promettente tra coloro che lavoravano con il professor Axel. E in tono confidenziale, come se non trovasse strano che le chiedessi pi cose su Wolfman che su Axel, mi raccont che era alla Wainscotia da cinque o sei anni; che viveva da solo, e a quanto si sapeva passava tutto il tempo a lavorare; a volte veniva invitato a feste del dipartimento, ma si faceva vedere di rado. Ma quando  il professor Axel a invitarlo a cena a casa sua, allora non pu rifiutare. Bethany rimase un attimo in silenzio e poi abbass di nuovo la voce. Non ha una fidanzata. Lo si vede in giro solo con persone del dipartimento.  sempre solo.

Forse Bethany aveva capito che ero innamorata del mio insegnante di psicologia. Tali emozioni sono difficili da mascherare in una diciasettenne. Avevo visto la giovane donna lanciare un'occhiata alla mia mano sinistra (priva di anelli) con una sorta di premura da sorella.

E cos trovai il coraggio di continuare la mia indagine: di dove era originario Ira Wolfman? Qualcuno aveva mai visto i suoi famigliari?  per questo che Wolfman ha sempre quell'aria triste, disse solennemente Bethany. Ho saputo che  un orfano, non ha mai conosciuto sua madre. Ma la cosa ancora pi triste  che le persone che lo avevano adottato sono morte anche loro, in un incidente d'auto. Credo che venga da lontano, dalla costa atlantica - forse da New York. Ma da quello che dice lui stesso, la sua casa  qui.

All'improvviso

Quella notte, in sogno, un ricordo improvviso.

Dopo aver saputo che Ira Wolfman era un orfano in Esilio come me.

A volte, nella Zona 9, c'erano questi flash di memoria imprevisti, come lampi di calore che illuminano il cielo notturno per un secondo e poi scompaiono in silenzio.

E quella notte d'un tratto ricordai quando avevo tre o quattro anni e stavo passeggiando con i miei genitori mentre nevicava. Mamma da una parte e pap dall'altra mi stringevano le manine inguantate, e i fiocchi di neve mi pizzicavano la faccia, facendomi ridere. Quando ci fu una folata vento, pap si mise davanti a me per ripararmi e mamma mi sistem il berretto di lana in testa. Ferma, tesoro. Lascia che ti rifaccia il nodo.

Cos mi bloccai, alzai la testa e...

(Cosa successe in seguito? Nulla!)

(Il ricordo finiva bruscamente, come se venisse spenta la luce.)

(E non c'era modo di tornare indietro. Mi svegliai nel mio letto al terzo piano dell'Acrady Cottage, in una stanza buia, con altre tre ragazze che dormivano, russando leggermente o mormorando nel sonno. Mi morsi il labbro per non piangere. Mi dissi che avevo perso i miei genitori, ma solo temporaneamente. E nel frattempo avevo trovato la mia anima gemella: Ira Wolfman.)

La negazione

Il mio nome non  Mary Ellen Enright'. Mi chiamo...

No. Non me lo dica.

Wolfman si premette le dita sulle orecchie. Un gesto che mi ricordava mio padre - al tempo stesso giocoso e serio.

Non vuole che glielo dica?

No. Non voglio che me lo dica.

Ero nell'ufficio di Wolfman. Alla fine, dopo uno scambio di battute in aula, mi aveva chiesto di vederlo.

(Non era una cosa insolita. Spesso Wolfman invitava gli studenti a seguirlo nel suo studio, se avevano delle domande da fare. Ma aveva sempre evitato di invitare me.)

Adesso lo ammetter, pensai.

Ero molto emozionata e preoccupata. Perch le Istruzioni erano chiare: all'IE  proibito identificarsi.

La violazione di questa regola avr per effetto l'immediata Cancellazione dell'IE.

Quella settimana, dopo le lezioni del professor Axel, Wolfman trattava delle dinamiche di rinforzo nella psicologia comportamentista - in che modo la presenza di uno stimolo aumenta la frequenza di una risposta in esseri umani, ma anche in scimmie, topi e piccioni. Sulla lavagna tracciava grafici e scarabocchiava equazioni. Non bastava dimostrare che gli esseri viventi erano automi, quando si parlava di condizionamento operante, ma i termini del condizionamento potevano essere ridotti a formule.

Perch il topo (affamato) preme la leva che fa scendere il cibo? Non perch sia affamato (la fame  uno stato interno, e quindi non misurabile), ma perch la sua risposta agli stimoli  stata sufficientemente rinforzata.

Perch il giocatore (dipendente) continua a premere la leva della slot machine, che a volte, anche se di rado, lo ricompensa con una cascata di monete? Non perch sia felice quando vince (la felicit  uno stato interno, e quindi non misurabile), ma perch la sua risposta agli stimoli  stata sufficientemente rinforzata.

Perch un qualunque essere vivente - animale o umano - si comporta in un determinato modo in un certo arco di tempo? Non perch abbia scelto di comportarsi in quel modo, ma perch la sua risposta agli stimoli  stata sufficientemente rinforzata.

C'era qualcosa di sbagliato in questa logica. Il mio cuore si ribellava contro di essa, anche se non avrei saputo articolare la mia obiezione.

Molti iscritti alle esercitazioni dovevano essere di religione cristiana, come gran parte delle ospiti dell'Acrady Cottage. Eppure nessuno di loro alz la mano per obiettare a questa visione meccanicistica della coscienza - una coscienza priva di anima. Si limitavano a prendere appunti.

Alla fine, tremando non so se di nervosismo o di indignazione, intervenni: Dottor Wolfman, allora secondo lei gli esseri umani sono delle macchine? Non esiste il libero arbitrio'?

Wolfman si volt educatamente verso di me. I suoi occhi neri si incupirono. Un postulato del comportamentismo  che gli stati mentali non possono essere esaminati; l'unico approccio scientifico consiste nell'esaminare ci che  obiettivo - ossia il comportamento. B.F. Skinner non crede che non esista la coscienza' - come sostengono i suoi detrattori -, ma che la cosiddetta coscienza' sia irrilevante per la nostra comprensione del comportamento.

Mi sembr che avesse evitato di rispondere direttamente alla domanda.

Ma il libero arbitrio'? Non esiste? Gli esseri umani non sono liberi' di fare le loro scelte?

Wolfman alz le spalle. Libero arbitrio'  solo un modo di dire. Un'abitudine verbale. Non possiede un referente specifico, quindi  privo di un significato preciso.  qualcosa di estraneo a ogni dimostrazione scientifica.

I miei genitori mi hanno insegnato che il libero arbitrio esiste! avrei voluto gridare. Dentro di noi c' un'anima.

Per la maggior parte di noi il libero arbitrio'  un'illusione, continu Wolfman seccamente. Un'illusione piacevole, quella che esista un paradiso. Non arriver mai, ma  confortante immaginare che ci sia. Pi realisticamente, il libero arbitrio'  come dire a un paraplegico che ha la possibilit di alzarsi e di correre i cento metri alle Olimpiadi: che cosa glielo impedisce?

Non era giusto. Non era affatto la stessa cosa. Ma non ero in grado di spiegarlo. In quel momento avvertii un senso di repulsione per Wolfman - quell'uomo non era il mio compagno di Esilio, era il mio nemico.

Sentivo la voce dei miei genitori in disaccordo, anche se non riuscivo a capire chiaramente le loro parole.

Fidati di ci che hai dentro, non di ci che sta fuori. Fidati della tua anima, non dello Stato.

Ero profondamente turbata, e sentivo le lacrime agli occhi. Ira Wolfman era la mia unica speranza, eppure, con questo discorso, mi stava respingendo da lui.

Attorno a me gli altri studenti sbadigliavano o prendevano appunti.

Vedendo la mia espressione, Wolfman si fece pi conciliante.

Va bene, signorina Enright. Continuiamo a parlarne nel mio studio dopo la lezione.

E cos glielo dissi.

Mi ero preparata tante volte quelle parole. Immaginandone l'effetto, emozionata e terrorizzata.

Gli dissi che Enright, Mary Ellen non era il mio nome.

Mi disse subito di non dirgli il mio vero nome.

Perch?

Perch? Sa perfettamente perch', signorina Enright.

Era a disagio. Gli occhi rivolti verso il basso, per evitare il mio sguardo.

Penso che... Glielo voglio dire, dottor Wolfman. Per favore.

A che pro?

Adesso era rosso in volto. Non smetteva di guardare la porta aperta alle mie spalle.

Una domanda crudele, cui era impossibile rispondere. A che pro? Per essere meno sola. Meno disperata.

E perch ti amo.

Se Wolfman era in Esilio, come me, si era trovato una posizione di prestigio nella Zona 9. Forse era stato esiliato da studente, negli anni successivi si era adattato alla sua nuova vita e aveva raggiunto un notevole successo in un mondo competitivo come quello accademico. Lavorava alla Wainscotia State University. Era il fidato assistente di A.J. Axel, che veniva da Harvard. Divideva il suo piccolo ufficio con un collega, ma era pur sempre nella prestigiosa Greene Hall, dove c'erano ovunque soffitti alti, pavimenti di legno ed elaborate modanature.

La scrivania di Wolfman era vicino all'unica finestra della stanza. L accanto, una libreria piena di libri rilegati e in brossura; distinsi i nomi di Darwin, Pavlov, Watson, Thorndike e Skinner. Sulla parete di fronte un poster che mi ipnotizzava e che un giorno avrei identificato come la riproduzione della Notte stellata di Vincent van Gogh.

(Bellezza, mistero... strana scelta per uno psicologo comportamentista.)

Senta, signorina Enright, non ho idea di cosa stia parlando, disse Wolfman. E per il suo bene, penso che sia meglio che esca dal mio ufficio e dimentichi questa conversazione. Ha capito? Per il suo bene.

I suoi occhi erano supplici. Le parole inequivocabili e ostili.

Wolfman non aveva neanche trent'anni. Molto pi giovane di mio padre. Eppure nella sua faccia ritrovavo qualcosa di quest'ultimo - le rughe sulla fronte corrucciata, gli occhi che cercavano di celare l'ansia con l'ironia e il sarcasmo. E il sorriso rapido e passeggero.

 per il mio bene' che sono qui, dottor Wolfman. Ho bisogno di sapere da lei... chi  lei e se...  nelle mie stesse... condizioni.

No. Non sono nelle sue stesse condizioni'.

Ma...

No.

A quel punto mi chiesi se mi fossi immaginata tutto. Se fossero stati la mia solitudine e il mio dolore a farmi vedere un salvatore in Ira Wolfman.

Eppure ero convinta che sapesse perfettamente chi ero. Che mi avesse riconosciuta. Anche se non l'avrebbe ammesso, per proteggermi, come forse avrebbe fatto anche mio padre, in circostanze simili.

Wolfman si pass un fazzoletto sulla faccia sudata. Aveva mani grosse e protettive, con le punte tozze e le unghie tagliate corte, abbastanza pulite.

Non portava anelli sull'anulare della mano sinistra. Ma questo gi lo sapevo.

Wolfman prese una penna rossa e scrisse qualcosa sul palmo della mano sinistra, che poi mi mostr mentre si portava l'indice della mano destra alle labbra.

PER FAVORE VATTENE

Dopodich richiuse la mano.

Capii che non voleva parlarmi, neanche per ordinarmi di uscire. Aveva motivo di credere che qualcuno ci sorvegliasse.

Grazie per essere venuta, signorina Enright, disse poi con la voce posata di un insegnante alle prese con uno studente rompiscatole. Stia tranquilla che la considero una studentessa eccellente e che le sue idee, anche se incompatibili con il comportamentismo di Skinner, non avranno influenza sui suoi voti, purch continui a impegnarsi nello studio e a dare le risposte giuste alle nostre domande. Ma per ora temo che non ci sia pi spazio per queste elucubrazioni personali. Ovviamente le chiedo di tenere riservata questa conversazione.

Mi sembrava che le mie gambe fossero diventate di piombo. Come la testa, e il cuore. Ma me ne sarei andata.

A chi altri potrei dirlo, dottor Wolfman? Lei  la sola persona nella Zona 9 con cui posso parlare.

Alla menzione della Zona 9 il volto di Wolfman si irrigid.

Sulla soglia dissi, a bassa voce ma in tono di sfida: E il mio nome non  Mary Ellen Enright', ma Adriane Strohl'.

Adesso lo sa. Senza ombra di dubbio. E lo so anch'io.

Che cosa ci succeder?

La parete

Alla fine mi beccai l'asiatica che imperversava nel campus. Non potei andare all'esercitazione con Wolfman del venerd, e cominciai a saltare altre lezioni. Ero costretta a letto, prostrata in tutti i sensi. Aspettavo che le mie compagne di stanza uscissero per inginocchiarmi in un angolo e premere la fronte contro la parete. Era una specie di conforto.

Premevo, premevo, ma la parete non cedeva.

Le mie compagne di stanza bisbigliavano tra di loro. Credevano che quella ragazza strana e triste che veniva da lontano stesse pregando.

Suscitavo la loro piet. Erano preoccupate. E cominciavano a essere impazienti.

Credevano che sentissi ancora nostalgia di casa, dopo tante settimane, e che mi inginocchiassi per pregare il loro Dio cristiano.

Volevo credere che Wolfman si fosse pentito di avermi mandato via.

L'unica che aveva cercato di parlarmi, quel giorno, era stata la signorina Steadman. Davanti all'Acrady Cottage. Ma ero riuscita a evitarla.

In ginocchio sulle assi del pavimento. La fronte premuta sulla parete.

Se mi sforzavo, potevo oltrepassare le barriere della censura - lampi di ricordi apparivano come battiti di ciglia.

Aprii una porta, esitante. La mia casa di una volta, la mia casa perduta!

La nostra casa di legno con il tetto spiovente in Mercer Street, a Pennsboro.

I miei genitori a tavola, in cucina. Sotto una finestra, la fioriera di mia madre con i gerani - piantine rachitiche che per, quando fiorivano, erano uno spettacolo.

Da piccola uno dei miei compiti era innaffiarli e togliere le foglie secche.

Una foglia marrone non torner mai verde, diceva tristemente mamma.

Un ricordo cos vivo che mi sembrava di sentire la sua voce.

Premetti un'altra volta la fronte contro la parete per far scattare la piccola morsa che avevo nel cervello.

Adesso pap stava fischiettando una vecchia canzone cui era affezionato, l'Inno di battaglia della Repubblica. (Pap mi aveva spiegato che era un famoso inno abolizionista e antischiavista dei vecchi Stati Uniti della met del diciannovesimo secolo.) Gliel'avevo sentito fischiettare tante volte, e ora mi sembrava di averlo appena sentito.

Eppure c'era qualcosa di strano nel motivetto. Immediatamente riconoscibile, ma fuori posto.

Pap lo stava fischiettando proprio forte, come se volesse dare fastidio a mia madre. Come quando lei preparava il caff e lui faceva apposta a strusciarsi addosso a lei.

Mamma disse qualcosa a pap che non riuscii a decifrare. Pap fece una risata triste.

(C'era qualcosa che non andava. Non riuscivo a vedere la sua faccia, come una mezzaluna avvolta dalle nubi. Era in vestito da lavoro - camice bianco e scarpe bianche con la suola di gomma, quella che lui chiamava la sua uniforme da schiavo.)

Mamma stava sistemando ciotole di cereali sulla tavola. Quella di pap era a un'estremit del tavolino di formica, la mia e quella di Roddy ai lati, quella di mamma vicino ai fornelli.

Avevo l'acquolina in bocca: sentivo l'odore della zuppa d'avena di mamma, la nostra colazione preferita.

Farina di avena irlandese con uvetta, zucchero di canna e latte. La colazione che mia madre mi preparava fin da quando ero bambina. Non mi ero resa conto di quanto mi mancasse.

Poi sulla soglia apparve Roddy. I capelli corti, i vestiti anonimi di uno stagista di basso livello. La faccia magra e imbronciata, le orbite scure come quelle di un teschio.

Puerilmente desiderai che mio fratello non fosse l, in quel ricordo. Se era un mio ricordo.

Roddy mi aveva fatto qualcosa di crudele che non riuscivo a ricordare. Quando aveva saputo della mia borsa di studio, per qualche secondo mi aveva fissata senza alcuna espressione, poi si era sforzato di sorridere, goffamente.

Congratulazioni, Addie!

Pi che un sorriso, un sorrisetto.

Perch non c'erano solo mamma e pap in quel ricordo cos prezioso per me?

Ma non potevo controllare la memoria - o s? Se ci provavo, rischiavo di perdere tutto.

Ciao, sono io, Adriane... dissi a bassa voce.

Pap non mi sent. Mamma neanche. Se Roddy mi aveva sentita, fece finta di niente.

Stavano parlando. Ma di cosa? Non sentivo bene. Di qualche rogna familiare. Qualcosa di noioso e deprimente. Probabilmente di soldi. O di un problema di Roddy. Qualcosa di cui si lamentava. Oppure era mamma che aveva dei problemi con il suo supervisore. Oppure (forse era pi probabile) si trattava pap. (Da quando aveva perso il posto di interno all'ospedale, aveva visto ridursi drasticamente lo stipendio, e per non rimanere disoccupato doveva aiutare medici sempre pi giovani e carrieristi, e spesso eseguiva al posto loro operazioni di routine come l'installazione dei port - ossia dei cateteri venosi - per la chemioterapia. Doveva fare anche i prelievi del sangue e dare una mano in radiologia. Anche se pap non era uno che si lamentava, neanche per scherzo; perci era strano.)

(Un'altra cosa strana: dov'ero io, in questo ricordo? Perch non sedevo al tavolo della cucina con la mia famiglia? A giudicare dall'et di Roddy, avrei dovuto avere sedici anni. Ma dov'ero?)

Premevo la fronte contro la parete della stanza dell'Acrady Cottage a Wainscotia, nel Wisconsin - nella Zona 9.

Pregavo: Mamma, pap? Non mi vedete? Sono io, Adriane. Per favore, guardatemi.

Ma non mi guardavano. Era come se non ci fossi.

E poi una cosa mi fece venire i brividi: non avevo mai visto mio padre messo cos male. Non solo non si era fatto la barba, ma sembrava trasandato e selvatico come un senzatetto, i capelli (grigi) arruffati, solchi sulle guance, la bocca piegata all'ingi in un'espressione di autocommiserazione. Gli occhi piccoli e arrossati.

E mia madre - che cosa le era successo?

Lei, che era sempre stata cos snella, sembrava ingrassata. La faccia gonfia, con un sorriso sprezzante stampato sulle labbra. E poi truccata in modo vistoso, con le sopracciglia esageratamente marcate.

Nei suoi occhi collera e scontentezza. Un'espressione di rabbia a malapena repressa che non le avevo mai visto.

Mamma, pap, non mi volete bene? Non vi manco?

Sono vostra figlia, Adriane - non vi ricordate di me?

Mamma prese la padella con malagrazia e vers la zuppa d'avena nelle ciotole di mio padre e di mio fratello, come se le costasse fatica servirli. A quel punto mi accorsi che le ciotole sul tavolo erano tre. E che quella che stavano mangiando avidamente non era zuppa d'avena ma una sostanza gelatinosa e traslucida, tremolante, di un disgustoso color carne. Non avevo mai visto nulla di simile, e sembrava viva.

Roddy lanci uno sguardo verso di me, come se potesse vedermi. E con il suo sorrisetto disse: Dovunque sia finita, se l' solo meritato.

Pensava che non fossimo al suo livello, aggiunse mamma.

E pap: Che liberazione!

Scoppiarono a ridere. Una risata sgradevole, infernale. Ci fu un turbinio di luce, come se la barriera di plexiglas riflettesse qualcosa, e la visione si interruppe. Mi accorsi inorridita che c'era qualcosa di totalmente sbagliato - io non conoscevo quelle persone.

Quello che doveva essere mio padre era solo una brutta copia. E lo stesso valeva per quella che doveva essere mia madre. Quanto a mio fratello Roddy...

Neanche lui era il vero Roddy. Lo avevano portato via e l'avevano sostituito.

Mi venne il dubbio non fosse stato mio fratello a fare la spia, ma che a mandarmi in Esilio fosse stato il suo sostituto.

D'un tratto l'odore della gelatina nelle ciotole mi diede la nausea. Ebbi un conato di vomito. Il plexiglas divenne opaco. Il ricordo scomparve. Ero da sola in un angolo della mia stanza, in ginocchio, con la fronte premuta cos forte contro il muro da lasciarmi il segno.

Mary Ellen!

Qualcuno mi stava chiamando. Quel nome ridicolo, che odiavo.

E mi stava anche toccando la spalla.

Mi svegliai, frastornata e impaurita. Dov'ero? Che ora era? Dovevo essermi addormentata o aver perso i sensi mentre ero inginocchiata accanto al mio letto, e una delle mie compagne di stanza mi aveva trovata accasciata contro la parete.

Mary Ellen, che succede? Stavi piangendo. Sembri sconvolta. Dev'essere l'influenza. Lascia che ti aiuti.

La mia compagna di stanza (si chiamava Betsy?) mi aiut a mettermi a letto e si sedette accanto a me, tenendomi le mani ghiacciate e cercando di confortarmi. Ero confusa, ma sapevo che non dovevo dire nulla di compromettente sul posto in cui ero stata. Sul posto dove mi avevano portato i miei ricordi.

Un'altra ragazza entr e la raggiunse. Cosa aveva Mary Ellen? Perch era cos sconvolta? Era stato un incubo? Un brutto ricordo?

Di questa seconda ragazza ricordavo il cognome, McIntosh. Forse si chiamava Hilda.

Mentre discutevano di cosa potessero fare per Mary Ellen, pensai che quel brutto ricordo era falso. Il microchip era programmato per interferire con la mia memoria. Per propinarmi ricordi crudeli e fittizi. Per punirmi.

Eppure era difficile non pensare che il padre, la madre e il fratello nel mio ricordo non fossero reali.

 terrificante perdere la memoria. Perdere la fiducia nella memoria.

Che cos' un essere umano, se non la somma dei suoi ricordi? Guarda ci che hai dentro, non ci che sta fuori. L'anima  all'interno.

Ci credevo. Ma se i miei ricordi mi fossero stati strappati, che cosa mi sarebbe successo? Che ne sarebbe stato della mia anima?

Le mie compagne di stanza stavano discutendo: era meglio che mi mettessero a letto o che mi portassero in mensa con loro, a cenare come si deve? Secondo Betsy e Hilda non mangiavo e non dormivo a sufficienza, mentre secondo Carly - che aveva raggiunto le altre due - mi ero presa qualche virus. Avevo la pelle sudata ma non scottavo, anche se ero rossa in volto, con gli occhi iniettati di sangue.

Dissi loro che non ero malata e che non volevo andare a letto. Quella sera dovevo studiare, ed ero molto indietro. Cos Betsy, Hilda e Carly mi portarono in bagno, mi pulirono la faccia bagnata di lacrime con l'acqua fredda e mi spazzolarono i capelli (Oddio, quanti capelli perde! Deve bere pi latte!). Insistettero perch mi truccassi: fondotinta, cipria e rossetto - che mi prest Carly. Alla fine erano entusiaste - Se solo sorridessi un po' di pi, Mary Ellen! Se non fossi sempre cos stanca e triste...

Anche noi abbiamo nostalgia di casa - o almeno l'avevamo. Ma la Wainscotia  un posto stupendo, dovresti cercare di superarla...

Per andare in mensa Carly mi prest un suo cardigan: morbido, lilla, molto pi bello della mia roba di seconda mano. E Hilda mi prest un vero soprabito al posto del mio giaccone. Oltre a stivali di pelle, al posto dei miei brutti stivali di gomma.

Si sedettero al mio tavolo e mi guardarono mangiare. Mi costrinsero a fare il bis. Parlavamo e ridevamo. Ci raggiunsero altre ragazze dell'Acrady Cottage. Dopo un po' Mary Ellen cominci a sentirsi meglio.

Tornammo alla nostra residenza. Cadeva qualche fiocco, e sotto i nostri piedi scricchiolava la neve ghiacciata. Poco lontano la cupola della biblioteca emanava una luce azzurrognola. Adesso non ho nessuno, pensai. Ma ce la far. E un giorno torner a casa.

Restituii gli stivali e il soprabito di lana verde, ma quando feci per togliermi il cardigan lilla, Carly mi ferm con un sorriso dolce e imbarazzato: Lascia stare, Mary Ellen! Ti sta molto meglio che a me.  tuo!

(Ma non potevo essere loro amica. Non ero Mary Ellen. Ero un'altra persona che non avevano mai conosciuto.)

PER FAVORE VATTENE

Bastava che chiudessi gli occhi perch mi apparissero queste parole scritte con una penna rossa.

Ma non c'era neanche bisogno di chiuderli. Avevo sempre davanti a me la mano alzata di Wolfman, il palmo della sua mano, l'avvertimento:

PER FAVORE VATTENE

Un gesto scherzoso ma anche disperato. E comunque un avvertimento del tutto sincero.

Aveva riconosciuto in me una persona in Esilio, come lui. E al tempo stesso mi aveva ripudiato.

Ovviamente lo capivo: anche lui rischiava la Cancellazione, al pari di me. Doveva seguire le Istruzioni, come facevo io. Non poteva essere imprudente, come ero io.

Con tutta evidenza, Ira Wolfman si era adattato alla sua vita da Esiliato. O aveva imparato a dare quell'impressione. Era pi grande di me, molto pi intelligente, e anche molto pi accorto. Sapeva che era inutile pensare a come tornare a casa. Erano loro a decidere se e quando.

Era cos che funzionava l'Esilio: non potevi cambiare la tua vita, se non in peggio. Chi poteva cambiarla lo faceva in modo imprevedibile.

Quando mi ero ammalata, avevo saltato alcune lezioni. Ma solo una di Wolfman. Dato che nella mia stessa situazione ce n'erano parecchi, i professori erano stati comprensivi, e non ci avevano penalizzato per le assenze o i ritardi nella consegna delle esercitazioni. In ogni caso volevo essere una studentessa modello e prendere i voti pi alti. Soprattutto in Psicologia 101.

Cominciai ad andare in mensa pi spesso con le mie compagne di stanza. Ero gentile con le altre ospiti dell'Acrady Cottage. Non evitavo la signorina Steadman. (Anche se il giorno del Ringraziamento avevo deluso la nostra tutor nascondendomi prima in biblioteca e poi nella mia stanza, con la scusa che avevo un mucchio di compiti da finire e non potevo pranzare con lei e le altre ragazze rimaste sole alla Wainscotia.) Mi mettevo il cardigan lilla e la gonna scozzese. Sfoggiavo anche una collana di perle finte che avevo trovato per terra. Durante le lezioni di Wolfman ero sempre molto attenta ma non intervenivo mai, e lui evitava di interpellare la signorina Enright. Dimenticando il buon senso, accettai perfino un'uscita a quattro (termine per me nuovo) con Betsy e il suo ragazzo della Sigma Nu; a fare coppia con me era un suo amico della stessa confraternita, che gli amici chiamavano Hedge e che veniva da una cittadina del Nord del Wisconsin. Hedge era taciturno e arrossiva facilmente. Difficile capire se fosse per l'imbarazzo o per qualche allergia. Sembrava non sapere che cosa dirmi, e io di certo non potevo aiutarlo. Si stava laureando in Ingegneria, con voti non particolarmente brillanti. Prima di venire a prendermi aveva gi bevuto e continu a farlo alla festa a base di birra che si teneva nello scantinato della scalcinata sede della Sigma Nu, come se volesse ubriacarsi il pi in fretta possibile. La serata pass confusamente tra musica ad alto volume, chiacchiere, risate, odore di pizza e di birra. Non mi stupii, ma fu una delusione vedere Betsy bere cos tanto, limonare con il suo ragazzo e ballare con lui evidentemente brilla; dopo circa un'ora la persi tra la calca e non la vidi pi. Hedge, rosso in volto, sembrava voler ballare con me - o almeno intendeva mostrare ai suoi amici che ballava con me e ci stava provando. Era ubriaco perso, e i suoi rutti sapevano di birra. A un certo punto mi nascosi nel bagno delle ragazze, dove mi ritrovai ad assistere altre matricole ubriache che vomitavano. Se solo Wolfman mi amasse, pensai. Se solo ammettesse quello che sa. Chiss se, avendo violato le Istruzioni, sarei stata vaporizzata da un drone direttamente nella Zona 9 e sarei scomparsa prima ancora di provare dolore o paura. Appena potei, e non c'era Hedge in vista, sgattaiolai dalla porta sempre aperta e tornai di corsa all'Acrady Cottage.

Che senso di libert nell'essere fuggita dalla mia prima (e ultima) festa universitaria! Che bello essere sola senza sentirmi sola, correre verso lo studentato mentre cadeva qualche fiocco di neve e il vapore mi usciva dalla bocca. Le mie compagne di stanza erano tutte uscite con dei ragazzi: mi sarei messa a piangere dal sollievo.

Il sollievo  la felicit di coloro che non hanno altra felicit. Ma il sollievo pu essere una deliziosa felicit, anche in Esilio.

Betsy non torn mai sull'argomento della festa alla Sigma Nu. Non che mi parlasse spesso, o che lo facesse volentieri.

(Comunque l'avevo sentita lamentarsi di me, per averla messa in imbarazzo davanti ai suoi amici della Sigma Nu con il mio comportamento egoista, e in seguito seppi che per lei non era stata una bella serata; durante le vacanze invernali part e non torn pi alla Wainscotia.)

E quando incrociavo Hedge - cosa che capitava fin troppo spesso - evitavamo di guardarci negli occhi.

Un pensiero improvviso: Che importa se mi detestano? Ormai avranno settant'anni, ammesso che siano ancora vivi.

Era questo il terrificante segreto della Zona 9, di cui i suoi abitanti erano beatamente ignari: in quello che per me era il presente, il ventitreesimo anno dalla rifondazione degli Stati del Nord America, le loro vite erano quasi al termine. Ammesso che non fossero gi morti.

Il Museo di Storia Naturale

A dicembre iniziai a lavorare part-time al Museo di Storia Naturale Van Buren, che era ospitato in una specie di mausoleo accanto a Greene Hall. Era un posto silenzioso e buio che quasi nessuno andava a visitare. Nelle sue sale poco illuminate il tempo sembrava essersi fermato decine di anni prima; in quelle dei fossili e dei dinosauri, da molto di pi.

Il mio compito consisteva nello schedare e mettere a scaffale una collezione di rari libri di storia naturale. Inoltre battevo a macchina lettere, documenti, etichette che identificavano gli oggetti in esposizione nelle vetrine.

Nella Zona 9 il lavoro in genere era molto ripetitivo. Quello d'ufficio, in particolare, era meccanico. Le dattilografe erano delle specie di robot. Battevi direttamente su un foglio di carta: le parole venivano impresse dall'inchiostro (nero) di cui era imbevuto un nastro che passava attraverso la macchina da scrivere e si avvolgeva in due bobine gemelle. Spesso si usava la carta carbone per fare una seconda copia, dato che non esistevano fotocopiatrici, e tanto meno computer e stampanti. Si faceva tutto a mano.

Ogni volta si faceva una cosa sola, eppure di solito doveva essere ripetuta. Era un iter pazzesco, che sarebbe stato impossibile spiegare nel 23-SNA. Il lavoro d'ufficio procedeva a passo di lumaca seguendo routine assurde. Spesso era necessario battere due copie in bella: per esempio nel caso delle etichette. Senza altra ragione che di avere due originali. Nel 23-SNA sarebbe bastato qualche secondo; nel 1959 mi richiedeva ore e ore. Il mio compenso era un dollaro all'ora, da cui dovevo detrarre le tasse.

Nel 23-SNA era stata creata una nuova valuta per combattere l'inflazione. Eppure tutto era molto pi costoso di quando i miei genitori erano giovani e i loro modesti salari erano bloccati. Comuque per me fu una grossa sorpresa ricevere una paga cos bassa - corrispondente a met di un centesimo del 23-SNA -, e ancora pi sorprendente scoprire che, al netto delle tasse, guadagnavo meno di sessanta centesimi all'ora.

Quando lo scoprii, scoppiai a piangere. La tasse le paghiamo tutti, Mary Ellen, comment seccamente il mio supervisore, la signorina Hurly. Poi, per incoraggiarmi, mi disse che, se continuavo a fare bene il mio lavoro, nel semestre successivo avrei potuto avere un aumento di venti centesimi.

Venti centesimi! Scoppiai a ridere.

Ma era una cosa normale, quando uno doveva fare esperienza.

Anche se nella Zona 9 la parola non aveva lo stesso significato che nel ventunesimo secolo, ero una specie di stagista, e accumulavo competenze e referenze utili per un impiego futuro. Grazie alla macchina da scrivere di Hilda ero diventata una brava dattilografa; di fatto non era molto pi complicato di quello che facevo gi a due anni con un computer. Dopodich avevo cominciato a usare la fantasmagorica Remington da ufficio del museo, che doveva pesare una decina di chili. Era nera, enorme, con caratteri di acciaio che descrivevano un arco di una decina di centimetri prima di imprimere le lettere sul foglio bianco. La signorina Hurly mi aveva insegnato a sostituire i nastri vecchi; quelli della Remington erano mezzo rossi e mezzo neri ed ero fiera di cambiarli da sola, anche se ogni volta mi sporcavo le dita. La signorina Hurly mi insegn anche a pulire i caratteri quando si incrostavano di inchiostro, finch scintillavano come se fossero nuovi.

Sarebbe stato molto difficile spiegare agli abitanti della Zona 9 il mondo che avevo perduto, fatto di computer, cellulari e strumenti elettronici. Sembrava sbiadire anche il ricordo cha avevo di essi, che pure erano stati cos importanti nella mia vita - cos come capitava a ci che mi era rimasto in mente della mia famiglia e delle mie amiche.

(Mi chiedevo: Puoi ancora amare qualcuno di cui stai dimenticando la faccia? E di cui non puoi pi sentire la voce?)

(Dovevo ammettere: Se avessi il mio cellulare qui, nella Zona 9, a chi manderei un messaggio? Non c' nessuno.)

Non me l'aspettavo, ma cominciai ad apprezzare le macchine da scrivere - o quasi. Capivo perch Hilda fosse cos fiera della sua portatile, in confronto alla quale la massiccia Remington del museo era high-tech. La cosa straordinaria di entrambe  che erano macchine cos primitive da non avere bisogno di alimentazione. Imparai a regolare i margini, ad arretrare e ad avanzare; alla fine di ogni riga suonava un campanellino, come se fosse un esperimento di psicologia comportamentista. E, soprattutto, le mie dita abituate a sfiorare i tasti del computer avevano imparato a martellare i tasti con sorprendente alacrit. Su quelli pi usati - la a, la o, la s, la t - si vedevano i segni delle unghie di chi mi aveva preceduto - dattilografe fantasma nelle ombre del Museo di Storia Naturale.

Il mio supervisore era una signora con i capelli bianchi sulla cinquantina, che parlava con voce bassa ma severa, come si addiceva al contesto. Aveva un seno flaccido e voluminoso e indossava camicette a pois con fiocchi sul colletto. Rispondeva solo al direttore del museo, il professor Morris Harrick, che vantava un dottorato a Princeton nel campo delle scienze classiche e che vedevo di rado. (Come tanti altri dei docenti pi considerati della Wainscotia, il professor Harrick proveniva da una universit di quella che si chiamava Ivy League, almeno fino alla controversa Rifondazione dell'Istruzione Superiore nel 20-SNA). Avevo la sensazione che la signorina Hurly fosse innamorata del professor Harrick, anche lui sulla cinquantina e con i capelli bianchi; portava gli occhiali, sembrava avere sempre la testa sulle nuvole, e aveva l'abitudine di soffiarsi rumorosamente il naso in fazzoletti di cotone bianco. (Erano quadratini di stoffa molto usati dagli uomini di un certo livello sociale per rendere noto, mi sembrava, che avevano al loro servizio qualcuna disposta a lavarli e a stirarli. Per la fortuna di noi altri, i fazzoletti di carta erano gi stati inventati nel 1959.) Il professor Harrick sembrava essere sposato, dato che sfoggiava una vera all'anulare, e sulla scrivania del suo ufficio c'erano foto incorniciate di suoi famigliari, compresi dei bambini. Anzi, oltre a essere padre, probabilmente era gi nonno.

Trovavo commovente che la signorina Hurly adorasse il professor Harrick senza speranza che i suoi sentimenti venissero contraccambiati, o anche solo riconosciuti. Mi faceva tenerezza anche quando con me diventava impaziente, sorpresa dalla mia goffaggine e ingenuit. (Una volta mi disse: Mary Ellen, ma tu sei nata negli Stati Uniti? A volte non sembri neanche un'americana.)

Morris Harrick era un distinto signore che non solo ostentava un fazzoletto bianco ben stirato nel taschino della giacca, ma ogni volta che andava al museo o faceva lezione di Storia della scienza occidentale a Greene Hall, subito dopo il professor Axel, si presentava in panciotto, giacca di tweed con toppe di pelle ai gomiti e camicia bianca di cotone. Di rado si rivolgeva a me direttamente e ancor pi di rado prendeva atto della mia presenza - pi volte mi aveva chiamato Dolores, che era un'altra studentessa che lavorava al museo in un orario diverso dal mio.)

Cos come amavo Wolfman da lontano, o cercavo una consolazione alla mia solitudine nella possibilit di amare Wolfman, cos la signorina Hurly amava il distratto professor Harrick, per cui batteva a macchina lettere e articoli da mandare a riviste accademiche. Me li fece anche vedere: farraginosi e pressoch illeggibili, come i tanti libri del professore, dai titoli quali Storia della filosofia naturale dai presocratici all'Illuminismo, pubblicati dalla University of Wisconsin Press. La signorina Hurly mi ricordava la signorina Steadman nella sua venerazione dell'intelligenza maschile: Il professor Harrick ha dedicato la sua carriera all'esame di come nel corso dei secoli le teorie scientifiche vere abbiano sostituito quelle false, per arrivare all'America contemporanea. Ovviamente non conosco i dettagli, ma grazie al suo lavoro il professore  un altro dei candidati al Nobel che insegnano alla Wainscotia University.

Le chiesi se avesse sentito parlare di A.J. Axel. Certo che s!  uno dei nostri luminari. Non osai chiederle di Ira Wolfman, temendo che il tremolio nella mia voce mi avrebbe tradita. Ma mi venne un nodo alla gola al pensiero che nel 23-SNA sia la signorina Hurly sia il professor Harrick erano morti da un pezzo; se poi il secondo avesse vinto il premio Nobel, non lo sapevo.

Al museo spesso lavoravo fino a tardi. Non mi piaceva tornare all'Acrady Cottage, dove ero costretta a recitare la parte di Mary Ellen.

Il lavoro era un narcotico. Era l'ancora di salvezza che evitava che mi struggessi pensando ai miei genitori, alle amiche perdute, a Ira Wolfman, agli aquiloni colorati che costruivo con mio fratello e che erano stati distrutti tanto tempo prima.

Come una volta aveva consigliato mio padre: Un passo alla volta, tesoro. Pian pianino. Possiamo farcela.

(Parole premurose e ferme rivolte non a me ma a mia madre, credo. All'epoca si chiudeva in camera da letto e non faceva che piangere.)

E cos battevo e ribattevo le etichette per le bacheche: i nomi latini di fiori, funghi, uccelli e mammiferi; nomi bellissimi, mi sembrava, cos esotici in quella lingua morta. (Nel 23-SNA il latino non si insegnava pi, neanche nelle scuole pi prestigiose.) E quando ero stufa di stare alla Remington e le dita mi facevano male a furia di pestare i tasti, tornavo ai miei libri e quaderni e lavoravo alle mie esercitazioni. Malgrado le mie ansie, non era stato difficile ricevere voti alti in tutte le materie, compresa Introduzione alla logica. Nella mia limitata vita da Esiliata, in cui si apriva una crepa segreta e insondabile, non era difficile primeggiare negli studi; la maggior parte dei miei colleghi - comprese le ragazze dell'Acrady Cottage che avevano una borsa di studio - sembravano impegnarsi il minimo indispensabile. La loro vita pareva svolgersi tutta in superficie, tra football e altri sport, confraternite e sorellanze (le cui sedi erano raggruppate in fondo a University Avenue), uscite in coppia. Quando lavoravo al museo il sabato pomeriggio, a volte sentivo un boato simile a quello di una cascata provenire dallo stadio situato all'estremit opposta del campus. Dicevano potesse contenere pi di ventimila spettatori: difficile visualizzarli in quelle sale dove adesso mi trovavo da sola, e dove era difficile immaginare che ci fossero anche solo venti persone contemporaneamente.

Tra gli studenti della Wainscotia era considerato da matusa applicarsi nello studio; se facevi parte di una confraternita, passare troppo tempo sui libri era visto come una specie di tradimento. Se una aveva voti alti come i miei, era meglio non farlo sapere in giro, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi (me lo avevano detto le mie compagne di stanza). Ma dopo aver deluso Betsy (e Hedge) con la mia fuga dalla festa della Sigma Nu, non avevo pi alcuna vita sociale - con mio grande sollievo. Non ci si sente mai cos soli come in mezzo a una festa.

E non si sente mai tanto bisogno di amore come quando si  circondati da coppie ubriache che si palpeggiano, in una cruda parodia della passione.

Quando ero stanca di studiare e cominciavo ad avere mal di testa, non solo per la fatica, ma per l'inutilit di questa fatica, vagavo di soppiatto nelle sale del museo accendendo la luce nei suoi recessi oscuri - miglia e miglia, o cos mi sembrava, di teche e vetrine che si illuminavano nel buio. D'inverno il sole scompariva verso le cinque del pomeriggio dietro una cortina di nubi grigie, e un'ora dopo sembrava gi che fosse mezzanotte.

Durante il giorno, i visitatori erano pochi. Alcuni erano colleghi del professor Harrick, ai quali lui e un paio dei suoi assistenti facevano da ciceroni, concentrandosi sui pezzi pi rari. Altri erano studenti o i genitori di questi ultimi. Di rado rimanevano a lungo. Anche loro abbassavano la voce in quella specie di mausoleo; si aggiravano come fantasmi tra le vetrine, davano un'occhiata e procedevano oltre. Se si accorgevano di me - intenta a sistemare libri o curva dietro la Remington, a una scrivania accanto a quella della signorina Hurly - sembravano trasalire, come se uno degli animali impagliati avesse preso vita.

Aggirarmi in quelle sale dopo la chiusura era fonte a volte di un'euforia inaspettata, a volte di un profondo senso di inutilit.

Puoi imparare tutto quello che vuoi e avere la media pi alta di tutto il campus, ma qui sei sola. E non importa a nessuno se Adriane Strohl  viva o morta.

Uno dei pezzi pi pregiati del museo era la collezione di fiori di vetro, che esercitava su di me una specie di incantesimo. Pensavo - o meglio, cercavo di pensare - a mia madre, Madeleine (quanto mi era diventato estraneo il suo nome: Madeleine), che avrebbe ammirato quelle opere ingegnose che riproducevano ogni sfumatura cromatica: i pi belli erano le orchidee, i gigli, o i fiori tropicali grandi quanto una testa umana. Fiori che ovviamente non emanavano alcun odore. E a guardarli con attenzione, una patina di polvere si era depositata anche su quelli pi lucidi.

Il pezzo pi intrigante era una pianta carnivora della foresta pluviale amazzonica: i suoi lunghi petali color carne, simili alle fauci di un coccodrillo, a quanto pareva nella realt erano dolciastri e appiccicosi, per attirare e intrappolare insetti e piccoli mammiferi. Con curiosit infantile avvicinavo le dita ai petali, per vedere se le fauci si richiudessero; ma, essendo di vetro, rimanevano immobili.

Cercavo di ricordare i fiori di mia madre, che stentavano sotto il sole invernale, ma che fiorivano quando faceva pi caldo e li portavamo fuori. Ma come si chiamavano? Un nome molto comune... I fiori erano piccoli e di un rosso brillante. Senza profumo.

Mamma e pap mi mancavano tanto.

E lo stesso Paige, Melanie e... come si chiamava? Quella il cui padre era stato arrestato... Carla?...

La punizione dell'Esilio  la solitudine. Non c' condizione pi terrificante della solitudine - anche se non lo diresti, quando non sei sola; quando sei sicura nella tua vita.

Un giorno, al Museo di Storia Naturale Van Buren, in quelle ore dopo la chiusura, ebbi l'impressione che fosse rimasto dentro qualcun altro; o, cosa ancora pi inquietante, che ci fosse sempre stata una presenza, fin da prima che arrivassi io. Il mio cuore accelerava i battiti mentre mi spostavo da una stanza all'altra, accendendo le luci sugli alti soffitti, vedendo ombre ritrarsi ai margini del mio campo visivo. Nelle vetrine c'erano teschi, ossa, scheletri quasi completi di antichi uccelli e animali; e nelle teche fossili e ossa pi piccole. E poi c'erano gli animali impagliati, fissati a delle basi: falchi, gufi, uccelli marini e uccelli domestici, un'aquila calva con gli occhi di vetro; piccoli mammiferi come volpi, procioni, scoiattoli, linci. A una parete era appesa un'enorme testa di alce con palchi a dodici punte e luccicanti occhi vitrei.

Il mio preferito era un lupo con la pelliccia argentata, un muso appuntito da cane, uno sguardo intelligente. Canis lupus, nativo del Wisconsin.

Le creature morte sembravano fissarmi. La tristezza che emanavano era tanto pi profonda in quanto muta. Molte delle etichette che identificavano i pezzi stavano ingiallendo, e pensai che presto la signorina Hurly mi avrebbe chiesto di sostituirle. L'inutilit di quel museo mi faceva sorridere. Sembrava di essere sotto terra, anche se eravamo al pian terreno. Un posto dimenticato dal tempo, dove il 1959 doveva ancora arrivare.

Una morbida coltre di polvere copriva ogni cosa; camminando tra le vetrine, mi aspettavo di vedere le mie impronte sul pavimento alle mie spalle.

Sorridevo per non piangere. Sul vetro di una teca vidi aleggiare il mio pallido riflesso, sovrapposto a una collezione di gusci di tartaruga vuoti. D'un tratto ne vidi tremolare uno. Era il riflesso di qualcos'altro che si stava muovendo.

Fu uno shock vedere un uomo che si stava avvicinando a me nella penombra. Era Wolfman! Sorridendo, si port l'indice alle labbra e mi mostr il palmo dell'altra mano, su cui aveva scritto con la penna rossa:

SEGUIMI PER FAVORE

Il rifugio

In silenzio Wolfman si addentr nelle sale del museo. Mi affrettai a seguirlo. L'avrei seguito ovunque.

Ero come una sonnambula che ha un'idea molto vaga di ci che la circonda ma procede come se controllasse i propri movimenti.

Wolfman era venuto a cercarmi! Il sorriso che mi aveva rivolto era preoccupato; tenero, ma sofferente. Sta rischiando la sua vita per me, pensai.

Giurai che avrei amato Wolfman con tutte le mie forze. Sarei morta per lui.

Sembrava conoscere il museo e i suoi meandri. E sapeva che lavoravo l. Anzi, doveva essersi informato sui miei orari.

Gli sorrisi timidamente. Il cuore mi batteva come un uccellino in gabbia.

Sempre senza dire una parola, Wolfman mi prese una mano in modo gentile ma deciso, costringendomi a seguirlo. Le sue dita stringevano le mie con sorprendente familiarit. Come in sogno attraversammo sale che non conoscevo con uccellini appollaiati su finti rami e uno stormo di dendroiche cerulee dai colori vivaci; una sala dedicata alla fauna delle paludi con rane e rospi gommosi, tartarughe di tutte le taglie, aironi nivei in equilibrio su una zampa sola, cigni, oche canadesi, germani reali immobili in laghi ghiacciati. A un tronco si aggrappava un opossum: come tutte quelle altre creature, sembrava osservarci, allertato dalla vita nei nostri corpi.

Wolfman mim con le labbra le parole: Non parlare! Non ancora!

Attraversammo la sala dei grandi mammiferi americani dell'Ovest - cervi, daini, bufali, bisonti, orsi bruni e neri; aggirammo furtivi il gigantesco scheletro di una balena, posto di fronte a una grande fotografia dello stesso animale. Dove mi stava portando Wolfman? Mi sentivo girare la testa, non sapevo se dalla gioia o dalla paura. Nelle mie fantasie non avevo mai pensato che cosa ci saremmo potuti dire, se fossimo stati da soli. Che cosa avremmo avuto il coraggio di dirci. E non avevo mai osato immaginare che Wolfman arrivasse al punto di prendermi la mano.

Non mi ero mai permessa di immaginare che Wolfman mi tenesse tra le braccia e mi baciasse. I miei sogni si dissolvevano sempre prima.

Come per confondere qualcuno che ci seguisse, Wolfman continuava ad accendere e spegnere le luci mentre mi conduceva attraverso il museo.

Alla fine ci trovammo all'estremit opposta rispetto all'entrata, in un locale poco illuminato e pieno di pezzi eterogenei: come se il curatore del museo fosse rimasto a corto di spazio e avesse buttato la spugna, come un Creatore distratto, accatastando piccole creature (cerbiatti, gatti selvatici e roditori) impagliate malamente, con la pelliccia rosa dalle tarme e gli occhi infossati nelle orbite; fossili da cui si era staccata l'etichetta; ossa e teschi non identificati; serpenti a sonagli arrotolati su se stessi, che sembravano cos vivi con i loro occhietti di vetro che scattai all'indietro, cercando di liberarmi dalla stretta di Wolfman. Non possono farti nulla di male, Mary Ellen. Anche loro sono vittime di un incantesimo.

In fondo alla stanza, in parte nascosta da una vetrina, c'era una scala a chiocciola che conduceva nel sottosuolo. Ci trovammo davanti a una porticina con una combinazione come quella delle casseforti. Con dita esperte Wolfman gir la rotella avanti e indietro finch la serratura scatt e la porta si apr leggermente verso l'interno. Wolfman mi prese la mano e mi port dentro.

Solo dopo avere chiuso la porta disse: Adesso siamo al sicuro. Qui non ci controllano.

Aveva acceso la luce. Sopra le nostre teste tremolavano dei neon. C'era odore di terra e di umido. Ci trovavamo su una specie di pianerottolo di cemento. Altri gradini portavano pi gi, al buio.

Wolfman mi tir il braccio. Per un attimo ebbi paura. Dove mi stava portando?

Alla fine dei ripidi gradini, l'aria era pesante e faceva molto freddo. Mi sfregai gli occhi. Da quel che potevo capire, eravamo in una specie di scantinato di cemento. Sul pavimento c'era una moquette grigia e alle pareti cartelli fitti di istruzioni con scritto in grande PRECAUZIONI IN CASO DI ATTACCO NUCLEARE. Vicino all'ingresso c'era un manichino che indossava pesanti abiti grigi, stivali di gomma e maschera antigas.

Impossibile non immaginare che ci stesse osservando.

 un rifugio antiatomico, Mary Ellen. Probabilmente  il primo che vedi. Ce n' un altro pi grande e meglio equipaggiato sotto il palazzo dell'amministrazione. Ma  riservato all'lite dell'universit e non l'ho mai visto.

Mi guardavo in giro, stupita e atterrita. Non potevo fare a meno di pensare che, malgrado fossimo parecchi metri sotto terra, la Sicurezza Interna ci stesse registrando, e che avremmo subito una punizione terribile.

Wolfman mi disse che nella nostra epoca - gli anni SNA - c'erano ancora rifugi di questo genere, ma erano riservati ai funzionari governativi. Il comune cittadino non ne sapeva nulla. Ma negli anni cinquanta i bunker antibomba erano all'ordine del giorno: se ne parlava su giornali a grande diffusione come Life e Time, oltre che in televisione; e molti costruivano i propri rifugi nel seminterrato - Una specie di estensione del soggiorno. Un posto dove stare comodi ma potere anche difendersi, per tenere alla larga ospiti sgraditi.

Wolfman mi disse che si temeva un attacco nucleare da parte dell'URSS, l'Unione Sovietica, un colosso politico che nel 23-SNA non esisteva pi. Mi chiese anche se negli anni SNA la Russia era ancora un nemico della democrazia. Gli risposi che in effetti c'erano molti terroristi nemici della democrazia, ma che la Russia era un nemico con cui gli Stati del Nord America facevano patti, al contrario della Cina, il grande ed eterno nemico.

Wolfman mi chiese anche chi fosse il presidente, ma il nome che gli feci non gli disse nulla.

I presidenti degli Stati del Nord America Rifondati erano anche i capi del Partito Patriottico. La gente comune sapeva poco di loro, anche se si credeva che fossero multimiliardari o amici di multimiliardari. I loro nomi spesso erano inventati e associati a individui o simulazioni che apparivano senza sosta online o in televisione; si era condizionati ad amarli grazie alle espressioni amichevoli e ai jingle che ne accompagnavano le immagini e che creavano dipendenza; allo stesso modo si era portati a odiare altre figure. Tentare di saperne di pi su di loro era una violazione delle norme dell'Ufficio Informazioni della Sicurezza Interna e poteva essere considerato Tradimento.

Wolfman mi stava spiegando che, dopo la seconda guerra mondiale, gli americani avevano vissuto nel terrore di un olocausto nucleare. Ai bambini di cinque e sei anni veniva insegnato cosa fare in caso di un improvviso flash nucleare: mettersi sotto i banchi, chinare la testa e coprirsi la nuca con le mani intrecciate.

Per i pi fortunati c'erano bunker equipaggiati di provviste come questo. Per un po' c' stato un vero e proprio boom dei rifugi'.

Ma c' mai stato un olocausto nucleare'?

Alla fine, no.

Ma qui nella Zona 9 credono ancora che la Russia possa sganciare una bomba atomica sugli Stati Uniti?

Non dire credono ancora', Mary Ellen.  il 1959, ed  assolutamente normale, per un cittadino americano, credere nella possibilit di un olocausto nucleare.

Sentii una fitta dietro gli occhi; mi ero abituata a vivere in quest'epoca passata come se fosse il mio presente; ma non avevo ancora interiorizzato la logica di questa vita, e ovviamente non ne avevo parlato con nessuno.

Divertito, o forse leggermente irritato dalla mia ingenuit, Wolfman continu: S, la maggior parte dei cittadini americani di quest'epoca pensa che possa essere imminente una guerra nucleare, anche se non sono in grado di comprenderla - non pi di quanto possiamo comprendere la nostra morte o l'estinzione della nostra identit. Non siamo in grado di immaginare noi o i nostri cari come non esistenti. Non siamo in grado di renderci conto che nel ventesimo secolo sono state uccise decine di milioni di esseri umani nelle guerre mondiali. Ma alla gente  stato fatto il lavaggio del cervello in modo che credano alla minaccia comunista, costruiscano rifugi e ammassino enormi quantit di armi. Anche se negli SNA, dopo la Rivoluzione Culturale della Scuola Pubblica, non devono averti insegnato molto; al massimo ti avranno parlato dei due Sputnik e dei test nucleari in Russia e negli Stati Uniti negli anni cinquanta. C' una vera e propria ossessione atomica. Gli americani del 1959 non hanno accesso al futuro', come noi, e quindi non sanno che non c' mai stata una guerra nucleare e che i rifugi antiatomici non sono mai stati usati da nessuno. E tanto meno che non c' mai stato alcun colpo di mano comunista' nel Governo americano, o qualcosa che ci assomigli anche solo lontanamente.

Be', meglio cos. O no?

Wolfman scoppi a ridere. Ovviamente hai ragione, Mary Ellen. Se in questo passato ci fosse stato un olocausto', i nostri genitori non sarebbero nati e quindi, nel futuro, non saremmo nati neanche noi.

Era strano che ci che Wolfman intendeva come futuro di fatto per me fosse il passato - il passato da cui ero stata espulsa. E per Wolfman, il cui Esilio era iniziato molto tempo prima del mio, questo futuro era ancora pi passato.

Vedendomi confusa, Wolfman mi parl della politica americana negli anni successivi alla seconda guerra mondiale: la cosiddetta guerra fredda, il sinistro potere del senatore Joseph McCarthy, l'inchiesta sull'esercito americano, la caccia alle streghe condotta da parte di giudici federali come Harold Medina sin dalla fine degli anni quaranta, la sconfitta di un intellettuale come Adlai Stevenson da parte di un popolare ex generale come Dwight D. Eisenhower. La storia degli Stati Uniti  sempre stata una lotta tra loro' - i capitalisti, con il loro potere - e noi'. Ovviamente noi' non abbiamo mai avuto alcuna possibilit.

Wolfman rise e alz le spalle. Come se qualcosa di cos astratto come la storia potesse avere importanza in quella catacomba, dove un guasto al sistema di aerazione significava la morte.

Devi solo cercare di essere calma, Mary Ellen, aggiunse, cercando di ignorare, come avrebbe fatto qualunque adulto responsabile, i miei occhi adoranti da diciassettenne innamorata. La nostra vita ormai  questa. Non farti prendere dalle emozioni. Abbiamo troppo da perdere.

Con l'aria professionale di un reporter televisivo, mi fece fare un breve tour del rifugio. Apr gli armadi a muro per mostrami scaffali alti fino al soffitto ricolmi di scatolette di tonno, salmone, piselli, mais, spaghetti, macedonia e lattine di zuppe Campbell's (pomodoro, noodles di pollo, crema di funghi); scatole di Cheerios, di Wheaties e di Rice Krispies; uova in polvere, latte in povere, scatole di sale e di zucchero. Un gigantesco frigorifero (spento) pieno di Pepsi e di acqua minerale. In un altro locale c'erano taniche di acqua minerale e bottiglioni di sapone liquido e prodotti per la pulizia; in un altro ancora bombole di ossigeno, bende, barelle, padelle, bastoni, stampelle, deambulatori, sedie a rotelle pieghevoli. File di armadietti. Lavandini, gabinetti. Una serie inquietante di tute grigie appese a una sbarra come gusci di enormi insetti. In caso di olocausto nucleare i sopravvissuti dovevano indossare quella roba? Comprese le maschere antigas dalle lenti spesse? Non riuscivo a immaginare una catastrofe del genere.

Wolfman disse:  come se gli uomini del 1959 fossero i nostri antenati, vero? Quanto sembrano ingenui. Ma per fortuna nulla  andato come temevano.

Il rifugio antiatomico sembrava per essere tutto tranne che sterile. Chiss quanti germi e batteri se ne stavano l da un pezzo, in attesa di trovare la loro vittima. Ebbi l'impulso di dare un'occhiata dietro di me, per controllare se avessi lasciato impronte sul pavimento. L'aria stagnava e c'era puzza di chiuso, come di vestiti sporchi.

In un locale per le riunioni un armadio-televisore mostrava il minuscolo schermo spento a varie file di sedie. Le contai: erano quindici, ciascuna con dodici sedie. Alle pareti altri cartelli, con figure e istruzioni numerate. Sembrava che fosse stato interrotto qualcosa di drammatico. Sulla moquette grigia l'involucro accartocciato di una barretta Milky Way, che sembrava essere stata buttata l poco prima. Da l si accedeva a due dormitori con cinquanta brande ciascuno. Uno per gli uomini e uno per le donne, disse Wolfman in tono sarcastico.

Gli chiesi se gli spettasse un posto nel rifugio, in caso di emergenza.

Ovviamente no. Sono solo un assistente che non conta nulla. Anche se si d il caso che sappia del rifugio, dato che in generale tengo a conoscere pi cose possibile. Cos ho scoperto dov'era e ho trovato anche la combinazione. Nella mia vita precedente, negli SNA, disse abbassando la voce, ero un sovversivo. Un hacker, per la precisione. E per la mia et ero proprio bravo, se posso dirlo. Avevo hackerato i computer della Sicurezza Interna, della Disciplinare Giovanile, della Comunicazione Mediatica, del mio liceo a Manhattan e qualcos'altro. Quando mi presero avevo vent'anni, ma ero una star della rete da anni, e non ci sarebbero mai riusciti se un amico' non avesse fatto la spia.

Wolfman parlava fin troppo apertamente delle sue vicende. Dopo la riluttanza iniziale, non sembrava molto credibile.

Wolfman mi chiese che cosa avessi fatto per meritarmi l'Esilio. Dev'essere un momento di grande paranoia per esiliare una cos giovane come te. Di solito si finisce in una prigione giovanile e poi si viene riconvertiti'.

In tono di scusa dissi a Wolfman che non avevo fatto nulla di sovversivo come lui - Almeno non intenzionalmente. Dovevo fare il discorso di fine anno alla mia scuola e avevo scritto una serie di domande che il nostro preside temeva lo avrebbero messo nei guai con la Sicurezza Interna. Nessuno mi aveva avvisata n mi aveva chiesto di modificare il testo. Mi hanno arrestata alle prove della cerimonia e mi hanno portata via. La mia voce trem. Da allora non ho pi visto i miei genitori.

Era evidente che Wolfman voleva evitare coinvolgimenti emotivi, ma mi guard preoccupato.

Quanto ti hanno dato?

Quattro anni.

Quattro anni! Ma  pochissimo. Giusto il tempo di prendere un'inutile laurea e di essere teletrasportati indietro.

Avrei voluto non sentire le parole inutile laurea.

A quanto  stato condannato, dottor Wolfman?

Chiamami Ira' e dammi del tu. Siamo in Esilio entrambi, no? Io sono stato condannato a undici anni e me ne mancano ancora due prima che il mio caso possa essere riesaminato. Dio solo sa cosa potr succedere. Ho sentito di tribunali che raddoppiano la pena. Sono cinque giudici a decidere, sai?

Davvero? Non sapevo...

Non era una bella notizia, ma Wolfman cerc di consolarmi.

Tutti i decreti della Sicurezza Interna sono provvisori. Ma possono essere revocati se i parenti pagano l'ammenda prevista. Non lo sapevi?

N-no.

Mi chiesi se i miei genitori ne erano al corrente. Se mio padre sapeva che il suo status di Individuo Segnalato poteva essere revocato.

Non preoccuparti, Mary Ellen. Hai tutto il tempo per preparare la tua difesa. Per quello che mi riguarda, non sono cos ansioso di tornare a casa. Avevo tanti nemici. Sono stato tradito da persone che pensavo fossero miei colleghi. Ho cercato di accettare la Zona 9.

Non ti manca la tua famiglia? I tuoi amici?

Certamente. E per un pezzo  stato cos. La maggior parte degli IE soffrono di grave depressione nel primo anno di Esilio, e sono a rischio di suicidio. Ma  da cos tanto tempo che sono orfano' che ho quasi finito per credere alla mia identit di Esiliato. Per me  difficile pensare che possa davvero essere riconfigurato'. Rischierei di ricadere in comportamenti sovversivi', essere arrestato nuovamente e venire vaporizzato. Nessuno viene esiliato due volte.

D'un tratto mi resi conto che se Wolfman aveva ancora due anni da scontare, io sarei rimasta sola. Gi mi sentivo in crisi di abbandono.

So che per te arrivare qui  stata dura, Mary Ellen. Mi spiaceva per te ma non c'era molto che potessi fare. Invitarti a parlare nel mio ufficio e lasciarti sfogare non sarebbe servito a niente. Ho cercato di mantenere le nostre relazioni a un livello professionale e continuer a farlo. Ti devi ripetere che la Zona 9 non  un posto cos terribile se paragonata agli SNA. Ti ci vorr circa un anno e mezzo per adattarti, come  successo a me. Mesi e mesi in cui mi sentivo lontano da tutti, come se fossero morti e non se ne rendessero conto; o come se a essere morto fossi io. Continuo a provare un senso di piet per questa gente, anche se ce ne sono alcuni che mi piacciono o per cui ho un certo rispetto. Mi sono laureato alla Wainscotia, per quello che vale, e ho conseguito un dottorato in Psicologia Sperimentale; ho fatto una tale impressione su quelli del dipartimento che mi hanno preso subito. Nella Zona 9 ho fatto una carriera che non mi sarebbe stata possibile negli SNA, per via della mia tendenza a mettere in discussione l'Autorit'. Mi ha sorpreso che non mi abbiano cancellato subito; devono avere pensato che il mio talento di hacker fosse troppo prezioso.

Ce ne sono altri come noi?

S, sparsi qua e l. Da quando sono qui mi  capitato di incontrare qualcuno - uomini, per la maggior parte - che sembrava un IE come me. Il primo anno li cercavo dappertutto, ma ero molto prudente nell'avvicinarli o nell'identificarmi. E gli altri erano terrorizzati e mi evitavano. Tu sei diversa, ovviamente. Sei un caso a parte. Hai il coraggio della giovent, cosa che hanno in pochi.

Il coraggio della giovent. Non sembrava un complimento.

E hai avuto contatti con questi altri Esiliati?

Non ho mai cercato di confermare i miei sospetti e mi sono sempre tenuto a distanza. Ovviamente  impossibile capire se qualcuno  una spia, anche nella Zona 9. Immagino che qui ci siano agenti del nostro Governo, ma come comunichino tra loro o come viaggino da una zona all'altra - se lo fanno -, non lo so. Ricorda, il cyberspazio  eterno' e al di fuori del tempo'; se sai come fare, lo puoi attraversare in ogni direzione. I miei genitori erano scienziati che lavoravano per il Governo, quindi ho un'infarinatura sulla cybertecnologia degli SNA, anche se ormai le mie informazioni devono essere datate. E so anche che la Wainscotia University  il posto dove mandano quelli come noi, gli intellettuali e i sovversivi. E sai perch? Perch  un brodo di coltura di mediocrit.

Wolfman cominci a parlare in modo sprezzante di alcuni luminari della Wainscotia: Amos Stein e il suo team di fisici e matematici che volevano provare la teoria dello stato stazionario dell'universo per confutare Einstein; Myron Coughland, un ridicolo sciovinista secondo cui la storia della filosofia trovava il suo coronamento nelle banalit di chi auspicava un pensiero positivo; Morris Harrick, che faceva lo stesso con la storia della scienza, che secondo lui culminava nella presente era cristiana e caucasica; o un altro storico, C.G. Emmet, secondo cui la civilt americana e nordeuropea del ventesimo secolo era la pi alta espressione dell'umanit, senza fare menzione dell'Olocausto. Come se non fosse mai successo, disse Wolfman disgustato.

Quanto al suo mentore, A.J. Axel, era cos imbevuto di comportamentismo skinneriano da aver smesso di pensare in modo scientifico da almeno un decennio, e non immaginava la rivoluzione della psicologia cognitivista che era dietro l'angolo. Tra qualche anno B.F. Skinner sar messo da parte. Le sue grandi scoperte diventeranno un reperto archeologico. Spero di fare in tempo a levarmi di mezzo.

Ero allibita dai giudizi drastici e provocatori di Wolfman. Per mesi avevo creduto a tutto ci che la signorina Steadman, la signorina Hurly e tutti i membri della comunit universitaria ripetevano con tanto entusiasmo, che la Wainscotia era un'eccellenza e che eravamo fortunati a essere l. Ed ecco che Wolfman ci rideva sopra.

Cos'hai da essere tanto sorpresa? Pensavi che il professor Axel fosse un genio? Ogni posto e ogni epoca hanno i suoi cosiddetti geni. Axel  stato uno stupido ingenuo che ha creduto nel dogma della lobotomia predicato da Walter Freeman, anche se poi ne ha preso le distanze, dopo aver assistito ad alcune morti. Solo che adesso  concentrato sull'ingegneria sociale'. Vale a dire che traumatizza gli uomini che sono attratti da altri uomini fino a ridurli a larve incapaci di provare interesse per qualsiasi cosa e inclini al suicidio. Una conseguenza che Axel evita di registrare, dato che ricade al di l del perimetro dei suoi esperimenti.

Vedendo la mia espressione, Wolfman si fece un'altra risata.

Ma la Wainscotia non ...

No. Non lo . La Wainscotia - il Paese Felice -  la punizione che tocca ai sovversivi' che pensano con la propria testa. Un campus idilliaco nel cuore dell'America da cui da decenni non esce nulla di valido, per quanti sforzi si facciano e per quanto talento si abbia.  la tomba di tutte le carriere. Tanti scienziati intelligenti sono arrivati qui da qualche universit della costa orientale e si sono accorti di essere diventati delle mummie quando ormai era troppo tardi. Qui non c' posto per originalit e innovazione. Un promettente giovane astrofisico del California Institute of Technology ha rinunciato a una ricerca sulla teoria delle stringhe per dedicarsi alla vita extraterrestre - e di questo si occuper fin quando non andr in pensione. Da qui non esce nulla che abbia qualche valore. Scienziati, matematici, chimici, filosofi, artisti, poeti: tutto quello che produrranno alla Wainscotia verr dimenticato subito dopo la loro morte. I loro eredi nasconderanno le loro autobiografie - pubblicate a loro spese - e fonderanno le loro medaglie alla carriera. Le loro idee sono derivative, inutili, o semplicemente sbagliate. Nel frattempo si credono chiss chi, e sotto la campana di vetro della Wainscotia prosperano come batteri. Vincono premi e accedono a fondi governativi elargiti da loro amici. Troneggiano sulle prime pagine di rivistine studentesche o giornali locali. Magari una tantum arrivano fino a settimanali come Time'. Vengono invitati a fare il sermone in chiesa la domenica. Alcuni sono adorati dai loro studenti, cos come dalle zitelle del posto.

Era stupefacente. E scioccante. Ascoltavo in silenzio. Dietro il sarcasmo delle parole di Wolfman, erano evidenti la rabbia e la delusione.

Certo, avevo pensato che la psicologia comportamentista del professor Axel avesse una portata ristretta e tecniche rudimentali, ma credevo che fosse un limite mio; ci che avevo imparato della psicologia freudiana non mi era sembrato molto pi convincente, e aveva lo svantaggio ulteriore di non essere dimostrabile per via sperimentale.

Ma il povero Morris Harrick del Museo di Storia Naturale! Mi spiaceva molto per questo anziano gentiluomo che, come una talpa, sembrava aver passato tutta la sua vita professionale in un cunicolo, senza alcun costrutto.

La Zona 9 sarebbe stata il mio mondo per i successivi tre anni e mezzo. Per sopravvivere, ne avrei respirato la mediocrit.

Ebbi l'impressione che una voragine si stesse aprendo sotto i miei piedi.

La crudele risata di Wolfman si trasform in un attacco di tosse. Aveva la pelle sudata. Mi domandai se stesse bene.

Wolfman si lasci cadere su una delle sedie davanti al televisore spento. Nei suoi occhi non c'era pi energia. Mi guard come si potrebbe guardare una bambina per certi versi precoce ma afflitta da qualche handicap.

Mi chiedevo perch Wolfman avesse deciso di parlare con me. Era la fine del primo semestre, e nel giro di qualche settimana non sarei pi stata una sua studentessa.

Mi chiedevo anche se mi avesse seguita fino al museo. Se avesse fatto indagini su Mary Ellen Enright, iscritta nel 1959 alla facolt di Arti Liberali.

Ero cos innamorata di Wolfman che avevo bisogno di credere che potesse amarmi.

Dopo il suo sfogo, sembrava essersi incupito. Vidi le sue dita che cercavano le sigarette nel taschino della camicia, ma per fortuna alla fine decise che era meglio non fumare in quel sotterraneo male aerato.

Che strano, pensai, che Ira Wolfman fumasse. Come se fosse nato nella Zona 9 e non vi fosse stato teletrasportato.

Intanto avvertivo un crescente senso di paranoia. Non potevo credere che fossimo cos al sicuro come riteneva Wolfman. Perch proprio laggi avremmo dovuto sfuggire ai controlli? Mi sembrava strano che per quelli del 23-SNA ci fosse qualcosa di impenetrabile.

E poi un dubbio atroce. Ti puoi fidare di lui?

Non temere, Mary Ellen. Puoi fidarti di me. Sono tuo amico, mi disse Wolfman sommessamente.

Dissi a Wolfman che mi fidavo di lui.

E ti amo.

Ma lo sai gi.

Wolfman mi chiese il mio nome, e io glielo dissi.

Wolfman mi chiese da dove venivo, e io glielo dissi.

Wolfman mi chiese di dirgli che cosa provavo.

Wolfman apr le sue braccia, e io mi lasciai abbracciare.

E nessuno tranne noi seppe ci che era successo, quella notte, nel rifugio sotto il Museo di Storia Naturale Van Buren.

Il sacrificio

Un famoso esperimento comportamentista condotto da John Watson nel 1920.

Un bimbo di undici mesi, il piccolo Albert, non aveva mai avuto paura di alcun animale finch gli misero in grembo un innocuo topolino bianco e poi sbatterono ripetutamente due sbarre di metallo dietro la sua testa. Da quel momento il piccolo Albert cominci a piangere alla sola vista di un topo, di un cane o anche di una pelliccia, esibendo la stessa risposta in origine legata al rumore frastornante.

Nell'aula magna ci mostrarono un vecchio filmato. Le immagini erano rigate e procedevano a scatti, ma erano inequivocabili: il bimbo era terrorizzato dalle sbarre percosse dietro la sua testa, e presto imparava a temere e odiare il topolino che prima sembrava apprezzare.

Un giorno chiesi a Wolfman se Watson o qualcun altro avesse pensato a decondizionare il bambino dopo l'esperimento.

Gli chiesi anche se, crescendo, Albert avesse continuato a essere spaventato da animali pelosi. No, aveva risposto Wolfman. Il povero bambino era morto all'et di sei anni.

Adorazione

Non  necessario che ci vediamo o che siamo vicini.

Ricordati, sono tuo amico.

Wainscotia, inverno. Mi svegliai che era ancora buio. A mezzo miglio di distanza il suono attutito della campana della cappella che batteva le ore. Le sei.

Era il gennaio 1960. La mia ultima mattina di esami.

Mi vestii frettolosamente al buio, mentre le mie compagne di stanza dormivano ancora. Era la settimana degli esami. Ogni giorno mi svegliavo presto, andavo a ripassare nella sala al piano di sotto e poi correvo in mensa tra la neve, a fare colazione. E poi l'esame. A volte l'appello era alle otto. Quello di Psicologia 101 era quella mattina, alle nove, a Greene Hall.

Ero in fibrillazione. Volevo fare meglio di tutti.

Volevo impressionare Ira Wolfman. Volevo che fosse fiero di me, anche se in segreto.

Mi ero letta e riletta gli appunti che avevo preso con grande cura a lezione e il libro di testo, curato in parte dallo stesso professor Axel. Nel mio sonno agitato, scorrevo pagine per altro illeggibili. Sottolineavo e prendevo appunti. Mi svegliai con un cerchio alla testa, ma ansiosa di essere interrogata. Mi chiesi se il microchip nel mio cervello avesse effetti sulla mia memoria in generale, o agisse solo in modo mirato.

Wolfman mi aveva assicurato che non c'era nessun microchip nel mio cervello.

Vogliono solo che gli IE lo credano, mi aveva detto. Cos la suggestione fa s che ci censuriamo.

(Adesso non sapevo cosa credere. Anche se speravo tanto che Wolfman avesse ragione.)

Nelle esercitazioni di Psicologia 101 avevo tutte A e A+. Sapevo praticamente a memoria la mia relazione e i miei appunti. Eppure temevo l'imprevisto, un crollo che avrebbe deluso Ira Wolfman al punto da allontanarlo da me.

Wolfman aveva informato gli studenti che la maggior parte delle domande sarebbero state a risposta multipla e corrette da una macchina. Ci sarebbero state alcune brevi risposte scritte tra cui scegliere. Inoltre avremmo dovuto produrre un elaborato di circa settecentocinquanta parole. Wolfman ci aveva detto in modo asciutto che non dovevamo esprimere idee originali, e che queste non sarebbero state apprezzate: Ogni domanda ha una risposta ovvia, che  quella giusta. Le altre saranno considerate sbagliate'.

L'atteggiamento del dottor Wolfman nei confronti della materia che insegnava era diventato sempre pi ambivalente nel corso del semestre. Spesso sembrava parlare ironicamente, come se recitasse parole in cui non credeva. Come se stesse perdendo fiducia nel comportamentismo, che era alla base del dipartimento di Psicologia della Wainscotia e dell'istituto diretto da A.J. Axel, dove si sarebbero dovute curare le personalit aberranti e perverse. Mi chiesi se i suoi colleghi l'avessero notato. E gli altri studenti? Ero l'unica?

O lo stavo solo immaginando, nella mia ossessione per Ira Wolfman?

I test a risposta multipla erano la norma nel liceo a controllo governativo che avevo frequentato. Almeno l'ottanta per cento di quello che studiavamo veniva verificato in quel modo; i nostri insegnanti, essenzialmente, ci insegnavano a fare quiz. Originalit, dubbi e sfumature non erano contemplati.

Ma pi conoscevi un argomento e ne coglievi la complessit, pi diventava difficile fornire risposte semplici e schematiche. Certo, bastava essere un minimo sgamati per capire la risposta corretta - quella che ti era stata ripetuta fino alla nausea durante il semestre. Si sapeva che gli assistenti del professor Axel preparavano esami che seguivano scrupolosamente le sue lezioni e i suoi manuali; spesso le domande richiedevano solo parafrasi, che potevano essere imparate a memoria. Solo nell'elaborato era possibile cercare di essere originali - ma questo significava rischiare di tagliarsi le gambe.

Sarebbe stato Wolfman a valutare il mio esame. Mi aveva detto freddamente che correggeva i compiti senza sapere di chi fossero, e lo scopriva solo dopo avere dato il voto. Voto che non cambiava mai - Do subito quello giusto.

Dopo l'incontro al museo avevo visto Wolfman solo poche volte, e di sfuggita, alla fine delle lezioni. Ovviamente non mi telefonava. E mi aveva raccomandato di non mandargli lettere o biglietti.

Aspetta la fine del semestre, mi aveva detto. Quando non sarai pi una mia studentessa.

Quella notte, al museo, eravamo rimasti insieme fino a mezzanotte meno un quarto, l'ora in cui dovevo tornare all'Acrady Cottage.

Alla Wainscotia il coprifuoco esisteva solo per le ragazze, non per i ragazzi. Era un privilegio maschile che veniva dato per scontato. Gli orari - che variavano: dal luned al gioved il coprifuoco scattava alle ventitr, il venerd a mezzanotte, il sabato all'una e la domenica alle ventidue - erano stati decisi dalla presidenza per le studentesse.

Quella notte Wolfman mi aveva tenuta tra le braccia, consolandomi e incoraggiandomi a parlare di tutto quello che volevo.

Quanto tempo ero rimasta senza avere nessuno con cui confidarmi! Le parole erano sgorgate da me come lacrime. Accompagnate da lacrime vere.

Non ero mai stata cos vicina a un ragazzo, e tanto meno a un uomo. L'unico uomo che mi avesse mai abbracciato era stato il mio pap.

Alla Pennsboro c'erano molte altre ragazze che, come me, erano a disagio con i ragazzi. Mia madre diceva che ai suoi tempi non era cos; quando era al liceo, aveva amici maschi e fidanzati con cui usciva; ma allora tutto era diverso, i ragazzi non venivano incoraggiati a spiarsi a vicenda come succedeva da vent'anni a questa parte.

E nella nostra scuola i ragazzi erano quasi tutti poco simpatici; come mio fratello Roderick erano opportunisti, inaffidabili, maligni e strafottenti. Tra maschi e femmine non c'erano amicizie ma, al massimo, contatti sessuali brutali e sbrigativi, che spesso venivano ridicolizzati dai ragazzi, che postavano foto online con commenti sgradevoli.

Ira Wolfman era il primo uomo che amavo. Il primo uomo di cui mi ero innamorata. Il fatto che non ricambiasse i miei sentimenti era secondario, tanto ero grata che semplicemente esistesse.

Quella notte mi aveva baciato solo sulla fronte e su una guancia, come se fossi una bambina agitata. Ridendo, mi aveva detto di essere troppo vecchio per me. E di non essere il tipo di persona che se ne approfittava.

Fosse stato per me, lo avrei pregato. Di approfittarsi di me.

Nelle Istruzioni si diceva chiaramente che agli IE  proibito procreare. Ma come qualunque altra studentessa della Wainscotia, la possibilit di rimanere incinta non mi attraversava neanche l'anticamera del cervello. In compenso potevo trarre vantaggio io dal fatto che Wolfman fosse pi vecchio di me, un adulto responsabile.

Credevo che Wolfman fosse un mio amico. Credevo che forse, col passare del tempo, avrebbe potuto amarmi.

Non ero pi cos disperata. Se c'era Wolfman nella mia vita, non sarei stata mai pi sola. Cos pensavo.

Comunque non potevo trattenermi dal cercare di vedere Wolfman in luoghi pubblici. Luoghi dove nessuno avrebbe sospettato di noi.

La settimana dopo l'episodio del museo assistetti alla conferenza di un professore di psicologia della Purdue University. Wolfman era presente e fece anche delle domande. Il tema non era particolarmente interessante (le complicate modalit di rinforzamento dello stimolo nei primati), ma le domande di Wolfman erano brillanti e provocatorie. Non devi attirare l'attenzione su di te! pensai, dato che erano presenti professori pi anziani, tra cui lo stesso Axel, che avrebbero potuto biasimare i modi del giovane assistente.

Durante la conferenza osservavo Wolfman senza farmi notare. Ero convinta che lui fosse consapevole della mia presenza. Ma alla fine Wolfman rimase davanti al palco a parlare con i colleghi, e me ne andai senza parlargli.

Il solo fatto di saperlo vicino mi riemp di felicit. Che tu esista nel mio stesso mondo. Mi basta questo, per ora.

La psicologia insegna che una persona che soffre di una malattia mentale pu esserne consapevole, ma la malattia rimane. Cos come una persona malata fisicamente pu capire la natura della propria malattia, senza per questo guarirne.

Quanto  patetico che tu sia innamorata di Wolfman, quando lui non ti ama?

Sentieri selvaggi

Era un errore. Sarebbe stato un errore. Forse.

Un venerd sera, al cineclub del campus, davano un western classico con John Wayne intitolato Sentieri selvaggi. Nel rifugio Wolfman mi aveva detto che, mentre detestava la televisione della Zona 9, di solito gli piacevano i film, cos mi ero diretta al cineclub con la speranza di vederlo.

Arrivai in ritardo. Non sapendo bene dove fosse il cineclub, prima ero andata in un altro edificio, che non era quello giusto, e adesso, dopo averlo trovato, stavo cercando un posto nella sala buia, a film gi iniziato. In principio non vidi Wolfman tra gli spettatori ed ebbi la tentazione di andarmene; poi lo scorsi seduto da solo, in prima fila, accanto al corridoio centrale.

(Mi aveva visto? Non ne ero sicura.)

(Evitai di sedermi accanto a lui, pensando che avrebbe apprezzato la mia cautela.)

Da quando avevo cominciato a studiare i predecessori di B.F. Skinner, mi sembrava che la maggior parte delle situazioni umane fossero simili a esperimenti psicologici. Di solito si usavano piccioni o topi, ma a volte anche uomini. Vedevi o subivi uno stimolo, e la reazione era la risposta. Solo che pi era dettagliata e oggettiva la descrizione del comportamento del soggetto, pi era verosimile che lo scienziato ignorasse che cosa stesse succedendo veramente, dato che dalla semplice osservazione era impossibile dedurre la vita interiore e gli stati d'animo soggettivi. Inevitabilmente, dall'esterno gli esseri viventi venivano percepiti come semplici meccanismi. Ti veniva voglia di protestare: Ma quella sono io! Unica e irriducibile.

Eppure il mio amore (non contraccambiato, inutile, sublime) per Ira Wolfman mi aveva attirato al cineclub. Non era forse prevedibile? E non era probabile che anche Wolfman l'avesse previsto? Dovunque andassi nella Zona 9 mi trascinavo dietro la mia invisibile gabbia di Skinner: una variante cui non aveva ancora pensato nessuno.

Prima di Skinner, e non diversamente da lui, c'erano stati celebri scienziati secondo cui gli animali in sostanza erano macchine il cui comportamento poteva essere facilmente spiegato e manipolato. Una minoranza invece sposava la teoria del vitalismo, secondo cui negli esseri viventi era infusa un'essenza immateriale. (Spesso i vitalisti venivano screditati dai colleghi, come capit al tedesco Hans Driesch.) Nel mio Esilio, in preda a pensieri ossessivi, mi vedevo come il soggetto di un esperimento di qualche tipo, dato che venivo osservata e registrata; ma allo stesso tempo, nell'emozione che Wolfman suscitava in me, nel mio struggimento per lui, mi vedevo come unica, segreta, imprevedibile.

Il desiderio mi portava in luoghi dove altrimenti non sarei andata. Come se, lentamente, si stesse sviluppando un altro essere che era sia Mary Ellen Enright sia Adriane Strohl. I comportamentisti credevano infatti che l'io fosse frutto dell'ambiente e delle sue caratteristiche pi che di un rigido determinismo genetico. Siamo ci che siamo costretti a essere - dobbiamo solo evitare di resistere.

Spesso vedevo il mio riflesso ed ero colpita dalla persona che ero diventata nella Zona 9. Ero una diciottenne (il mio diciottesimo compleanno era appena passato nell'indifferenza generale) senza alcunch di giovanile. Ero pallida, sempre sul chi vive, con lo sguardo iperattento. Come uno di quei topi da laboratorio che erano stati frustrati, spaventati o traumatizzati da scariche elettriche cos tante volte che la loro natura originaria si era evoluta quasi in una nuova specie: una creatura in attesa dello stimolo successivo, che poteva essere fatale.

Ma dalla mia apparenza (ne ero sicura!) non si poteva dedurre il mio amore per Wolfman. E questa era la mia segreta felicit.

Quanto al film, fu una vera sorpresa.

All'inizio non riuscivo a capire se Sentieri selvaggi volesse essere una specie di commedia, con le sue esagerazioni, o volesse essere serio, epico. Era affascinante e coinvolgente, certo, ma come avrebbe potuto esserlo un fumetto per bambini creduli. Il Technicolor era sgargiante, gli attori goffi nei dialoghi, la musica (che accompagnava ogni scena, dai titoli di testa in poi) distraente e molesta. Non avevo mai visto prima John Wayne, ma era evidente che sembrava interpretare John Wayne. La macchina da presa era incollata su di lui, spesso in primo piano o al centro di ogni immagine. Le scene erano melodrammatiche e lentissime; dalla musica si capiva quando stava per succedere qualcosa, anche se passava parecchio tempo prima che succedesse. Nessuno di coloro che appariva sullo schermo sembrava una persona vera in una situazione reale: era ovvio che si trattasse di attori professionisti in costume, che recitavano battute che avevano pi o meno imparato a memoria.

I nemici erano gli indiani. Minacciosi selvaggi seminudi che commettevano atti di violenza inconsulta e poi venivano uccisi a colpi di fucile mentre cavalcavano, cadendo tra i cespugli. Le scene in cui gli indiani dovevano far ridere, per, erano anche peggio. Per tacere delle scene in cui l'eroico John Wayne uccideva bisonti a ripetizione.

Eppure, alla fine del film, molti spettatori applaudirono. Anche Wolfman!

Dopo che si accesero le luci, parecchi si alzarono per discutere il film, che parevano aver preso davvero seriamente. Tranne me, erano tutti adulti. Molti sembravano essere professori. Sentii parole di elogio per la recitazione, la regia, l'uso del paesaggio western. Discorsi pretenziosi sul mito della frontiera americana - La frontiera che non  tale per coloro che ci vivono.

Quasi quasi credevo che scherzassero, come spesso faceva Wolfman, ma non era cos.

Con pazienza aspettai che Wolfman si girasse verso di me, o almeno lanciasse uno sguardo in direzione della fila dov'ero seduta. Con pazienza aspettai che la gente con cui stava parlando se ne andasse. Mi sentivo quasi scandalizzata per il fatto di essere stata l'unica a non avere apprezzato quel film roboante.

Wolfman era amichevole verso quelle persone, che per non sembravano suoi colleghi di Psicologia. C'era una coppia, probabilmente sposata; c'erano anche due donne che si erano sedute una accanto all'altra, poco lontano da lui. Mi sentii male quando vidi una di loro, che Wolfman pareva conoscere bene, indugiare in attesa che uscisse, per fare la strada con lui. Arriv il momento di mettersi giacconi e cappelli con la pelliccia. La donna in questione aveva i capelli neri con la riga in mezzo, che si stavano ingrigendo. Aveva occhi grandi, con le palpebre pesanti e uno sguardo scrutatore come il mio. Non era bella e probabilmente era pi vecchia di lui, ma aveva una faccia dai lineamenti marcati che la faceva sembrare volitiva e intelligente. Sentii una vampata di gelosia. Colta da vertigine, pensai:  me stessa, solo pi vecchia.  un'altra Esiliata.

Ma era improbabile. Impossibile.

Le loro risate erano irritanti come un coltello che scivola su un piatto. Non mi rendevo conto di provare gelosia: la gelosia di natura sessuale che colpisce come una malattia aggressiva chi non l'ha mai provata.

E stavano addirittura fumando. Entrambi! Li odiai.

Comunque rimasi in fondo alla sala, sperando di non dare nell'occhio e leggendo i manifesti con i programmi del cineclub, che comprendevano molti classici del muto.

Nulla  deprimente come la prospettiva di guardare un film senza nessuno che ti faccia compagnia.

Vedendo che ero una matricola e che ero da sola, alcuni, a dire il vero, cercarono di attaccare bottone. Solo che io restai sulle mie, evitando ogni contatto visivo, per paura che intendessero agganciarmi. E non volevo che Wolfman pensasse che ero venuta l per quello.

Cercando di sentire quello che stavano dicendo, trovai irritante anche il modo in cui rideva la donna con i capelli con la riga in mezzo. (La vidi lanciare uno sguardo verso di me. Ma non lo restituii.) Alla fine il gruppetto si divise. La donna si allontan con i suoi amici.

A un osservatore casuale poteva sembrare che Wolfman fino a quel momento mi avesse ignorato, non per maleducazione, ma semplicemente perch lui era un docente e io una sua studentessa, che per caso si trovavano nello stesso luogo. Adesso per diede segno di essersi accorto della mia presenza, con un sorriso forzato.

Salve, signorina Enright!

Finch non l'avevo visto con quelle sconosciute, mi ero sentita emozionata e piena di speranza. Ma adesso ero a terra. Non so come avessi fatto a trattenere le lacrime.

Wolfman cap, ma non poteva smascherarsi in un luogo pubblico. Cercando di essere gentile, mi rivolse il tipo di domande che poteva fare un docente a una studentessa di cui probabilmente non ricordava il nome. Quando mi chiese se mi fosse piaciuto il film, con mia sorpresa gli dissi quello che pensavo. Nel rifugio ero stata sopraffatta dalla timidezza, ma adesso criticai il film con veemenza adolescenziale, prendendomela con coloro che pretendevano di ammirare quel ridicolo western.

Wolfman scoppi a ridere. Per! Immagino che lei non sia una fan di John Wayne.

La sua reazione, al tempo stesso di stupore e di divertimento, mi ricord mio padre.

Gli dissi che secondo me era un film offensivo. Cos elementare, cos rozzo. Se fossi stato un nativo americano, mi sarei indignato. Se fossi stata una donna...

Ma ovviamente ero una donna.

Wolfman mi guard con perplessa ammirazione. Evidentemente era un uomo cui piaceva essere sorpreso. Abbass la voce, anche se era improbabile che qualcuno ci sentisse, e mi disse: Ti abituerai a questo tipo di insulti all'intelligenza, mia cara. Basta che qui, nel Paese Felice, guardi abbastanza film e televisione.

Imperterrita, continuai la mia tirata, parlando delle facce delle donne che sembravano cos artificiali, degli indiani che gridavano cadendo da cavalli, dell'orrenda colonna sonora che rovinava ogni scena...

Non c'era nessuno che si comportasse in modo verosimile. O anche solo che lo sembrasse.

I film non parlano di come le persone sono, Mary Ellen, ribatt Wolfman. I film parlano di come le percepiamo.

Non capii che cosa volesse dire. Ma mi ripromisi di pensarci su, anzich chiedere una spiegazione.

Si potrebbe usare un western per fare un esperimento di psicologia comportamentista, e rivolgere delle domande agli spettatori alla fine della visione. Si scoprirebbe che sono stati rafforzati i pregiudizi negativi contro gli indiani. Vedendo tanti che li uccidono, viene voglia di fare lo stesso.

Parlavo come la prima della classe, ma Wolfman si mise a ridere. In che modo era possibile stabilire se i pregiudizi negativi fossero stati rinforzati? E perch non era possibile, invece, che si fossero indeboliti? E come si faceva a capire se fosse stato solo il film ad avere questo effetto, e non altri fattori? Certo, ammise che un esperimento del genere poteva essere interessante; solo che le attitudini e i comportamenti erano due cose diverse, e le prime non potevano essere misurate.

Si potrebbero fare due esperimenti, ribattei con foga. Uno qualche settimana prima della visione del film, e uno subito dopo. E perch un pensiero non dovrebbe essere un comportamento'?  qualcosa che avviene nel cervello, che forse si pu anche registrare, non so se con i raggi X o con...

Mi sentivo girare la testa. Mi stavo inoltrando in un'area proibita, ricordando qualcosa che nel gennaio 1960 non esisteva nel campo della psicologia sperimentale e non poteva essere articolato.

Non si possono fare radiografie dei pensieri, Mary Ellen. Non ancora.

Appunto. Non ancora.

(Ma alla Divisione Disciplinare Giovanile non mi avevano fatto una scansione al cervello per stabilire se dicessi la verit? Ricordavo male?)

Parlavamo in modo concitato, anche se a bassa voce. Temevo di avere afferrato un braccio di Wolfman per evitare che raggiungesse le sue amiche.

A questo punto lui corrug la fronte e mim con le labbra le parole: Sta' zitta. Basta.

D'un tratto sembrava impaurito e preoccupato. La sua insolenza era sempre calcolata, mentre io stavo esagerando. E se ne and senza darmi modo di seguirlo.

A parte gli addetti del cineclub che stavano chiudendo, ero rimasta da sola nella saletta. Mi sembr che mi stessero osservando un po' seccati, ma evitai di guardarli e mi affrettai a uscire.

Qualche minuto dopo, sul marciapiedi coperto di neve, vidi che Wolfman aveva raggiunto il gruppetto in cui c'era la donna con gli occhi neri e penetranti. Stavano andando verso Moore Street a bere qualcosa in qualche pub.

Non li seguii. Non avrei dato a Wolfman questa soddisfazione.

Il test

Mi stavo vestendo frettolosamente, al buio. Non volevo disturbare le mie compagne di stanza. Tra poco avrei dovuto affrontare l'esame di psicologia, ma non riuscivo a pensare ad altro se non a Wolfman.

Dovevo costringermi per fare colazione cos presto. Ma se non mandavo gi qualcosa, alle nove e mezza avrei cominciato a sentire i morsi della fame e non sarei stata pi capace di concentrarmi.

Presi il mio quaderno di appunti. Avrei ripassato mentre facevo colazione.

In mensa, alle 7,05, c'erano solo pochi studenti stranieri dalla pelle scura seduti a un tavolo vicino a una finestra; di solito erano circondati da facce bianche, ma a quest'ora non c'era nessuno.

Erano CE5 o CE6. Alla Wainscotia ce n'erano pochi.

In realt erano tutti gi laureati in materie come fisica, chimica e ingegneria. Tutti maschi. Il mio spaesamento e la mia incertezza non erano sfuggiti ai loro sguardi indagatori; avevano colto in me qualcosa che conoscevano bene. Un paio di volte mi avevano invitato ad andare al loro tavolo, ma li avevo ignorati.

Nei loro Paesi d'origine, a quanto ne sapevo, maschi e femmine non si mescolavano cos facilmente. Non prima del matrimonio. Quell'invito rivolto a me era solo un modo eccitante per sfidare i loro tab. Sentivo sgomento e paura nell'essere considerata in quel modo. Un oggetto.

Quella mattina, in mensa, il loro sguardo mi sembr particolarmente insistente - e per nulla amichevole - mentre con qualche impaccio riempivo il mio vassoio. Un bicchiere di succo d'arancia, un contenitore di latte, una scatoletta di cereali, due fette di pane tostato...

Il profumo della colazione mi fece venire l'acquolina in bocca. Non mi rendevo mai conto di quanto fossi affamata finch non sentivo odore di cibo.

 Adriane!

Vieni a sederti con noi, Adriane!

(Mi avevano chiamata cos?)

(No, non mi avevano chiamata cos.)

Mentre facevo scivolare il vassoio verso la cassa sentii un rombo nelle orecchie. La cassiera - una donna nera corpulenta, con una faccia amichevole - mi chiese se stessi bene e se volessi sedermi un momento.

Dovevo sembrare frastornata. Non sapevo cosa risponderle.

La donna mi prese il vassoio per evitare che cadesse e lo appoggi sul tavolo pi vicino, dove non era seduto nessuno.

Tutto bene, tesoro?

Il rombo nelle mie orecchie era quasi assordante. Non riuscivo a guardare il tavolo degli studenti stranieri che sembravano avermi riconosciuta.

Dovevano essere Esiliati anche loro. Era l'unica spiegazione.

Bevvi un sorso di succo d'arancia. Sapeva di trielina. Non ebbi il coraggio di aprire il latte. Mangiai qualche fiocco di cereali direttamente dalla scatola. Previdente, avvolsi le fette di pane in un tovagliolo e le misi in borsa.

Non ero rimasta in mensa neanche dieci minuti. Quando uscii, stava entrando una mezza dozzina di studenti, pestando sulla stuoia le scarpe sporche di neve. Anche loro erano stranieri con la pelle scura. Tutti maschi. Vidi i loro occhi maliziosi e selvaggi, come quelli degli indiani nel western, il cui destino era di essere uccisi mentre andavano a cavallo. Mi sorrisero dicendo qualcosa che non capii e che sperai fosse amichevole.

Adriane! Adriane! sentii mentre si allontanavano.

Adriaaane! Il tono era quasi beffardo.

Fuggii disperata, scivolai sul ghiaccio e caddi malamente, rimanendo senza fiato. Ma in qualche modo mi rialzai, e corsi verso l'Acrady Cottage.

Se avessi avuto il numero di telefono di Ira Wolfman l'avrei chiamato. Avrei gridato nel ricevitore: Ho visto degli altri Esiliati! Mi hanno riconosciuta!

Ma qualche minuto dopo, un po' meno agitata, pensai che forse ero stata ingannata: i giovani dalla pelle scura non erano veri studenti ma immagini virtuali pilotate a distanza da un agente del 23-SNA come si faceva per i droni civili e militari, con lo scopo di confondermi e di terrorizzarmi; ma soprattutto per indurmi a svelare la mia identit, infrangendo le Istruzioni.

Era stato un test. Il primo (a quanto ne sapessi) da quando ero arrivata nella Zona 9.

Se avessi parlato con loro, se avessi ammesso di essere Adriane Strohl, ci sarebbero state le basi perch venissi vaporizzata all'istante.

L'esame

In 750-1000 parole esponete i principi, le tecniche e il significato del comportamentismo nella psicologia del ventesimo secolo, e le sue possibili e probabili applicazioni sociali.

Le domande dell'esame erano contenute in una serie di fogli pinzati.

Pi di duecento studenti di Psicologia 101 scuri in volto, in file di banchi disposti nella grande palestra dove ogni rumore rimbombava.

I sorveglianti andavano avanti e indietro tra i banchi per impedire di copiare.

(In spazi cos grandi, erano molti quelli che lo facevano. Alla Wainscotia era quasi una tradizione: i pi audaci erano i pi celebrati, specie dalle confraternite, per le quali saper copiare era un requisito essenziale come il patriottismo, l'onore e lo spirito di corpo.)

(Alla Pennsboro non copiava nessuno. C'erano telecamere di sorveglianza ovunque. E in ogni caso nessuno voleva prendere un voto troppo alto.)

Scorsi rapidamente le domande. Il battito del mio cuore acceler, ma piacevolmente.

La gabbia di Skinner si sta materializzando attorno a me, pensai.

L per l ebbi l'impressione che non ci fosse nulla che non conoscessi alla perfezione. Dato che avevo studiato e studiato - come un topo in un labirinto che continua a correre sperando in una ricompensa, anche dopo che la ricompensa  stata tolta.

Mi concentrai sulla traccia dell'elaborato, che era tanto deludente quanto provocatoria. Posso scrivere qualcosa di originale e di critico, pensai. Wolfman ne sarebbe felice.

Se avessi dato le risposte ovvie, come una creatura in un esperimento skinneriano, avrei ottenuto cento centesimi, e probabilmente sarei stata la sola. Ma se mi fossi lanciata nell'elaborato, per esempio azzardando che l'evoluzionismo di Darwin era un precedente del comportamentismo, potevo dire qualcosa di inaspettato e di interessante.

Wolfman riconoscer il mio stile. E ne sar impressionato.

Mi aveva avvertito di non scrivere pi del necessario. Di limitarmi a ripetere ci di cui si era trattato a lezione. Ma ero sicura che volesse solo proteggermi.

Impiegai circa venti minuti per rispondere alle cinquanta domande a risposta multipla. In ciascuna c'erano quattro affermazioni, e bisognava scegliere quella giusta - o quella sbagliata. In questo modo veniva misurata non solo la conoscenza dell'argomento da parte dello studente, ma anche la sua elasticit mentale. Magari conoscevi la risposta esatta, ma esitavi a sceglierla di fronte ad altre che sembravano plausibili. Forse era sleale, ma era anche tipicamente skinneriano.

Attorno a me, gli altri studenti si contorcevano sulle sedie, passandosi le dita tra i capelli. Topi da laboratorio gettati in un labirinto.

Eppure non c'era nulla che non fosse stato spiegato pi volte nel corso delle lezioni. Se gli studenti fossero stati ricettivi, se avessero assorbito passivamente le informazioni, adesso sarebbero stati programmati a dare le risposte esatte. Eravamo i piccioni e i topi degli esperimenti di Skinner, che si comportavano in modo da ottenere ricompense e non punizioni.

Ma qualcosa dentro di me si ribell a questa limitazione - la tirannia delle risposte esatte!

Nel corso di Logica avrei voluto chiedere al nostro professore se x poteva essere contemporaneamente x e non-x, ma sapevo che la mia domanda sarebbe stata accolta con l'allarme e lo sconcerto che destano i deliri dei folli.

Nella vita,  inevitabile che x sia contemporaneamente x e non-x. Ma nella logica formale, no.

La tua punizione consiste nell'arrenderti alla Zona 9. Non devi resistere.

Era la voce di Wolfman, che mi ammoniva.

Lui era in un'altra parte della palestra. Andava avanti e indietro di continuo. Per fortuna non era stato assegnato al mio settore.

Wolfman sapeva che ero in grado di sfornare un elaborato impeccabile. Ma se doveva leggerlo e valutarlo, si meritava qualcosa di meglio. Cos sarebbe aumentata la sua stima nei miei confronti. E, anche se in segreto, sarebbe stato orgoglioso di me.

Dopo quello che era successo in mensa, mi sentivo agitata e preoccupata. Come se per poco avessi rischiato di morire, oscillavo tra il sollievo e l'inquietudine.

In ogni caso avevo deciso. Avrei fatto di testa mia. Mille e una parola. Sorrisi all'idea.

All'inizio del mio elaborato avrei formulato una serie di domande: Che cos' il libero arbitrio? Che cos' il principio di causa ed effetto? Che cos' l'entelechia? Che cos' la coscienza? E l'imitazione? Esiste una selezione naturale del pensiero? Dopodich avrei articolato delle risposte provvisorie collegandole tra loro. Avrei fatto riferimento alla storia del comportamentismo solo di passaggio, senza perdere tempo ripetendo cose risapute. Sarei stata ambigua, volutamente enigmatica. Sarei stata molto critica nei confronti di Skinner, contrapponendolo a Driesch, il cui concetto di vitalismo animale lasciava spazio a qualcosa di simile all'anima in tutti gli esseri viventi. Avrei parlato anche di John Watson, il precursore di Skinner, che aveva fatto importanti scoperte nel condizionamento infantile, arrivando ad asserire di avere il potere di creare esseri umani di ogni tipo partendo da un materiale grezzo: un'affermazione che sembrava negare ogni determinismo fatalistico o genetico. E ovviamente avrei parlato di Darwin, uno degli eroi di Wolfman.

Poi, a met della stesura, mi venne un'idea brillante: Scriver in prima persona, fingendo di essere un topo da laboratorio!

Il punto di visto di un soggetto impotente mi avrebbe consentito di affrontare il mistero della coscienza. Gli stati interni sono misurabili come gli stati esterni? Come misurare ci che  apparentemente non misurabile? Non si pu dire che un'ombra non esiste solo perch  priva di peso. Un'ombra ha delle propriet visive, pu essere percepita. Dentro il cervello esiste qualcosa che riceve, organizza e interpreta le percezioni? Questo qualcosa  l'io? E questo io  l'anima?

Non avevo tempo di riscrivere tutto da capo e far parlare il topo dall'inizio. Ma speravo che Wolfman sarebbe rimasto divertito e impressionato.

Immersa nella scrittura come un topo nei meandri di un labirinto, fui sconvolta quando i sorveglianti annunciarono che mancavano cinque minuti alla consegna degli elaborati. Erano gi le 10,25, ma non avevo finito!

Con l'irresponsabilit e l'eccitazione di una che si butta a capofitto da una collina, avevo riempito una dozzina di pagine, sicuramente pi delle mille e una parola preventivate; avrei voluto rileggere e sistemare, e inserire delle note importanti. Anche se la palestra era poco riscaldata, cominciai a sudare. Mi guardai in giro cercando Wolfman, ma non lo vidi.

Ancora tre minuti!

Con sgomento mi accorsi che il mio elaborato non era originale e brillante come speravo. Era troppo ambizioso e dispersivo. Sembrava il condensato di un saggio di cinquanta pagine di critica del comportamentismo. La parte in cui il topo parlava in prima persona era una digressione sulle conseguenze sociali del comportamentismo, e mi resi conto troppo tardi di avere perso tempo prezioso. Avevo trascurato di elencare i principi fondamentali del comportamentismo - ma erano cos elementari, cos noti: perch avrei dovuto ripetere l'ovvio? Mi girava la testa dalla tensione e dalla mancanza di sonno. I pensieri mi vorticavano in testa come biancheria in una lavatrice. Continuavo ad avere davanti a me le facce degli studenti stranieri che sapevano che ero una di loro, sempre che non fossero agenti governativi. (O immagini virtuali? Non avevo osato avvicinarmi e sfidare la loro espressione sarcastica per vedere se la mia mano poteva passare attraverso di loro.) Per sbaglio avevo barrato con una X un lungo paragrafo dove parafrasavo varie affermazioni skinneriane; adesso mi accorsi che invece era utile, e non sapevo come ripristinarlo. Era una cosa che avevo memorizzato direttamente da un libro di Skinner che non era da portare all'esame, La scienza e il comportamento umano, del 1953:

Che cosa si intende con s, quando si parla di controllo di s o di coscienza di s?

Il s, o se vogliamo l'io,  comunemente usato come un'ipotetica causa di azione. Finch non si prendono in considerazione le variabili esterne, la loro funzione viene assegnata a qualcosa all'interno dell'organismo. Se non siamo in grado di mostrare ci che  la causa del comportamento di qualcuno, diciamo che ne  lui stesso il responsabile [...] Il che  un modo per sciogliere l'ansia che proviamo di fronte a fenomeni di cui ignoriamo la spiegazione, e per questo viene reiterato.

Qualunque cosa sia l'io, non appare sovrapponibile all'organismo fisico[...] L'io  semplicemente uno stratagemma per rappresentare sistemi unificati di risposta.

Citando e parafrasando Skinner, alla fine sembrava che fossi d'accordo con lui - non ricordavo pi che cosa gli obiettassi, all'inizio. Ero rimasta colpita anche da ci che diceva Skinner sull'assenza della coscienza di s - anche questo l'avevo tratto da un suo libro, e non da un manuale: Uno dei fatti pi eclatanti della coscienza di s  che essa pu mancare.

In ci c'era qualcosa di terrificante, ma anche di illuminante. Se non potevo conoscere me stessa, non potevo conoscere nulla - se la lente  appannata, la visione sar confusa.

La mia penna cadde per terra. I miei fogli erano pieni di pasticci, frasi cancellate, errori di ortografia. Ma non c'era pi tempo. I sorveglianti stavano raccogliendo i fogli e la fredda palestra ormai era quasi vuota. Uno di essi si avvicin con aria severa al mio banco protendendo la mano: Signorina? L'esame  finito.

Era uno degli assistenti di Axel. Ovviamente Wolfman non gli aveva parlato della sua brillante studentessa...

Con un sorriso educato gli consegnai i fogli. Ero madida di sudore e piena di vergogna. Ma conservavo una speranza. Wolfman ne sar colpito. Capir che avrei potuto scrivere un elaborato impeccabile, ma che ho cercato di fare qualcosa di pi. Mi capir.

Quando mi alzai, mi tremavano le gambe. Cercai Wolfman. Era in mezzo alla palestra a impilare i fogli insieme a un altro assistente. Stavano ridendo. Erano indifferenti all'angoscia dell'esame, come scienziati che osservano un topo che corre in un labirinto, un piccione che becca disperatamente una leva che non si muove, un gatto sottoposto a uno shock.

Durante le due ore di esame, Wolfman mi aveva ignorato. O forse si era dimenticato di me. Dopo circa un'ora c'era stato un po' di trambusto in un altro settore della palestra, dove qualcuno era stato sorpreso a copiare o forse si era sentito male; mentre me ne stavo china sul mio foglio avevo sentito che qualcuno veniva accompagnato fuori, ma non avevo alzato lo sguardo. Mi ero chiesta se ci fosse di mezzo Wolfman.

Mi infilai il giaccone, senza fretta, e mi tirai gi le maniche. Fuori si gelava: dodici gradi sotto zero.

Strano come, nella Zona 9, l'inverno fosse cos freddo. A Pennsboro non c'erano neve e temperature cos basse da decenni, e i miei genitori parlavano con nostalgia dell'inverno e di altri fenomeni appartenenti a un'altra era, semplici ricordi.

Fui una delle ultime a uscire. Mi accolse una luce abbagliante.

Neve ovunque. Di un bianco accecante.

Con le sue colline e gli alti alberi coperti di neve, Wainscotia Falls era un bel posto, pensai. Ma non mi apparteneva.

Non volevo morire l. Cos lontana da chiunque mi amasse o mi conoscesse. O si sentisse responsabile di me.

Il freddo condensava il fiato che mi usciva dalla bocca. Mi resi conto di essere molto stanca, anche se era solo met mattina - non sapevo come avrei fatto a tirare fino a sera. Se mi bocciano perdo la borsa di studio, pensai. Sar vaporizzata.

Arrancai verso il centro del campus. Non mi girai per vedere se Wolfman mi stesse seguendo e non sentii nessuno chiamarmi: Adriane! Adriaaane!

La delusione

Te l'avevo detto, disse Wolfman.

Che cosa?

Di non essere originale'. Di non essere critica'. Di limitarti a rispondere alle domande.

Ma erano domande cos scontate, risposi ostinatamente. Avrei potuto scrivere le risposte a occhi chiusi.

Wolfman si mise a ridere. La mia faccia avvamp.

Pensavo che il professor Axel potesse apprezzare risposte che non erano le solite. Pensavo che se gli avessi mostrato il mio elaborato...

Stai scherzando? Saranno vent'anni che Axel non guarda gli elaborati degli esami. Non si prende la briga di leggere neanche quelli che prendono A+, che non  il tuo caso. Non gli interessano i laureati, figuriamoci le matricole.

Che non  il tuo caso. Quelle parole, buttate l con noncuranza, mi fecero male.

Senza cedere di un centimetro, e trattenendo le lacrime, proseguii: Non pensavo al voto, Ira. Non  per questo che ho scritto l'elaborato. Non ho letto tutti quei libri per prendere un voto pi alto. Ma pensavo...

Wolfman mi afferr le dita gelate, facendomi tacere.

Piantiamola qui, Mary Ellen. Se non hai preso il voto che ti aspettavi,  solo per il tuo senso grandioso del s. E io non sono pi un tuo insegnante.

Wolfman, amore mio: ricordi scelti

Adriane.

Wolfman mi chiamava con questo nome quando eravamo soli. Nella Zona 9 era l'unico a chiamarmi cos.

Quando eravamo in un luogo pubblico o comunque ci poteva vedere altra gente, mi chiamava Mary Ellen o, pi spesso, signorina Enright. Anche se non c'era nessuno in vista, come quando facevamo una passeggiata nell'arboreto, non ci davamo la mano e non ci toccavamo. Ci limitavamo a stare vicini, come amici.

Non eravamo pi tornati nel rifugio. La sera ci vedevamo a casa sua, ma non mi trattenevo mai a lungo.

Come aveva detto Wolfman, non era pi un mio professore. Non era inopportuno frequentarci, o almeno non lo era come sarebbe stato prima.

Comunque tu sei troppo giovane. O io sono troppo vecchio, mi diceva.

Ma io posso aspettare di avere l'et giusta, pensavo maliziosamente.

Pi di una volta, al Museo di Storia Naturale, provai a cercare la scala che scendeva al rifugio. Ricordavo che c'era una porta blindata che Wolfman aveva aperto, anche se non ero stata attenta ai numeri della combinazione.

Stranamente, non riuscivo mai a ritrovare la strada che avevamo fatto e tanto meno la porta. E ogni volta tornavo di corsa alla mia postazione, perch la signorina Hurly mi aveva chiamato o perch avevo sentito voci di visitatori che cercavano qualcuno cui chiedere informazioni.

Mary Ellen, si pu sapere dov'eri? Ti ho chiamata cento volte e ti ho cercata dappertutto. Da dove sbuchi?

Ma, signorina Hurly, sono sempre stata qui...

Era chiaro che non mi credeva. Una volta trovai ad aspettarmi il professor Harrick, con una pila di fogli da battere a macchina.

Con una certa angoscia, pensai: Ma se non ero qui, dov'ero?

 ridicolo. Non  mai successo.

Wolfman si mise a ridere quando gli raccontai degli studenti stranieri in mensa che sembravano avermi riconosciuta come Esiliata la mattina dell'esame.

Hai avuto un'allucinazione. Sar stata la stanchezza o la preoccupazione. Non pensarci pi.

Ma se dovessi rivederli?

Non li rivedrai, Adriane. Te lo prometto.

Una volta camminavo con Wolfman in Quad Street, nella parte sud del campus. Non davamo l'impressione di essere una coppia: piuttosto due individui che si erano incontrati per caso e che stavano facendo insieme un pezzo di strada.

Un uomo alto sulla trentina, a capo scoperto, folti capelli neri, un'espressione pensierosa. Una ragazza di meno di vent'anni, con addosso un giaccone impermeabile che sembrava di due misure pi largo e il cui cappuccio le copriva una parte della faccia. Una ragazza tutta concentrata su chi le stava accanto.

Era la tarda mattinata di un sabato del febbraio 1960. La notte aveva nevicato. Strade e marciapiedi, spazzati solo in parte, erano di un bianco abbacinante.

La sera prima non ci eravamo visti. (Non avevo idea di cosa avesse fatto Wolfman, n volevo indagare se avesse portato qualcuna a casa sua.)

Vediamoci. Ho voglia di parlarti. Come va? mi aveva detto dopo l'esame dove non avevo seguito le sue indicazioni; mi aveva punito valutando C l'elaborato e B la mia partecipazione al corso - Anche se avrebbe dovuto essere una A.

Mi ero sentita vittima di un'ingiustizia. Ma avevo pensato: Al diavolo i voti. Che cosa possono interessare a un'Esiliata?  gi tanto che sia viva.

E dopo l'esame Wolfman aveva cominciato a mostrare una specie di incerta tenerezza nei miei confronti, in cui si mescolavano insofferenza e preoccupazione. Preferivo non pensare che fosse il tipico sentimento che uno poteva nutrire nei confronti di una sorella o di un fratello pi piccolo.

Adesso eravamo in un luogo pubblico, e io avrei voluto parlare di tante cose di cui non era sicuro parlare l. Avrei voluto stringergli un braccio, o la mano (anche se guantata), ma non osavo.

Avrei voluto chiedergli se la notte prima era stato con una donna - quella con gli occhi penetranti, per esempio, a cui evidentemente piaceva. Avevo scoperto che si chiamava Cornelia - Nelia - e che anni prima si era laureata in Psicologia Sociale. Lascia stare. Non mettere il naso nella sua vita privata. Non  il tuo amante.

Stavamo attraversando la strada quando vidi diversi giovani con la pelle scura venire verso di noi. Evidentemente erano stranieri. I loro sguardi facevano la spola tra me e Wolfman con intenso interesse, come se ci avessero riconosciuti.

Ebbi un attacco di panico. Passando accanto a noi, li udii confabulare nella loro lingua. Stanno parlando di noi? Che cosa stanno dicendo?

Intontita, riuscii a raggiungere il marciapiedi di fronte, ma l mi fermai. Come un animale da laboratorio che  stato condizionato a bloccarsi in presenza di un determinato stimolo e non capisce perch  in preda alla paralisi, chiusi gli occhi e rimasi immobile finch Wolfman non mi tocc e mi chiese se stessi bene.

Erano loro. Gli studenti, dissi con un filo di voce.

Quali studenti?

Gli studenti stranieri. Quelli che mi hanno visto in mensa e penso mi abbiano riconosciuta.

Wolfman si gir. Chi? Dove?

Dov'erano andati? Erano mai esistiti? Non ebbi il coraggio di guardarmi attorno.

E come avresti fatto a riconoscerli? Hai memorizzato le facce? Qui alla Wainscotia gli studenti stranieri' sembrano tutti uguali.

Proseguii spedita lungo Quad Street, rischiando di scivolare sul marciapiedi ghiacciato e di urtare dei passanti. Wolfman dovette prendermi per un braccio per non farmi cadere.

Li ho visti, Ira, te lo giuro. E loro hanno visto noi.

Wolfman rise, come quando voleva liquidare qualcosa, ma riusc in qualche modo a confortarmi.

Forse sono studenti di psicologia che seguono il corso di Axel come auditori. Forse conoscono me. Tu non c'entri.

Ci eravamo lasciati alle spalle Moore Street e la zona dei negozi, che non comprendeva pi di due o tre isolati, e stavamo salendo il pendio che portava alla biblioteca. La neve sui prati rifletteva il sole di mezzogiorno. Vedendomi silenziosa, Wolfman mi prese il polso, che spuntava nudo tra il guanto e la manica - un gesto di imprevista intimit in un luogo pubblico come quello.

Adriane, te lo ripeto, non devi temere nulla da parte loro. Perch loro non esistono.

Mi convinsi che Wolfman mi amasse. A modo suo, in un modo che forse escludeva la sessualit e il possesso.

Un luogo sicuro, oltre che bello. Questo credevo che fosse l'arboreto.

Nel 23-SNA non esistevano pi parchi pubblici, e il novanta per cento dei vecchi parchi nazionali come Yellowstone, Yosemite e il Grand Canyon erano stati venduti a compagnie minerarie, petrolifere o di legname, o erano diventati resort per persone molto abbienti. Lo sconfinamento in queste aree era diventato punibile con la morte. (Negli SNA i reati che riguardavano la Violazione della Propriet Privata erano secondi solo al Tradimento e all'Opposizione all'Autorit.) Splendide tenute lungo la costa dell'Atlantico o del Pacifico erano protette da recinzioni elettrificate alte tre metri i cui cancelli erano sorvegliati da guardie armate. Gli unici parchi aperti ai comuni cittadini erano terre di nessuno piene di paludi e di discariche, contaminate da scorie chimiche. (Il Burnt Fly Bog Superfund nel New Jersey, a dieci miglia da Pennsboro, era dichiarato sicuro per i picnic e gli sport acquatici, ma era raro vedervi qualcuno pi chiaro di CE4.) E cos per me fu una piacevole sorpresa scoprire l'arboreto della Wainscotia.

Anche Wolfman vi era affezionato. Era il posto dove aveva ritrovato l'equilibrio quando era arrivato l: un ventenne confuso e demoralizzato che, prima di essere arrestato e teletrasportato, era stato un brillante studente che si stava specializzando in Informatica, Matematica e Psicologia Cognitiva alla Cambridge-SNA (un tempo nota come Harvard).

All'epoca Wolfman era un runner. Ma nella Zona 9, all'inizio degli anni cinquanta, a correre erano solo quelli che facevano atletica, nelle piste. Ed esistevano solo scarpe da tennis.

L'arboreto si estendeva per centinaia di acri fondendosi alla fine con le foreste che contornavano il lago Michigan, che non avevo mai visto se non in fotografia o sulle mappe. (Infatti era oltre il raggio di dieci miglia degli spostamenti che mi erano consentiti.) Nel febbraio 1960 non mi ero mai avventurata a pi di due o tre miglia dall'Acrady Cottage.

Wolfman, che in teoria era sottoposto alle stesse restrizioni, non sembrava prenderle troppo sul serio.

Quando ne avr voglia, me ne andr. Forse. A piedi, o meglio ancora in bicicletta.

Quando parlava cos, la sua spavalderia mi eccitava e al tempo stesso mi metteva a disagio.

In laboratorio si  osservato che a volte le cavie hanno paura di lasciare la loro gabbia, anche se viene lasciata aperta. O addirittura anche se viene rimossa.

Ma questo non  il nostro caso. O s? Non capisco.

Wolfman diceva queste cose per mettermi alla prova? Voleva capire quanto fossi coraggiosa, o diffidente? Nella disperazione della solitudine, spesso avevo fantasticato di scappare dalla Wainscotia e di violare le Istruzioni, ma poi non ci avevo mai provato, neanche lontanamente.

Non avevo dubbi che mi controllassero, l nella Zona 9. Da qualche parte dovevano seguirmi su qualche schermo. Se avessi varcato il limite delle dieci miglia sarei stata vaporizzata all'istante.

Non avevo visto la fine che aveva fatto quel ragazzo con il nome che iniziava con la zeta? La sua espressione di incredulit prima che la testa gli esplodesse come una nova?

Cominciai a raccontare a Wolfman dell'esecuzione di cui ero stata testimone in un monitor nella Divisione Disciplinare Giovanile della Sicurezza Interna, ma Wolfman tagli corto: Se era un monitor, probabilmente era una simulazione. Come facevi a essere sicura che fosse autentica?

Lo era! Ed  stato orribile. Eravamo in quattro a essere interrogati - tutti vincitori di borse di studio incaricati di fare il discorso di fine anno. Ci hanno detto di confessare di essere dei cospiratori, altrimenti uno di noi sarebbe stato sottoposto ad azione disciplinare...

Un comune cittadino non ha alcun modo di distinguere una simulazione da un evento reale. Soprattutto in uno schermo video. Credimi, lo so.

Perch Wolfman non mostrava maggiore empatia? Sapevo benissimo che quel ragazzo di cui non ricordavo il nome era stato ucciso - non era una simulazione, era morto sul serio. Lo sapevo.

Bastava meno di un minuto per liquefare una persona con un raggio laser sparato da un oggetto volante grande quanto un pettirosso, che implodeva a sua volta dopo avere colpito il bersaglio.

Tremavo atterrita e indignata. Non avrei mai dimenticato quella scena che, a differenza di altri ricordi recenti, si era impressa vividamente nella mia memoria.

Forse non hai mai visto un'esecuzione tramite drone, Ira. Io s.

Wolfman sembr voler replicare alla mia triste vanteria, ma poi ci rinunci e si incammin a grandi passi nell'arboreto.

Malgrado il sole, la temperatura era sotto lo zero e nuvolette di vapore uscivano dalla nostra bocca. Eravamo attenti a non stare troppo vicini, e ovviamente non ci davamo la mano. Spesso Wolfman mi precedeva, come un escursionista esperto che mostrava la strada. E di solito parlavamo il meno possibile. Una volta che aveva sentito chiacchierare altre persone, mi aveva detto quanto gli sarebbe piaciuto vaporizzare quei maleducati che rovinavano l'incanto di quel luogo.

Vaporizzare - il termine mi aveva lasciata allibita.

Come poteva, proprio lui, dire una cosa del genere, anche se solo per scherzo?

Quando era solo, Wolfman poteva camminare per ore e ore. Era instancabile. Se eravamo insieme, di solito giravamo in tondo per un paio di miglia. Ogni albero aveva una targhetta che lo identificava, come se fossimo stati al Museo di Storia Naturale - anche se la neve spesso le rendeva illeggibili. Spesso, dopo una nevicata, i sentieri non venivano puliti subito ed erano difficili da riconoscere; ma Wolfman insisteva perch andassimo avanti, affondando nella neve fino alle ginocchia. E si faceva beffe della mia paura che potessimo allontanarci troppo, violando il limite delle dieci miglia; a suo dire, era improbabile che potessimo spingerci cos lontano, e anche se l'avessimo fatto, dubitava che ci sarebbero state delle conseguenze.

Wolfman era convinto che, in generale, gli spazi aperti fossero pi sicuri di quelli chiusi e che il grande arboreto fosse pi sicuro del campus, anche se nessun posto era impenetrabile dai sistemi di sorveglianza come il rifugio antiatomico nei sotterranei del Museo di Storia Naturale Van Buren, dove era sicuro che nessuno ci potesse sentire.

All'inizio non avevo avuto alcun motivo di non fidarmi di Wolfman. Quando mi aveva condotto nel rifugio ero cos meravigliata e intimidita che avevo evitato di farmi delle domande. Ma nelle settimane seguenti mi ero chiesta in che modo Wolfman potesse essere informato dei sistemi di sorveglianza che dal lontano 23-SNA scannerizzavano Wainscotia, nel Wisconsin.

Abbassando la voce, mi aveva detto: Qui i loro sistemi di controllo non sono perfetti. Vogliono che gli IE pensino che loro sanno tutto di noi, ma non  possibile. Per cominciare, e questo  fondamentale, Wainscotia non  connessa. Qui non esiste il cyberspazio. Non c' rete. Siamo come atomi che fluttuano nel vuoto. Ci possono essere loro agenti, ma non pi di tanti. A casa, nel nostro tempo, diamo per scontato che tutto venga controllato - ogni cellulare e ogni computer. Diamo per scontato di essere osservati come topi da laboratorio che sono nati in gabbia. Ma nella Zona 9  molto diverso.  per questo che lo chiamano il Paese Felice'.

Lo chiamano? Chi? Non capivo.

E il collegamento tra il futuro' e il passato'  esile. Qui non c' un Grande Fratello che ti osserva. Penso anzi che il varco possa chiudersi. O se preferisci che il collegamento possa spezzarsi come un elastico. Potrebbero anche perderci, e non rivederci mai pi.

Non lo trovavo affatto rassicurante, se avevo capito bene.

Vuoi dire che c' la possibilit di non tornare pi a casa? Di rimanere qui in Esilio per sempre?

Wolfman rise. S, il nostro brodo di coltura di mediocrit  abbastanza opprimente. Ma non  che l'alternativa sia tanto meglio, no?

Volevo obiettare che a me mancavano i miei genitori. Li amavo e volevo disperatamente rivederli. Non mi avevano neanche lasciato salutarli...

Evidentemente Wolfman non si era lasciato alle spalle qualcuno che amava. Oppure era in Esilio da cos tanto tempo che i suoi sentimenti si erano atrofizzati.

Negli SNA  facile che succeda qualcosa che faccia crollare il Governo. I comuni cittadini non sanno delle lotte all'interno del Partito Patriottico tra la fazione del presidente e i suoi rivali. Ci sono dissidenti che agiscono nell'ombra. Sommosse militari che a volte vengono sedate e a volte no. Sommosse che avvengono nel cyberspazio: chi lo controlla, controlla anche gli SNA. Noi non sappiamo chi siano i veri leader degli SNA, ma tra loro si conoscono molto bene. Il loro potere dipende dall'energia elettrica. Senza di essa non esiste alcuna rete. Adesso  tutta di origine eolica, ma non  sicura al cento per cento, e tutto potrebbe crollare da un giorno all'altro...

Dal tono infervorato capii che Wolfman fantasticava di tornare negli SNA per rovesciare i suoi nemici e prendere il loro posto. Mi chiesi quale fosse il suo ruolo nel mondo da cui veniva. Era pi coinvolto nel Governo di quanto avesse voluto dirmi? Era chiaro che apparteneva a una casta superiore a quella dei miei genitori - mio padre era un uomo intelligente, ma non aveva quella sicurezza di s che Wolfman mostrava anche in Esilio.

Vorrei non avere sentito quello che hai detto, gli dissi. Io voglio tornare a casa.

Ma  proprio cos che ti controllano, Adriane. Tutti gli Esiliati pensano che la cosa pi desiderabile sia tornare a casa. Finch non ci tornano davvero.

Ma, Ira, non puoi dire una cosa cos... terribile.

Perch? Non  vero?

Io voglio bene ai miei genitori. Mi m-mancano.

Sentivo un nodo alla gola e stavo per piangere.

Non volevo pensare che potesse essere vero, anche se solo in parte. Faceva male che tante delle cose che diceva Wolfman fossero vere. Anche se solo in parte.

Spesso, quando ero alle superiori, ero volubile, triste, arrabbiata o addirittura depressa. Mi sentivo intrappolata nel perimetro della mia vita e di quella dei miei genitori; mi spiaceva per loro e magari ero insofferente, come pu esserlo una bambina incapace di comprendere la complessit delle vite dei suoi genitori.

Tornare a una variante di quella vita, con quello che avevo imparato sul potere dello Stato, sarebbe stato difficile.

Eppure mi sentivo improvvisamente euforica. Wolfman mi aveva chiamato Adriane.

Sentivo amore nella sua voce, quando mi chiamava con questo nome proibito. Sentivo tenerezza, rispetto, considerazione, premura - amicizia e protezione. Al tempo stesso sentivo ironia e condiscendenza.

Sentivo intimit. Il dono pi grande che potesse ricevere una persona in Esilio.

Adesso che non ero pi una sua studentessa, Wolfman mi trattava in modo un po' diverso, come se fossi pi adulta. Nella primavera del 1960 mi iscrissi a cinque nuovi corsi, ma non a Psicologia 102. Non ancora.

Anche Wolfman pensava che fosse una buona idea saltare un semestre. Se avessi fatto le esercitazioni con un altro insegnante, Wolfman sarebbe stato indebitamente curioso di vedere come sarebbe stato valutato il mio lavoro; ma se mi fossi ritrovata con lui, sarebbe stato difficile gestire la nostra relazione.

(Ammiravo Wolfman per aver corretto il mio elaborato alla cieca e per avermi valutata in modo cos onesto. Era stato un duro colpo, ovviamente - dato che vorremmo sempre sentirci dire che siamo speciali -, ma Wolfman aveva fatto la cosa giusta. Non era venuto meno al suo dovere accademico neanche per un IE come lui. E non mi aveva fatto sentire in obbligo nei suoi confronti.)

Mi hai chiamato Adriane'. Conosci il mio vero nome. Ma tu non mi hai mai detto il tuo.

 vero.

Ma...

Il mio nome decidilo tu, Adriane. Qualunque nome userai, quello sar il mio nome. Il nome che mi  stato dato alla nascita non ha alcun significato.

Perch non posso saperlo? Tu conosci il mio.

Col tempo mi sono adattato a Ira Wolfman'. Forse lo preferisco, come nome con cui firmare le mie pubblicazioni. E in ogni caso  abbastanza simile al mio nome di partenza.

Cos' pi vicino? Ira' o Wolfman'?

Entrambi.

Wolfman  un cognome ebraico?

Wolfman si mise a ridere e mi spieg che lo era, anche se era pi esatto dire che si trattava della versione anglicizzata di un cognome russo-ebraico dell'inizio del ventesimo secolo.

Malgrado la neve profonda che nessuno aveva calpestato prima di noi, Wolfman stava accelerando il passo. Camminare davanti a me era una sua abitudine, e non volevo pensare che fosse solo uno stratagemma per non farmi parlare, affannata com'ero a seguirlo.

Pi di una volta barcollai. Il cuore mi batteva forte. Cominciavo a sudare dentro il mio brutto giaccone.

Wolfman, non abbandonarmi! Proteggimi, per favore!

Il cielo sopra di noi era azzurro come porcellana; quando passavamo sotto gli alberi, uccelli neri si spostavano sui rami pi alti, gracchiando irritati e guardandoci con occhietti gialli.

A volte ci incontravamo alla lavanderia a gettoni in Rampike Street. Odore di umido e di detersivo. Il rumore attutito della biancheria che rotolava negli essiccatori. In quest'epoca priva di cellulari era un posto in genere silenzioso anche quando era relativamente affollato, dato che la clientela era composta soprattutto da studenti gi laureati che ne approfittavano per studiare. (La maggior parte delle matricole usava le lavatrici nelle loro residenze, come quelle che c'erano nell'umido seminterrato dell'Acrady Cottage; ma io preferivo la pi impersonale lavanderia a gettoni, dove potevo incontrare Ira Wolfman.)

Sembrava una specie di rifugio, avvolto in un'atmosfera confortevole e sonnacchiosa. Difficile pensare di poter essere vaporizzati in un posto del genere.

All'inizio ci eravamo incontrati per caso. Ma poi avevo sempre fatto in modo che ci incrociassimo.

Mi ero offerta di stirare le camicie di cotone di Wolfman. I capi di abbigliamento lava e indossa esistevano gi, ma erano scadenti, e le camicie di cotone e di lino erano considerate pi eleganti. Wolfman ne aveva una mezza dozzina, con le maniche lunghe, che indossava quando faceva lezione. Se si metteva la cravatta, ne allentava il nodo subito dopo la lezione, e se la toglieva appena fuori dal campus - si sentiva letteralmente strangolato.

Il ferro da stiro per me era una novit. Avevo visto la pubblicit in televisione. Casalinghe che stiravano felici le camicie dei mariti.

Nel trilocale scarsamente arredato che Wolfman aveva in Myrtle Street, un ripostiglio conteneva un'asse per stirare pieghevole, con l'imbottitura bruciacchiata e un ferro cos pesante che quasi mi sfugg di mano la prima volta che lo alzai. (Era in dotazione con l'appartamento.) Erano reperti di un'America perduta di cui avevo solo una vaga conoscenza, dato che non avevo mai visto mia madre usare un ferro da stiro e vivevamo in un'epoca dove il cotone era stato sostituito da tessuti che si asciugavano in fretta senza fare grinze.

Chiss che cosa avrebbe detto mia madre se mi avesse vista maneggiare un ferro pesante, come una pioniera! Eppure, l'avrei rassicurata, era un lavoro che dava una sia pur piccola soddisfazione.

Se per esempio stiravi la camicia di qualcuno che amavi. Se non eri costretta a farlo, ma avevi scelto di farlo.

Nel 23-SNA le case di chi apparteneva alle caste pi alte impiegavano personale di servizio. A volte un'intera squadra. Di solito erano DV (Domestici Vincolati), ossia individui disperati che, privi di soldi e spesso oberati di debiti, sottoscrivevano un contratto con il datore di lavoro per un certo numero di anni; quasi tutti erano CE5 o ancora pi scuri. Non venivano chiamati schiavi, che era un termine offensivo, e neanche Domestici Vincolati, ma semplicemente personale di servizio.

Vedendomi stirare, Wolfman diceva: Ehi, non sono diventato tuo amico per farti essere la mia schiava. Non voglio metterti in prigione, Adriane!

Comunque apprezzava il mio lavoro. L'alternativa era portare le camicie in una vera lavanderia, che era scomodo e costoso. (Sembrava che Wolfman, malgrado le sue competenze nella psicologia sperimentale, fosse incapace di stirarsi le camicie. Cos'era, una carenza maschile?) E apprezzava anche che gli lavassi i piatti che restavano impilati per giorni nel lavandino del suo cucinotto. E poi pulire anche il lavandino e sistemare le cose in credenze e cassetti.

Prigione. Era una parola ambigua.

Dato che i prigionieri potevano accettare la loro situazione. Nei labirinti di Skinner i topi presto imparavano che c'era una ricompensa se riuscivano a superare le difficolt. E quindi perch scappare? Tanto valeva rimanere chiusi in gabbia.

Cucinavamo insieme e mangiavamo insieme.

Aspettavo che mi baciasse con pi passione, che mi mordesse le labbra risucchiandomi il fiato. Aspettavo che passasse le mani sul mio corpo, che si contorceva come un'anguilla e si sarebbe avvolto attorno a lui se l'avesse fatto. Aspettavo.

Ci sdraiavamo sul suo letto, nella semioscurit. A parlare a bassa voce. O rimanendo in silenzio.

Non potr mai essere pi felice di cos, pensavo. Voglio che questo non finisca mai.

Ascoltavamo la sua musica preferita, su quelli che chiamava dischi LP: sinfonie di Mozart, Beethoven, Brahms, Mahler. Da ragazzo, crescendo a New York negli Stati del Nord America Rifondati, non aveva praticamente mai intercettato la musica classica, ma solo l'anonimo rap-heavy metal della sua generazione.

Era stata una grande sorpresa, mi disse, scoprire una musica cos labirintica, dove si intrecciavano pensiero ed emozione. Musica che non doveva essere assordante per penetrare nell'anima.

(Uno scienziato come Wolfman aveva usato il termine anima? Penso che l'avesse fatto inconsciamente. Spesso parlava in maniera bizzarra quando erano in gioco le emozioni.)

In modo gentile, mi aveva chiesto di parlargli della mia vita. Ma con fatica parlava della sua.

Dovevo supporre che avesse dei segreti. Avendo almeno dieci anni pi di me, dovevano essersi accumulati.

Una sera mi raccont dei suoi genitori. La sua voce oscillava tra venerazione infantile e qualcosa di meno definibile - una specie di euforia che si tingeva di terrore.

Erano molto noti e da piccolo li ammirava molto, anche se li vedeva poco. Erano due stimati epidemiologi che lavoravano al Columbia University Medical Institute (poi soppresso) ed erano specializzati in malattie tropicali. Purtroppo, quando Wolfman inizi le medie, le loro scoperte, ampiamente pubblicizzate, attirarono l'attenzione del Dipartimento della Difesa; presto vennero cooptati nel PRM (Programma di Ricerca Militare), con il compito (ovviamente segreto) di creare armi batteriologiche. Per diversi anni lavorarono a un ceppo capace di sopravvivere solo in determinati ambienti, da essere usato contro uno dei tanti nemici degli SNA. (Come saprai, disse Wolfman in tono sarcastico, in seguito al conflitto in Medio Oriente, le dichiarazioni di guerra si fanno dopo aver attaccato, non prima.  molto pi conveniente.)

All'inizio i genitori di Wolfman, e in particolare sua madre, furono sconvolti dagli obiettivi della loro nuova ricerca; poi, pian piano, furono coinvolti nello spirito di competizione del PRM, che impiegava i ricercatori pi prestigiosi del Paese. Ricevevano ogni sorta di benefit. Un appartamento con vista sul fiume Hudson, una macchina con autista, un posto all'Accademia Nazionale delle Scienze, un budget per la ricerca praticamente illimitato; e per me, l'ammissione alle scuole pi prestigiose, anche se fino a quel momento non ero stato certo uno studente modello, con parecchie note di demerito nel curriculum. Cos andai in tre scuole private prima di riuscire a diplomarmi. Come ti ho gi detto, ero un hacker sin da quando ero alle medie. A dodici anni creai diversi videogame che vennero comprati dalla Nightmare Works ed ebbero un modesto successo, prima che venissero ritirati perch considerati osceni e sovversivi. Ero io il ragazzo misterioso che nel dicembre dell'11-SNA aveva violato i sistemi di sicurezza del Congresso mandando uno stormo di droni giocattolo contro i deputati che stavano discutendo qualche legge inutile - probabilmente non lo ricorderai, eri troppo giovane. Ma se ne parl a lungo sul web e in televisione. Fu uno scandalo: se un ragazzino poteva beffare i nostri dispositivi di difesa con dei droni giocattolo, che cosa avrebbero potuto fare i nostri nemici con armi molto pi sofisticate?

Wolfman si fece una risata. Stava bevendo una lattina di birra. Sul comodino c'era una rivista chiamata Brain. Quello che mi aveva raccontato dei suoi genitori mi aveva messo a disagio, ma non glielo dissi.

Ovviamente i deputati andarono nel panico, calpestandosi mentre cercavano di raggiungere le uscite. Le poche donne rimasero ferite, anche se per fortuna non vi furono vittime. Avevo programmato alla perfezione l'attacco dei droni, ma non avevo pensato alle conseguenze. Per quanto intelligente, un ragazzino resta sempre un ragazzino. Per mesi mi tenni lontano dai computer, per paura di essere beccato. I miei genitori erano assolutamente ignari dei miei esperimenti, e non sarei stato identificato dalla PSC - la Polizia Scientifica del Cyberspazio - se un amico' non avesse fatto la spia. A quel punto ero una matricola alla Cambridge-SNA. I miei genitori cercarono di fare qualcosa, ma fu inutile. A differenza di te, per un po' finii in una prigione giovanile; il Governo sperava di coinvolgermi in un programma di difesa, ma rifiutai. Wolfman deglut, e non disse altro.

Ero sdraiata accanto a lui, i nostri fianchi si sfioravano. Mi domandai che cosa non volesse dirmi, e gli chiesi dei suoi genitori. Gli era affezionato? Si erano sentiti traditi? Che cosa gli aveva detto l'ultima volta che li aveva visti? (Nel mio caso non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta. E mi rodevo al pensiero che probabilmente ero di cattivo umore, concentrata su me stessa, e non mi ricordavo neanche con precisione quello che ci eravamo detti. Assurdo.) Sapeva se fossero stati arrestati anche loro? Se gli fosse successo qualcosa dopo il suo arresto?

Wolfman non rispose subito. Sembrava stesse rovistando nella memoria, come qualcuno che passasse un rastrello su un prato.

Penso... penso che stiano bene. Penso di s. Una pausa. Be', mia madre ebbe una specie di esaurimento nervoso, e dovettero ricoverarla in una struttura di Bethesda, nel Maryland. Questo quando ero in prigione.

Gli chiesi se avesse visto sua madre dopo l'arresto. E se sapeva se fosse ancora in ospedale.

Non... non penso proprio, dopo cos tanto tempo. Anche se non ho pi avuto sue notizie. In realt non so se... se  ancora viva.

Gli chiesi se chi lo interrogava avesse cercato di fargli confessare di essere stato influenzato dai suoi genitori, come avevano fatto con me.

No, rispose troppo in fretta. Avvertivo la sua agitazione mentre fissava il soffitto, solo in parte consapevole della mia presenza.

Penso... penso di sentire la loro mancanza. Proprio poco fa mi sembrava quasi di vederli... come non mi capitava da anni. Wolfman cominci a tremare. Ero sconvolta, ma lo abbracciai. Non mi era mai capitato di poter consolare qualcuno.

Posso amarlo pi di quanto immagina, pensai. E sono abbastanza forte da amare anche per lui.

Alla fine arruolarono anche me, disse Wolfman. Ma riuscii a farmi cacciare. Non ero in un programma di difesa ma nella DSI - la Divisione Strategie Informatiche. Gente pi giovane e spesso fuori di testa. Tutti come me. E non c' nessuno cos fanatico come chi  passato dalla parte del nemico. Vogliono tutti dimostrare qualcosa. Perch gran parte della loro energia  alimentata dalla vergogna.

Non ero certa di aver capito, ma evitai di approfondire.

Feci un errore molto stupido. Per sbaglio mandai un messaggio a un amico usando un codice che avevamo creato. E la cosa venne ritenuta sospetta.

Wolfman si era incupito e non aggiunse altro. Appoggi la faccia sul mio collo e rimanemmo sdraiati in silenzio, consolandoci nella nostra estraneit, nella nostra ignoranza.

Ti amo.

Lo dissi esitante, a bassa voce. Cos piano che Wolfman poteva far finta di non aver sentito.

La manifestazione

Venite con noi! Marciate con noi! Le voci erano al tempo stesso imploranti e coraggiose.

Salvate la vostra vita! Salvate la vita dei vostri cari! Salvate la Terra! Marciate con noi!

Non mi avvicinai. Ero molto spaventata.

Ricordavo che mio padre, da giovane, era stato arrestato a una manifestazione. E per il resto della vita aveva pagato un gesto fatto d'impulso, per curiosit e simpatia.

Mio zio Toby, invece, l'aveva pagato con la vita.

Una folla rumorosa si era radunata sul prato innevato di fronte alla cappella dell'universit. Era una manifestazione sportiva? Una parata? La folla non sembrava festosa, ma piena di rabbia e dileggio. Stavano attaccando i manifestanti. Ma perch? Alla Wainscotia tutti erano cos gentili.

Ai margini dei marciapiedi c'erano mucchi di neve sporca. Era un pomeriggio nuvoloso del marzo 1960. Stavo andando a lezione quando avevo sentito gente che urlava, grida di scherno, un'agitazione tumultuosa insolita per quel posto. Gli unici momenti in cui veniva turbata la quiete del campus erano il sabato pomeriggio, allo stadio, quando si giocava una partita, o le sere del fine settimana, quando c'era la festa di qualche confraternita studentesca.

D'istinto mi sarei tenuta alla larga. Bastava che mi dirigessi a Masson Hall, a seguire la lezione di storia della letteratura. Eppure mi sentii spinta dalla curiosit: qualunque cosa succedesse, volevo esserne informata per poi discuterne con Wolfman. Ogni giorno raccoglievo fatterelli, paradossi, piccoli misteri per vedere la sua reazione. Volevo divertirlo e interessarlo. Diventare una parte indispensabile della sua vita.

Tornatevene a casa! Bastardi rossi, andatevene in Russia!

La folla aveva circondato un gruppetto di manifestanti che si stava dirigendo verso l'edificio dell'amministrazione di fronte alla cappella. Quando arrivai, vidi che i manifestanti si erano dovuti fermare. Erano una trentina, e attorno a loro c'erano almeno duecento persone vociferanti, quasi tutti maschi e molto giovani. I manifestanti portavano cartelli con scritte in vividi caratteri rossi:

SANE2

COMITATO NAZIONALE

PER UNA POLITICA NUCLEARE SANA

STOP AI TEST NUCLEARI

STOP ALLA CORSA AGLI ARMAMENTI

Stavano manifestando per la pace! Protestavano contro gli esperimenti nucleari americani nel Nevada e nell'oceano Pacifico. Erano contro la guerra. Mi era giunta notizia di questa nuova organizzazione, Wolfman ne aveva parlato con un certo rispetto, ma non avevo mai incontrato un suo attivista. Non avevo mai visto una marcia della pace.

Ero scioccata dalle grida ostili della folla, dai pugni alzati e dalle facce furibonde. Comunisti! Traditori! Se non vi piace l'America, tornatevene in Russia!

Pallide e banali facce del Midwest deformate dall'odio, occhi ardenti di rabbia - com'era possibile che un gruppetto di manifestanti, con i loro cartelli fatti in casa, suscitassero un tale subbuglio?

Le guardie del campus trattenevano la folla ostile e al tempo stesso invitavano i manifestanti ad andarsene. Per portare via questi ultimi senza incidenti erano arrivati dei furgoncini. Ma gli attivisti del SANE resistevano, coraggiosi e ostinati. Io non li conoscevo, anche se poi, leggendo il giornale studentesco, scoprii che alcuni di loro erano studenti o ex studenti della Wainscotia. La maggior parte comunque veniva da Milwaukee e da Chicago; la loro et andava dai venti ai settant'anni; molti capelli bianchi e qualche barba. I pi anziani sembravano essere i capi. E poi quella che per me fu una rivelazione: almeno un terzo erano donne.

L per l pensai che Wolfman potesse essere uno di loro, ma non era cos. Il sollievo si accompagn alla delusione.

La folla non si disperdeva e i manifestanti rimanevano in mezzo al prato, brandendo i loro cartelli. I loro slogan erano soffocati dalle grida della folla. Quando cominciarono a distribuire dei volantini, glieli presero per strapparli o buttarli per terra.

Il loro coraggio mi lasciava incredula. Nella Zona 9 nessuno veniva vaporizzato, ma anche alla Wainscotia dovevano esserci agenti federali e informatori dell'FBI. Wolfman mi aveva parlato della guerra fredda, dell'isteria anticomunista, delle persecuzioni condotte dal senatore McCarthy sulla base di calunnie e insinuazioni. Essere contro la guerra e le armi nucleari, nel 1960, significava rischiare di essere perseguitati come comunisti, anche se ufficialmente, all'epoca, la legge sanciva la libert di parola e la libert di riunione.

In seguito, nel periodo travagliato che segu l'11 settembre 2001, queste libert vennero limitate o semplicemente cancellate. Successe senza colpo ferire; secondo pap, all'epoca pochi sembrarono accorgersene.

Tra coloro che protestavano contro i manifestanti c'erano molti ragazzi delle confraternite e qualche ragazza esagitata. Ci rimasi molto male a vedere Hilda, la mia compagna di stanza, e altre ragazze dell'Acrady Cottage, con facce dure e indignate. Eppure erano ragazze intelligenti, avevano vinto delle borse di studio: come facevano a percepire gli attivisti del SANE come una minaccia? Quelli che facevano paura, casomai, erano gli ufficiali di riserva in uniforme, che si stavano avvicinando minacciosi.

A questo punto volevo fare a tutti i costi qualcosa per i manifestanti. Quanto mi stavano simpatici e quanto li ammiravo! Anzich essere nervosi o atterriti in mezzo a quel caos, sembravano tranquilli. E che vergogna che gli studenti della Wainscotia fossero cos ostili e ignoranti.

Questo  il servizio di sicurezza del campus, gracchi una voce in un megafono. Tutti devono sgombrare l'area immediatamente. Ripeto: tutti devono sgombrare l'area immediatamente.

La folla vociferante cominci a indietreggiare, anche se non a disperdersi. Tra i manifestanti vi fu chi sorrise con sollievo. Alcune giovani donne dovettero notare la mia espressione di simpatia perch cominciarono a ripetere, a mo' di slogan: Vieni con noi! Marcia insieme a noi! Salvati la vita! - come facevano con chi non li aveva insultati o se n'era andato disgustato.

Rimasi immobile. Non ne avevo il coraggio.

Marcia insieme a noi! Salva la tua vita!

Quando i manifestanti cominciarono ad allontanarsi, calpestando la neve sporca, li seguii. Anche se non mi potevano sentire, cercavo di fargli sapere che mi piacevano le loro idee, perch la guerra era il male; che erano coraggiosi e che li rispettavo. Io vengo da un posto dove la gente non pu protestare come voi.

(E per fortuna che in quella confusione nessuno poteva sentirmi.)

Un attivista si avvicin a me. Dov' che l'avevo gi visto? Era un uomo giovanile e robusto come un lottatore, capelli spettinati, barba ispida. Probabilmente era uno dei leader: avevo visto il capo della sicurezza del campus confrontarsi con lui. Con mia sorpresa mi sorrise: Ehi, ciao! Noi ci conosciamo, vero?

Sul serio?

Come ti chiami?

Esitai, tanto quel nome mi sembrava fasullo. Mary Ellen Enright.'

Quello che . Vieni con noi e prendi 'sto cartello!

Ma adesso ho lezione...

Al diavolo la lezione, Mary Ellen. Vieni con noi. Salva il nostro pianeta!

Ma io... penso che non ci sar mai una guerra nucleare, balbettai. Perch mi era venuto in mente di dire una cosa del genere?

Il tipo muscoloso mi guard perplesso.

Cio, tu pensi che non ci sar mai una guerra nucleare? E come diavolo fai a saperlo? Conosci il futuro? La bomba atomica  gi stata usata: prima a Hiroshima e poi, Dio solo sa perch, a Nagasaki. Perch non dovrebbero usarla un'altra volta? Il presidente degli Stati Uniti  un ex generale, il Congresso  pieno di anticomunisti con la bava alla bocca, e con la guerra fredda si fanno un sacco di soldi. E quindi perch non fare un bel conflitto nucleare? Se la pensi cos sei un'irresponsabile, Mary Ellen.

Ero mortificata. Il tipo muscoloso era indignato.

Balbettai delle scuse e dissi che comunque era importante sensibilizzare la gente contro la guerra nucleare e sostenere il SANE.

Certo! Giusto! Allora vieni con noi! Il tipo mi prese la mano e mi costrinse a seguirlo. Ero troppo sorpresa per reagire e comunque lui era troppo forte. Mi diede un cartello che alzai come facevano gli altri. Ormai ero entusiasta. Questi sono i miei amici. La mia famiglia.

Chiesi al tipo il suo nome e rispose qualcosa come James, o Jamie.

D'un tratto ripresero le grida minacciose. Un gruppo di ragazzi delle confraternite arriv urlando da un'altra direzione. Comunisti traditori! Bastardi! Via dalla Wainscotia! Qualcuno mi strapp di mano il cartello e mi spinton, facendomi cadere sulla neve. Vedevo solo gambe e piedi e sentivo solo grida e urla. Poi vidi allontanarsi i manifestanti, scortati dalla sicurezza. Un anziano attivista perdeva sangue da un taglio sulla fronte. Il giovane che mi aveva dato il cartello si stava scagliando contro non so chi come un giocatore di football.

Dovettero arrivare altri veicoli della sicurezza a sirene spiegate perch la folla cominciasse a disperdersi. A quel punto fu possibile tenere lontani i violenti; e i manifestanti, questa volta di buon grado, si lasciarono condurre sulle camionette. Sulla neve erano rimasti i cartelli, spesso rotti, e i volantini strappati. La manifestazione del SANE dell'11 marzo 1960 alla Wainscotia University nel Wisconsin, prima nella storia di questa istituzione, era finita con una sorta di stallo dopo quaranta tumultuosi minuti.

Quando tornai all'Acrady Cottage zoppicando, le ragazze mi guardarono stupite.

Santo cielo, Mary Ellen, che cosa ti  successo? Sono stati quei comunisti?

Mi sarebbe piaciuto raccontare ai miei genitori della marcia per la pace.

Nessuno  stato arrestato.

Nessuno (o quasi) si  fatto male.

Ma era stato un fallimento, o un (parziale) successo?

Comunque, il solo fatto che ci fosse stata una cosa del genere mi sembrava meraviglioso.

Qualcuno mi aveva fatto cadere brutalmente e mi facevano male spalla e ginocchio; e avevo graffi su entrambe le mani. Ma ero euforica e in ansia, come se avessi varcato una soglia e non potessi pi tornare indietro.

Arrivai alla lezione con mezz'ora di ritardo, ma ci andai; dopo tutto avevo deciso di prendere i voti migliori in quel Paese Felice che era la Zona 9.

Passai il resto della giornata a lanciare rapidi sguardi verso il cielo, preparandomi all'apparizione di droni che ci avrebbero vaporizzati tutti; ma era il 1960 ed eravamo nell'idilliaca Wainscotia.

MANIFESTANTI ANTINUCLEARI ALLONTANATI DAL CAMPUS

Questo il titolo sul giornale studentesco del giorno dopo. Foto dei ragazzi delle confraternite che spintonavano gli attivisti. (Andai alla ricerca del tipo muscoloso, ma era stato ripreso solo di spalle, ammesso che fosse lui.)

Il titolo del giornale locale, il Wainscotia Falls Journal-American, era molto pi ostile:

PICCHETTATORI ROSSI ESPULSI DAL CAMPUS DELLA WSU

Si tratterebbe di agitatori venuti da fuori.

Quella sera Wolfman mi telefon all'Acrady Cottage. Era la prima volta che lo faceva.

La ragazza che alz la cornetta si rese conto della straordinariet dell'evento: Mary Ellen Enright riceveva una telefonata.

E per di pi dal suo professore di psicologia.

Avevo raggiunto l'apparecchio in uno stato di intontimento. Non avevo idea di chi potesse chiamarmi e pensavo che dovesse essere qualcosa di spiacevole.

Da tempo avevo smesso di alimentare la fantasia infantile che i miei genitori mi chiamassero.

La voce di pap: Ehi, piccola. Come va?

E la mamma: Oh, Adriane... Dopodich scoppiava a piangere.

Mary Ellen? Ciao.

Ira Wolfman non aveva bisogno di dire chi fosse. Ovviamente.

Ira...

Cosa diavolo hai fatto questo pomeriggio?

Intendi la manifestazione?

Non ti sei resa conto del pericolo? Buttarti in mezzo a dei disordini? Attirare l'attenzione su di te partecipando a un'azione di disobbedienza civile'? Quelli del SANE non avevano neanche il permesso di entrare nel campus. Gliel'avevano negato, e loro hanno sfidato la legge. E sono stati fortunati se non li hanno arrestati tutti. O se non gli hanno spaccato la testa. Wolfman fece una pausa per riprendere fiato, mentre io non osai ribattere. In tono pi pacato, riprese: Non dico che non abbiano fatto bene a venire qui. Sono dei folli, ma la loro  una nobile causa. Ma tu non puoi farti coinvolgere. E lo stesso vale per me. Non ci sar l'olocausto nucleare che immaginano. I russi non inizieranno la terza guerra mondiale. Punto e basta. Non hanno bisogno di noi.

Un'altra pausa. E poi: Lo sai che qui ci sono delle spie. Che Mary Ellen Enright  sorvegliata. Tutti quelli che hanno partecipato a questa manifestazione saranno schedati dall'FBI. E probabilmente anche dall'universit.

Ma, Ira, qui non  contro la legge...

Ufficialmente  cos. Ma da quando in qua all'FBI e al Governo federale importa qualcosa della legge? Dare l'impressione di fiancheggiare il comunismo  giudicato sedizioso.

Ma questi non sono comunisti. Si limitano a protestare contro le armi nucleari...

Lo so contro cosa protestano, Cristo santo. E so che tu qui non sei Adriane Strohl, se ci tieni a sopravvivere.

Wolfman sembrava arrabbiato con me. Non potevo credere quanto fosse dura la sua voce.

Balbettando gli dissi che non avevo pensato a tutte queste cose - non ne avevo avuto il tempo. Un attivista mi aveva messo in mano un cartello. Di fatto mi aspettavo di vedere lui, Wolfman, tra i manifestanti...

Wolfman si infervor ancora di pi.

Sei pazza? Mai e poi mai parteciperei a una manifestazione! Fra due anni devono rivalutare il mio caso: non posso rischiare una nuova punizione.

Ma non era la cosa giusta da fare?

La cosa giusta da fare  sopravvivere, Mary Ellen, lo sai.

Scusa, Ira, ma quelli del SANE mi sono proprio piaciuti. Erano coraggiosi e dicevano cose sensate sulla corsa agli armamenti, la guerra fredda, la tragica lezione di Hiroshima'...

Te l'ho detto: non c' mai stato nessun olocausto nucleare. Per cui piantala con queste stronzate, cazzo!

Se voleva scioccarmi, c'era riuscito perfettamente. E riagganci.

2 L'organizzazione pacifista e antinucleare SANE (in seguito Peace Action) fu fondata nel 1957 da Lenore Marshall e Norman Cousins, prendendo ispirazione dal saggio di Erich Fromm The Sane Society (1955). (N.d.T.)

La ragazza solitaria 1

Ira, perdonami! Non allontanarti da me.

Sai quanto ti amo. Non posso vivere in questo posto senza di te.

Scrivo queste parole su un taccuino con una penna a sfera blu.

Supplicando senza dignit. Parole che sgorgano come sangue da un polso reciso.

Caro Ira, mi spiace per essermi comportata con tanta imprudenza.

Perdonami, ti prego, per avere agito come un'idiota. Hai ragione, avrei dovuto pensare alle possibili conseguenze.

(Mi sono chiesta: conseguenze di che tipo? Conseguenze per il futuro di Mary Ellen Enright?)

Non  giusto porre fine alla nostra amicizia solo per questo. Non far pi una cosa del genere.

Per favore, non punirmi! Penso di esserlo gi stata abbastanza...

Anche se non credo di aver fatto nulla di sbagliato, mostrando la mia simpatia ai manifestanti. Spero mi perdonerai.

Scrissi queste parole nei giorni successivi alla marcia del SANE. Cercando di comporre una lettera per Wolfman - una vera lettera, da spedire a I. Wolfman, 433 Myrtle Street, Wainscotia Falls, Wainscotia.

Impossibile.

Non potevo mandargli queste suppliche puerili. Ne sarebbe stato disgustato. Mi avrebbe riso in faccia.

Avevo perso il mio unico amico alla Wainscotia? Come una sonnambula, continuai la mia vita: andavo a lezione, scrivevo elaborati, sostenevo esami, lavoravo quindici ore la settimana al Museo di Storia Naturale. Anche se avessi avuto una persona con cui confidarmi, non le avrei mai detto del male che mi avevano fatto le parole sgradevoli di Wolfman.

Una sera la signorina Steadman mi invit a cena nel suo appartamento insieme a un'altra ragazza che, come me, non aveva amiche. Ci chiese cosa pensassimo della recente manifestazione di protesta. L'altra ragazza aveva tante cose da dire (Mio padre sa tutto del comunismo:  un veterano della guerra di Corea!), ma Mary Ellen Enright si limit ad ascoltare educatamente.

Mi sentivo cos sola che spesso in mensa sedevo al tavolo delle mie compagne di stanza. Betsy, che se n'era andata senza una spiegazione, era stata sostituita da Millicent. Prima se ne stava in una stanza singola, ma si sentiva sola, e la signorina Steadman le aveva dato il permesso di trasferirsi da noi.

Millie, comunque, era rimasta una solitaria. Sempre imbronciata e facilmente irritabile, era una campagnola del Wisconsin, con un volto difficile da ricordare; voleva laurearsi in Scienze Agrarie o qualcosa del genere, anche se con i suoi voti mediocri rischiava di perdere la borsa di studio che aveva come tutte le ragazze dell'Acrady Cottage. Spesso, quando entravo nella nostra stanza, la trovavo alla scrivania, con un libro aperto davanti a s e lo sguardo perso nel vuoto. A volte se ne stava accasciata sul letto, con gli occhi gonfi di lacrime.

Millie seguiva Psicologia 102, che trovava noiosa e troppo difficile. Le sue esercitazioni erano tenute dal dottor Wolfman - Gli sto antipatica. Non mi guarda neanche. E poi d voti troppo bassi.  una persona cattiva.  sempre... sarcastico.

Di fronte al mio silenzio, Millie sibil: Dicono sia ebreo. Un ebreo di New York...

Mi limitai a emettere quello che poteva essere scambiato per un mugolio di assenso. E lei continu: ... o di Jew York, come dice mio padre. Hai capito?

Mai e poi mai mi sarei messa a discutere con Millie del dottor Wolfman, per non tradire il mio interesse nei suoi confronti, e non volevo incoraggiare Millie a parlare con me.

Certo, era crudele da parte mia. E mi spiaceva.

Perch avrei potuto condividere con la mia nuova e infelice compagna di stanza la triste lezione che avevo imparato nella Zona 9: Puoi vivere, anche se non  la vita che avresti scelto. Puoi vivere, un giorno alla volta. Puoi vivere e basta.

La ragazza solitaria 2

Tornavo dal cineclub. Non che mi aspettassi di incontrare Ira Wolfman, ma nella mia solitudine dovevo pur andare da qualche parte.

Questa volta era in programma un classico di Alfred Hitchcock, La finestra sul cortile.

E anche in questo caso, pur essendo presentato come un film di suspense, era lento in modo insopportabile. Gli attori recitavano in maniera vistosa. Il film era cos evidentemente un film. Serenamente bionda, Grace Kelly era molto bella e meno finta delle attrici nel western con John Wayne, e James Stewart era simpatico e vincente; ma era impossibile prenderli sul serio e non vedere altro che due star alle prese con una storia improbabile. E la musica di sottofondo era cos invadente e mi agitava tanto che dovevo tapparmi le orecchie.

A met film fui costretta ad andarmene. Mi era venuto il mal di testa. Mi sentivo davvero in Esilio.

Com'era possibile che gli altri spettatori fossero cos catturati da questo film? Potevo concedere che fosse meglio del western, con colori meno pacchiani, ma ogni scena veniva tirata per le lunghe, e mi spazientivo in attesa che i dialoghi arrivassero al punto che avevo capito da un pezzo. Trovavo stupefacenti, nella luce sfarfallante della proiezione, le facce degli spettatori rapiti come bambini... Mentre io mi sentivo intrappolata come dentro un cartone animato. Mi sentivo come quando cercavo impavida di guardare la televisione all'Acrady Cottage, non sul divano insieme alle altre ragazze ma coraggiosamente appiccicata allo schermo, per farmi risucchiare nelle goffe scenette comiche o nei drammoni.

Wolfman aveva parlato di insulti all'intelligenza. Eppure si era divertito con il western con John Wayne e avrebbe apprezzato il film di Hitchcock ancora di pi, essendo costruito con maggior intelligenza.

Io invece scoprivo con sgomento che non riuscivo a essere ingannata. A sospendere l'incredulit. Ero intrappolata dentro la mia testa.

Quella stessa settimana andai a sentire un reading di poesia tenuto nella cappella universitaria dall'illustre poeta locale Hiram R. Brody, di cui in occasione del settantesimo compleanno era uscita l'Opera omnia. Forse perch la poesia  un'arte pi sottile dei film di Hollywood, all'inizio fui catturata dalle parole del poeta e dalle cadenze musicali dei suoi versi, in rima come quelli di Robert Frost, che studiavo nel mio corso di Letteratura; e c'erano anche echi di Archibald MacLeish, un altro autore che stavo affrontando. Di fronte al folto pubblico, H.R. Brody era un brillante dicitore; di primo acchito sembrava che conoscesse i testi memoria, dato che di rado abbassava lo sguardo verso la pagina. Malgrado i capelli bianchi e una barba che sembrava curata amorevolmente, aveva un'energia quasi giovanile, e un modo di porsi furbamente dimesso. Il pubblico lo amava, applaudiva alla fine di ogni poesia, e cos facevo anch'io, anche se dopo un quarto d'ora mi resi conto che le poesie erano tutte uguali, variazioni su temi rurali con un sottofondo moralista e rime del tutto prevedibili - come un carillon che suona sempre le stesse note. E quando la poesia stava per finire, lo si capiva dalla sua espressione e dal tono della voce.

Non so se anche gli altri cogliessero gli echi di Frost, ma forse no, dato che gli applausi proseguivano con entusiasmo acritico, come un narcotico che ottundesse i sensi del poeta.

Oh, dacci il conforto di un verde orto

che dal gelo invernale  sempre risorto.

E dacci la gioia delle api operose

che ronzano felici tra le tuberose.

Dopo un'ora di lettura, il poeta aveva gli occhi umidi. Tra applausi scroscianti, si inchin ripetutamente, scostandosi poi i capelli che gli cadevano sulla faccia. A quel punto il pubblico si alz in piedi, ancora pi entusiasta.

Io invece mi sentivo molto triste. Avevo cercato di lasciarmi trascinare, ma non ci ero riuscita. Comunque applaudii fino a farmi bruciare i palmi delle mani, pensando: Se mi stanno sorvegliando, capiranno che sono uguale a tutti gli altri.

Non molto tempo dopo andai alla conferenza di uno storico della scienza dell'universit del Michigan, presentata dal professor Myron Coughland. La tesi sembrava essere che la specie dell'Homo sapiens comprende razze diverse ciascuna delle quali ha caratteristiche specifiche, a partire dal quoziente intellettivo. Secondo dati inequivocabili, certe razze (come la caucasica e l'asiatica) sono superiori a certe altre (l'africana e quella degli aborigeni australiani).

Cercavo di ascoltare, ma mi risuonavano in testa le parole di Wolfman. Qui non c' posto per originalit e innovazione. Da qui non esce nulla che abbia qualche valore.

Wolfman non era tra il pubblico. Probabilmente avrebbe guardato l'oratore con disprezzo.

Ci nonostante prendevo degli appunti, come una studentessa seria. Mi sembrava comunque importante cercare di imparare qualcosa - qualsiasi cosa.

Quanto sentivo la mancanza di Wolfman!

Anche delle sue critiche, del suo disprezzo.

Nella mia irrequietezza, stavo vagando nell'edificio della facolt di Belle Arti, sbirciando dalle porte aperte le aule dagli alti soffitti in cui si insegnava pittura, scultura e copia dal vero. Si sentiva odore di colori e di acqua ragia, e aleggiava un'aria di rischio e di anticonformismo.

Invidiavo gli studenti di arte, che non avevano a che fare con teorie e dati, e le cui opere non rischiavano di venire fraintese. Decisi che se l'anno dopo fossi stata ancora in Esilio, avrei seguito uno di quei corsi.

Eppure le tele appese alle pareti e i quadri cui stavano lavorando gli studenti non erano molto promettenti. Quasi tutti cercavano di essere realistici - goffe approssimazioni di paesaggi, tramonti, vecchi fienili, ponti coperti, o di figure e volti umani. Ai loro autori non sembrava interessare di ripetere soggetti fatti milioni di volte. Alcuni dei dipinti pi moderni sfoggiavano audaci vortici e strisce di colori alla maniera degli espressionisti europei dell'inizio del ventesimo secolo, o forse delle grandi tele di Jackson Pollock con i colori spiaccicati sopra, che si erano viste anche sulle pagine del settimanale Life.

Come aveva detto Wolfman, sembrava che alla Wainscotia non ci fossero nuove idee. Nulla di originale e di sorprendente. Tutto quello che si faceva qui era gi stato fatto, in genere meglio. O era semplicemente sbagliato.

Eppure tutti lavoravano con entusiasmo. Tutti erano convinti di fare qualcosa di importante; se gliel'avessi chiesto, avrebbero risposto, senza falsa modestia, che in futuro si sarebbe parlato di loro.

L'ultima aula in cui sbirciai era quella di scultura. Una dozzina di studenti erano impegnati a modellare la creta, cercando di replicare le fattezze di un manichino su cui era stato drappeggiato un lenzuolo bianco a mo' di statua greca. Il manichino aveva una faccia perfettamente simmetrica, dallo sguardo vuoto. Le braccia erano spezzate ai gomiti ed era senza gambe. Una rapida occhiata mi bast per capire che gli studenti, quasi tutti maschi, non erano molto promettenti: le loro statuette erano tutte leggermente deformi, anche se sarebbe stato difficile individuare un difetto preciso. Eppure il loro insegnante sembrava molto coinvolto, si rivolgeva a loro in modo anche critico, ma sempre con rispetto; si vedeva che ci teneva.

Buon lavoro, Mark! Buon lavoro, Johnny! Davvero notevole.

Rimasi incerta sulla soglia, sperando di non essere vista. Ma nessuno era interessato a me; si avvertiva grande tensione, l'insegnante parlava in modo rapido e competente, facendo ogni tanto una correzione alle statuette di creta. Mi chiesi cosa avesse ancora da dire, dopo tanti anni, riguardo quei tentativi dilettanteschi. Era critico ma incoraggiante. Non bisognava avere un talento fuori dalla norma per sentirsi accettati, qui alla Wainscotia.

Mi tornarono in mente le parole di Wolfman: Un brodo di coltura di mediocrit.

E poi rimasi di stucco riconoscendo nell'insegnante di scultura il tipo muscoloso del SANE, quello che mi aveva dato il cartello e che poi avevo perso di vista durante l'attacco degli studenti delle confraternite.

Com'era possibile che un attivista del SANE facesse parte del corpo docenti della Wainscotia e non fosse stato gi licenziato? Forse alla facolt di Belle Arti valevano regole diverse? Mi colp il rispetto che gli studenti mostravano nei suoi confronti.

Certo James, o Jamie, emanava un certo carisma, anche se Wolfman l'avrebbe trovato un po' ridicolo con la salopette macchiata di creta, la T-shirt logora e i sandali indossati con un paio di calze di lana grigia; i capelli arruffati gli scendevano disordinatamente fino alle spalle e la sua barba incolta era molto diversa da quella impeccabile di H.R. Brody.

Mi affrettai a girarmi, prima che si potesse accorgere della mia presenza.

Aprile

Ciao, Adriane!

Adriane! In un posto dove, a pochi metri di distanza, la signorina Hurly stava parlando al telefono.

Imprevedibilmente, era tornato Wolfman. Dopo tre settimane di latitanza, era venuto a trovarmi al Museo di Storia Naturale, quando stava per chiudere.

Avevo immaginato cos tante volte di alzare lo sguardo e di trovarmelo davanti che la sua apparizione ebbe la sconcertante perentoriet di una visione, o di un'allucinazione.

Mi stava sorridendo. E mi porse la mano.

Ira! Ciao.

Era aprile. Pioveva a dirotto, e faceva freddo come d'inverno.

Wolfman non accenn pi al SANE, e io evitai di tornare sull'argomento. Mi ero convinta che si fosse sentito in imbarazzo per non avere partecipato alla protesta, e che per questo si fosse assurdamente arrabbiato con me.

Forse verr un giorno, pensai, in cui ci ritroveremo insieme a marciare per la pace.

Esperimenti

Adesso non ero pi sicura di potermi fidare di Wolfman.

Ma lo amavo pi che mai.

Qualcosa sembrava essere andato storto nella sua vita. O meglio nella sua carriera, dato che Wolfman non sembrava avere una vita.

Era preoccupato e irritabile. La sua fronte era costantemente solcata da rughe. Le sue risate erano rapide, fragorose e fuori luogo. Come aveva detto Millie, era sarcastico.

Si accese compulsivamente una sigaretta, tir alcune rapide boccate e poi la lasci, accesa, in uno dei posacenere sparsi per l'appartamento.

Agitai una mano per scacciare il fumo. Trattenni un colpo di tosse. Aveva dimenticato tutto quello che sapevamo sulle cause del cancro? Si era dimenticato chi era?

Quando ero in cucina a preparare da mangiare o a lavare i piatti, spesso sentivo Wolfman parlare a bassa voce al telefono in camera da letto. E se squillava mi chiedeva di aspettare in un'altra stanza mentre rispondeva.

Quella donna. Cornelia - Nelia.

Dovevo pensare che fosse disperatamente innamorata di Wolfman come lo ero io. E che di lui sapesse molto meno di me.

Ormai capitava spesso che fossi io a tenere Wolfman tra le mie braccia. Mentre se ne stava sdraiato a fumare e guardare il soffitto, assalito da pensieri che dovevano fargli l'effetto di lame seghettate che penetravano nella sua carne.

Non faceva che ripetere, con noncuranza, che a quel punto avrebbe potuto anche andarsene.

(Dalla Wainscotia? Ma per andare dove?)

Che aveva pensato a nuovi tipi di esperimenti, che Axel non avrebbe approvato.

Per gran parte del tempo, A.J. Axel era una presenza costante nella vita di Wolfman. Nell'appartamento semivuoto, all'unico tavolo c'erano tre sedie, una delle quali era occupata dall'invisibile professore.

Non voglio allontanarmi dal comportamentismo, mi disse Wolfman, come se perorasse la propria causa. Voglio portarlo alle estreme conseguenze. Intendo postulare l'esistenza di una coscienza, manipolarla e portarla alla luce. Viviamo in un'epoca post-Olocausto, Adriane, anche se qui nessuno ha voglia di parlare dei campi di sterminio, della soluzione finale' degli ebrei, degli esperimenti con gli esseri umani. O di Eichmann, l'uomo in apparenza comune che si limitava a eseguire gli ordini'. Tutte cose che non vengono insegnate nei corsi di Storia, e se ne parla ancor meno. Gli Stati Uniti sono fondati sull'amnesia, sulla rimozione. La coscienza non riesce a stare al passo con le azioni. E io voglio indagare la coscienza dell'uomo e della donna comuni' attraverso una serie di esperimenti che replichino, in miniatura, l'esperimento nazista. Perch il nazismo  stato un esperimento sociale unico nella storia umana. Skinner ha indicato la strada; adesso saranno altri a continuare. Siamo alle soglie di una rivoluzione cognitiva' - e anche morale'. Ho pensato a esperimenti che ai non iniziati sembreranno delle recite. Gli sperimentatori indosseranno uniformi simbolo di autorit, come i nazisti. Ma in modo pi intelligente di questi ultimi, indosseranno uniformi bianche a suggerire un'autorit professionale, medica o clinica che sia. E costringeranno i soggetti a prendere decisioni di tipo morale. Basta con i topi nel labirinto o con i piccioni che beccano una leva per avere cibo: voglio l'equivalente di un bravo cittadino tedesco' alle prese con l'ideologia nazista. Avremo un capitano' e un soldato semplice'. La figura autoritaria, cio il professore di psicologia, istruir il capitano' a punire il soldato semplice' che non impara o non obbedisce agli ordini abbastanza in fretta. Le punizioni saranno via via pi gravi, e la figura autoritaria dir di assumersene la responsabilit. Lo scopo dell'esperimento  dimostrare fino a che punto una persona apparentemente normale' e dotata di morale  disposta a spingersi, se riceve ordini da una figura autoritaria. Immagino una scala di punizioni che termini con la morte'... Ovviamente  solo un esperimento: nessuno verr punito sul serio e tanto meno morir. Ma il soggetto prender inevitabilmente coscienza di se stesso. Dopo che avr reso noti i risultati, la psicologia americana non sar pi la stessa.

Non avevo mai visto Wolfman cos in fibrillazione!

Non si trattava certo di un esperimento semplice da realizzare. E con un certo disagio mi chiesi se si trattasse di qualcosa che era riaffiorato alla sua memoria - un esperimento, o una serie di esperimenti condotti da qualche psicologo, qualcosa che non avrebbe dovuto ricordare e che aveva aggirato le barriere della censura... Le Istruzioni proibivano a tutti gli IE di ricordare ci che non era (ancora) successo nel luogo del loro Esilio. Wolfman stava rischiando grosso con il suo progetto.

Eppure, stringi stringi, non si trattava di un esperimento cos diverso da quello che gli avevo suggerito io dopo la serata al cineclub. In entrambi i casi si trattava di fare luce su quell'elusiva coscienza che soggiace alle nostre azioni, e da cui i comportamentisti si tenevano alla larga.

Non sapevo come reagire. Dopo la manifestazione era diventato irritabile e impaziente, come se sentisse la necessit di difendersi e spiegarsi come non aveva mai fatto prima. Stava emergendo quasi un nuovo Wolfman, insicuro e loquace.

In tono incerto, gli dissi che gli esperimenti sembravano molto interessanti, ma che avrebbero suscitato controversie. C'era la questione morale, per cominciare.

La questione morale'? Oh, Ges, disse con una risata di scherno.

Con pazienza gli chiesi se fosse ammissibile, da un punto di vista etico, ingannare il capitano. Una volta terminato l'esperimento, questa persona si sarebbe sentita molto male con se stessa, oltre al risentimento per essere stata usata...

E poi, per quel poco che so di psicologia comportamentista - che certo  solo una piccola parte di quello che sai tu, Ira -, il professor Axel non lo approverebbe di certo.

Ecco. L'avevo detto. Ovviamente Wolfman non avrebbe avuto il sostegno del suo mentore.

Ma non far altro che registrare dei comportamenti, Adriane, scatt Wolfman. Nulla di pi. Non capisci?

Ma...

Non capisci quanto sar importante questo esperimento nella storia della psicologia? Quante cose capiremo sull'obbedienza all'Autorit? Per favore, aiutami, Adriane. Non scoraggiarmi. Potresti essere la mia assistente, oltre che la mia amica e compagna. Il mio alter ego. Ti potrei insegnare tutto quello che so, potremmo lavorare insieme, fare una serie di esperimenti. Come John Watson e la sua studentessa. Alla fine si sono sposati.

Per un attimo ammutolii. Wolfman era avvampato. Aveva la faccia imperlata di sudore. E io continuavo a sentire le ultime parole: si sono sposati.

Ma, Ira, non  che stai ricordando qualcosa che  gi stato fatto? Le Istruzioni ci proibiscono di...

No. Non  gi stato fatto.  un esperimento originale.

Sembrava impossibile contraddirlo.

E dove faremo questo esperimento? Qui alla Wainscotia?

No, non qui. Non essere stupida. Ci servono ricercatori indipendenti. Possiamo andare in California, o nell'Oregon. Laggi ho dei contatti - come Ira Wolfman, ovviamente. Dovremo andarcene da qui. Tanto qui non ho pi nulla da fare.

Ma non possiamo. Siamo Esiliati. Non possiamo allontanarci pi di dieci mi...

Wolfman alz le spalle spazientito, allontanando la mano con cui gli stavo accarezzando un braccio.

'Fanculo l'Esilio! 'Fanculo gli SNA! Io sono qui, e ho delle cose pi concrete a cui pensare. Al diavolo tutto questo luna park! Fece un gesto sprezzante. Le cose mi stanno sfuggendo di mano. Axel non ne vuole pi sapere di me. Sa che sono il figlio che lo tradir.  astuto, il vecchio. Se passi la vita a vedere topi che corrono in un labirinto, o piccioni che beccano una levetta, alla fine sai quale sar la loro prossima mossa. E cos Axel mi ha tagliato le gambe, come ha fatto con altri suoi pupilli. Non mi danno la cattedra. La settimana scorsa c' stato il consiglio di dipartimento. Non faranno nemmeno il mio nome al rettore. Axel mi ha invitato a cena a casa sua per farmelo sapere. L'ultima cena, diciamo cos.  stato un errore imperdonabile, Ira. Ho cercato di sostenere la tua candidatura, ma ero in minoranza.'

Qualcosa non mi tornava. Wolfman, il ricercatore pi promettente del dipartimento di Psicologia, quello da cui il professor Axel si faceva sostituire, era stato licenziato?

Non sono stato licenziato. Ma finito questo contratto, addio. In teoria sono due cose diverse. Fatto sta che mi hanno dato il benservito perch mi vedono come un ribelle, cosa che in effetti sono. Comunque Axel ha fatto prolungare il mio contratto di altri due anni. Guarda caso, quello che mi manca per arrivare alla fine della pena. Ma possiamo andarcene prima, Adriane. Alla fine di questo semestre.

Non l'avrei mai immaginato, e non riuscivo a capire tutte le implicazioni di quello che mi stava dicendo con tanta rabbia. Cos gli ripetei che non pensavo che potessimo lasciare la Wainscotia, che le regole che valevano per me dovevano valere anche per lui.

Per tutta reazione, si scost da me e si mise seduto sul bordo del letto. Non voleva n carezze n parole di conforto.

Non eravamo ancora amanti, e in quel momento capii che non lo saremmo mai stati. Almeno non in quel posto. In quell'appartamento in Myrtle Street.

Se violiamo le Istruzioni...

Wolfman scoppi a ridere e si accese una sigaretta, la quarta o la quinta. Lanci il fiammifero verso un posacenere, ma cadde per terra.

Hai creduto a tutte quelle stronzate? L'Esilio? Il teletrasporto? La Zona 9? Non c' nulla di reale, Adriane.  tutto finto.

Finto? In che senso?

Mi sedetti inerte sul bordo del letto mentre Wolfman andava avanti e indietro nella stanza, fumando e tossendo. La pioggia continuava a battere sui vetri delle finestre, con tanta forza che un lampione sull'altro lato della strada era praticamente invisibile se non per l'alone di luce in cima.

Come ti ho detto, non penso che gli SNA sorveglino gli IE come facevano in passato. Pu essere che il Governo sia sotto attacco, o che ci sia un nuovo presidente. O una nuova guerra.  da otto mesi che sei qui e non sai quello che  successo nel frattempo. Un'altra risata. Forse gli SNA hanno perso una guerra. Forse i terroristi' hanno conquistato il Nord America. Forse il vecchio regime  caduto. Non possiamo saperlo e forse non lo sapremo mai. E comunque che ci importa?

Vedendo la mia perplessit, Wolfman aggiunse: Se ci pensi bene, capirai come tutto questo possa essere virtuale. Tanto la Zona 9 quanto il Paese Felice. Io sono il tuo amico Ira ma sono anche un ricercatore della Divisione Strategie Informatiche.

Adesso Wolfman parlava in modo pacato. Sembrava stesse spiegando qualcosa che, se per i suoi studenti pi ingenui poteva essere una rivelazione sconvolgente, per lui era una banalit.

E tu ci hai creduto, come tutti gli Esiliati! Una credulit che si basa sul vostro - sul nostro - senso di colpa e di inadeguatezza. La Zona 9  virtuale'. Non  reale. Da ricercatore della DSI mi occupavo di AVI - Ambienti Virtuali Immersivi; e il mio lavoro pi riuscito  stato la ricostruzione di un'universit in una cittadina del Wisconsin verso il 1959-1960. Wainscotia non si trova su nessuna mappa, se non su quella della DSI. Penso che sia un buon lavoro, perfettamente in scala, sia dal punto di vista spaziale che da quello temporale. Hai notato qualche bug? Qualche anacronismo? Certo che no. E questo un po' perch chi ha creato la Zona 9  un genio in un settore altamente competitivo (dovresti vedere cosa sanno fare certi ragazzini gi a tredici anni - sono dei mostri), e un po' perch non ti aspettavi di trovarli. In realt, Adriane, sei ancora detenuta alla Disciplinare Giovanile. Non hai mai lasciato il New Jersey. Sei l - cio qui - da otto mesi, in uno stato di ipnosi e di coma indotto. Sei nutrita con una flebo e attaccata a un catetere. E ai tuoi genitori non  stato detto nulla. Si sentono in colpa, pensando che se hanno prelevato la loro figlia  stato per qualcosa che hanno fatto loro.

Osservavo Wolfman basita. Incapace di reagire. Di articolare un qualunque pensiero.

Mi sorrise maliziosamente. Con aria di sfida. Evidentemente non pensava di essersi spinto troppo oltre.

Ascolta. Io vengo dalla DSI e lavoravo part-time alla Disciplinare Giovanile. Il nostro compito era creare una realt virtuale su misura per gli IE, in cui tenerli prigionieri grazie a un microchip. Che  anche l'unica cosa reale in tutta questa faccenda. Mentre tutto il resto non lo . Hai sognato di essere assurdamente teletrasportata nel passato. Ma il passato non esiste. Il viaggio nel tempo  un concetto senza senso. Come ha fatto una come te, che ha tanti dubbi su B.F. Skinner, a non capire una cosa cos semplice? Non esiste un passato. Non esiste un laggi. Pensa: se potessimo tornare indietro nel tempo anche solo di trenta secondi, che cosa succederebbe? Torneremmo indietro attraverso i nostri corpi? E cosa incontreremmo? I nostri corpi pi giovani? Se tornassimo indietro di un'ora, undici ore, un mese, un anno, vedremmo questi corpi, o ci staremmo dentro? E noi chi saremmo? Ci sei cascata, in questa specie di luna park, perch le nostre creazioni virtuali sono di altissima qualit. Le mie, in particolare, sono state molto apprezzate. Il mio nome in codice  Wolf. Sono soddisfatto soprattutto del Museo di Storia Naturale Van Buren e del rifugio antiatomico sotterraneo. Nonch di quei palloni gonfiati dei professori della Wainscotia - Axel, Morris, Coughland, Harrick, Stein. Li conosco molto bene, perch li ho creati io. Non li hai ancora conosciuti tutti. Ci  voluto il suo tempo per creare la Zona 9. Ma sono paziente e so fare bene il mio mestiere.  per questo che mi hanno preso nella DSI. Wolfman mi sorrise compiaciuto. E per quanto possa sembrare assurdo, sento di volerti proteggere, Mary Ellen - a volte mi sembra quasi che tu sia una mia creatura.

Continuavo a rimanere ammutolita. Mi sembrava di essere una falena abbattuta con un colpo secco che se ne stava a terra, tramortita, sbattendo pateticamente le ali contuse ma non spezzate, senza capire cosa stesse succedendo.

Con voce beffarda, Wolfman aggiunse: Solo che non potrai mai averne la prova.

Io non... non capisco...

Te lo ripeto: la Zona 9  una creazione virtuale. Le uniche cose reali, qui dentro, siamo tu e io.

Ira, stai dicendo sul serio?

Wolfman allarg le dita come un prestigiatore che mostra di non avere trucchi nascosti.

In caso contrario? Qual  il contrario di serio'?

Wolfman mi guardava con un sorriso irritante. Come per darmi un suggerimento, mi disse: Cos come chi sogna non sa di sognare, anche tu non puoi renderti conto di dove ti trovi.

Ma tu invece lo sai, vero? Ti prego...

Wolfman mi pos una mano sulla spalla. Sembrava comprensivo e al tempo stesso spazientito.

Sto scherzando, Adriane. Ovviamente. Stavo solo facendo un esperimento. Se io fossi davvero un tecnico della DSI, e non un IE teletrasportato, quello che ti ho detto potrebbe essere in qualche modo plausibile. Ma la dura realt  che non ho alcuna possibilit di controllare la mia vita nella Zona 9, esattamente come te. Wolfman rise in quella che ormai era una smorfia. Forse ho creato la Zona 9 ma il mio supervisore si  impossessato del programma e mi ha intrappolato dentro! Come i miei genitori, che hanno inventato un'arma batteriologica e poi, chi lo sa, quando non sono stati pi utili ne sono stati infettati... Siamo tutti intrappolati nei nostri esperimenti. Non fare quella faccia da funerale, Adriane - ti sto dicendo la verit. La pura, semplice, irreparabile verit. Se la Zona 9 fosse una mia invenzione, avrei fatto in modo di essere libero. Invece sono intrappolato qui alla Wainscotia esattamente come te.

Wolfman allarg le braccia per consolarmi e, singhiozzando, mi strinsi a lui.

Non potevo fidarmi di lui. Le sue parole mi avevano sconvolto, anche quelle che non avevo potuto capire fino in fondo.

Ma non avevo nessun altro.

Fuga d'amore

Wolfman insisteva che dovessimo lasciare la Wainscotia alla fine del semestre.

Non ci pu fermare nessuno. E nessuno se ne accorger. Fuggiamo e cominciamo una nuova vita.

Fuggiamo. Da quanto tempo aspettavo che Wolfman mi amasse sul serio. O che almeno dicesse di amarmi.

Non aveva ancora pronunciato quella parola. Ma se voleva che me ne andassi dalla Wainscotia con lui, e cominciassi una nuova vita con lui, era implicito che mi amasse, per quanto uno come Wolfman potesse amare un'altra persona.

I suoi programmi erano vaghi ma eccitanti. Avremmo vissuto insieme, sotto falso nome, in qualche Stato dell'Ovest. Nell'aprile 1960 gli Stati Uniti non erano ancora gli Stati del Nord America Rifondati, in cui tutti i cittadini erano sottoposti a una continua sorveglianza. Gli Stati dell'Ovest, scarsamente popolati, erano quasi terra di nessuno. Non si era connessi. Non esisteva la rete.

I nostri nemici hanno pensato bene di mandarci in Esilio in un luogo primitivo come questo, disse Wolfman, ma l'assenza di tecnologia sar proprio la nostra salvezza. Ci sono ampie zone al di fuori di ogni controllo. Ci troveremo un lavoro quando avremo bisogno di soldi. So usare le mani quanto la testa. A Berkeley ho degli amici che ci aiuteranno. Possiamo procurarci nuovi documenti - carte di identit, certificati di nascita. Nessuno sapr chi siamo o chi eravamo.

Wolfman parlava con tale convinzione che non potevo non credergli.

Le lezioni erano finite. Mary Ellen Enright aveva finito il suo primo anno alla Wainscotia, con una media quasi perfetta.

Quando ebbe la comunicazione dall'ufficio del rettore, la signorina Steadman mi abbracci d'impulso: Qui all'Acrady Cottage siamo tutte orgogliose di te!

Parole che mi riempirono di imbarazzo oltre che di una vaga vergogna. I miei voti alti nascevano dalla disperazione e dalla solitudine, e pochi altri studenti avrebbero potuto essere altrettanto motivati. La mia infelicit mi aveva procurato un vantaggio sleale.

Da un giorno all'altro l'Acrady Cottage si era svuotato. Le mie compagne si erano lasciate con baci, abbracci, promesse di rivedersi in autunno - anche se non era previsto che tornassimo a condividere la stessa stanza.

Durante il periodo estivo, avrei continuato a vivere nel campus, ma in un altro posto. Avrei lavorato in biblioteca cinque giorni la settimana. Seguendo un consiglio di Wolfman che risaliva a qualche mese prima, durante la sessione intensiva di giugno-luglio, che durava sei settimane, avrei seguito il corso di Matematica - il mio punto debole. Davanti a me si prospettava una vita di routine, senza ansia n emozioni. A suo modo confortante, se Wolfman se ne fosse davvero andato, come minacciava.

Senza Wolfman, avrei vissuto giorno per giorno, fino a scontare la mia condanna. Ce l'avrei fatta?

Disperata, gli dissi: Come posso seguirti se  proibito?

E se non mi hai mai detto che mi ami.

Te l'ho detto, Adriane. Non ci sorveglia nessuno.

E come puoi esserne sicuro?

Fidati.

Avrei voluto poterlo fare. Il suo discorso sul fatto che la Zona 9 potesse essere una simulazione virtuale in cui sarei stata installata a mia insaputa mi aveva profondamente turbata. Mi svegliavo la notte, terrorizzata all'idea che Wolfman mi avesse detto la verit e che fosse un agente degli SNA; in altri momenti, invece, ero sicura che stesse scherzando.

Gli chiesi: La psicologia ci spiega il significato delle nostre vite?

E lui: La psicologia  uno specchio in cui ci guardiamo in faccia. Nessuna scienza  in grado di dirci il perch.

Anche se Wolfman aveva parlato in modo sprezzante del dipartimento di Psicologia della Wainscotia, capii che ci era rimasto molto male per il fatto che non gli dessero la cattedra. E intuii che il motivo doveva essere quello che mi aveva detto: le sue idee non erano accettabili dai vari baroni, a partire da A.J. Axel.

Wolfman pens bene di preparare pacchi con le cose che ci sarebbero servite e di spedirli fermo posta a Berkeley, in California. Una mezza dozzina di scatole di cartone piene di vestiti, libri, effetti personali, da inviare con il sistema pi economico.

Ma come faremo ad andarcene?

Senza farci notare. Andremo fino all'arboreto, e non torneremo pi indietro.

Alla fine mi convinse. Di pi, era affettuoso e attento con me come di rado era stato in passato. La sua arrabbiatura per la faccenda del SANE sembrava essere stata completamente dimenticata.

Cos portai nell'appartamento di Wolfman una serie di cose che in gran parte non avevo scelto io. Lui era un perfezionista e sigillava ogni scatolone con il nastro adesivo. Dopodich li portammo all'ufficio postale e li spedimmo a Berkeley.

Pensai mai, mentre trasportavo quegli scatoloni, che un giorno li avrei riaperti, ritrovando i miei libri e i miei vestiti ripiegati?

Pensai mai che io e Ira Wolfman saremmo andati insieme in California, a cominciare una nuova vita?

Man mano che si avvicinava il giorno previsto per la nostra fuga, aumentava la mia agitazione, tra la paura e l'euforia. Mi sentivo al tempo stesso temeraria e fatalista. Gli stessi sentimenti che leggevo in Wolfman.

Ogni volta che esprimevo un dubbio, tagliava corto dicendo: Ti devi fidare di me, Adriane!

Ero terrorizzata dalla prospettiva di infrangere le Istruzioni. Ma lo ero ancora di pi all'idea di perdere Wolfman e di trovarmi di nuovo da sola, in Esilio.

Ho perso i miei genitori, pensavo, ma almeno ho lui.

Intanto stava mettendo a punto il suo piano. La novit era che avremmo lavorato in un centro di ricerca dell'universit di Berkeley, dove Wolfman aveva degli amici. Costoro ci avrebbero procurato i documenti.

Secondo loro stiamo facendo una cosa molto romantica, disse Wolfman tutto allegro. E ovviamente non sanno chi siamo davvero.

Ci demmo appuntamento il 19 maggio, alle otto di mattina. Wolfman mi aspettava all'arboreto. Eravamo vestiti come se andassimo a fare una camminata. Lui si era calcato in testa un berretto da baseball. Non dobbiamo assolutamente dare nell'occhio, mi aveva detto. Pi sembriamo normali, meglio .

Entrambi avevamo lo zaino. Wolfman mi aveva detto di metterci dentro acqua, cibo sufficiente per vari pasti, un cambio di vestiti, calze di lana. Lui aveva un coltellino dell'esercito svizzero.

Aveva programmato tutto. Avremmo imboccato il nostro solito sentiero, solo che, a un bivio, anzich tornare indietro ci saremmo inoltrati in un bosco di conifere che si estendeva per parecchie miglia fino a lambire una strada statale e la cittadina di St. Cloud. L avremmo preso un Greyhound fino a Minneapolis; da l ne avremmo preso un altro per Denver, in Colorado; e alla fine avremmo raggiunto San Francisco e Berkeley. Wolfman conosceva gli orari dei pullman e aveva i soldi per i biglietti.

Di buon passo, si inoltr nell'arboreto. Quasi dovevo correre per stargli dietro.

A quell'ora non c'era in giro nessuno. Era un po' nuvoloso e non faceva caldo, pur essendo maggio. Il mio cuore batteva veloce come quando gli agenti erano venuti ad arrestare Strohl, Adriane, e il signor Mackay era stato ben lieto di consegnarmi a loro.

Brutti ricordi. Afferrai la manica del giubbotto di Wolfman. Rivedr mai i miei genitori, Ira? Come potr tornare casa?

Non piangere, per favore.

Non mi ero accorta che stavo piangendo.

Perch, se ero cos felice?

Il pipistrello

Non ci voltammo una sola volta. Presto il campus non fu pi visibile e i rintocchi della campana della cappella divennero sempre pi fiochi, come se arrivassero dal fondo di un lago.

Il sentiero saliva. Dal morbido tappeto di aghi di pino affioravano spuntoni di roccia, a mo' di gradini, contro cui si rischiava di storcersi una caviglia. Sarebbe stato ancora pi ripido se non ci fossero stati numerosi tornanti, che ci davano l'impressione di avvolgersi su se stessi. Il sentiero era un serpente sinuoso che ci rallentava di continuo. A volte vedevo Wolfman procedere verso di me dopo avere superato una curva e poi superarmi, mentre io barcollavo sotto il peso dello zaino.

Uno zaino pu rappresentare la differenza tra la morte e la salvezza, mi aveva detto Wolfman.

Gli uccelli battibeccavano sui rami pi alti.

Il sentiero divenne pi difficile da seguire. Alla fine si perse nella foresta.

Ma Wolfman andava avanti. E io lo seguivo.

Miglia di foresta. Mi sembrava ci stessimo arrampicando sul fianco di una montagna. E poi una discesa, ripida quanto la salita.

I nostri piedi creavano piccole frane.

Eravamo senza fiato dopo la salita, e sapevamo quanto possano essere pericolose le discese.

Il sole era ormai alto e ce l'avevamo in faccia. Ci lacrimavano gli occhi ma eravamo felici. Presto saremmo stati liberi dalla Wainscotia.

Ma dopo sei ore di scarpinata, Wolfman si ferm. Dio mio! grid con sorpresa e delusione.

All'inizio non capii.

Poi me ne resi conto.

Il sentiero che seguivamo da sei ore, e che in teoria avrebbe dovuto portarci a St. Cloud, sembrava si fosse attorcigliato su se stesso riportandoci all'ingresso dell'arboreto, vicino al campus. Sentimmo il rintocco di una campana: era quella della cappella.

Non  possibile... disse Wolfman.

Non potevo credere che fossimo tornati al campus, eppure era cos - il sentiero ci aveva tradito, descrivendo quello che sembrava un grande anello. Ci eravamo arrampicati sul pendio di un'altura ed eravamo scesi dall'altra parte. Avevamo creduto di essere ormai lontani dalla Wainscotia, eppure non avevamo fatto neanche un quarto di miglio.

In qualche modo, i tortuosi tornanti ci avevano fatto girare in tondo, sebbene sulla mappa fosse indicato inequivocabilmente che conducevano fuori dall'arboreto.

Wolfman studiava la cartina, per capire dove avesse sbagliato. Ma l'unico errore che aveva fatto era quello di credere che potessimo fuggire da l.

Siamo in trappola, Ira. Non possiamo andarcene. Lo sapevo.

Allora torna indietro! Ma da sola! Io non vengo con te!

La voce gli tremava dalla rabbia. Allontan la mia mano, si volt e s'incammin a ritroso sul sentiero quasi di corsa, respirando affannosamente.

Sentii un rombo nelle orecchie. Avrei voluto seguirlo, fermarlo. Ma non riuscivo a muovermi. Ero sfinita.

Avevo scarpinato per pi di sei ore in quel posto maledetto. Ed eravamo tornati al punto di partenza.

Lo chiamai, ma mi ignor. Wolfman, amore mio!

Sopra le nostre teste, degli uccelli frullavano tra i rami. Si stava facendo buio - non era troppo presto? Un cinguettio nervoso di volatili, un frusciare di ali.

Alzando la testa, quello che vidi fu un pipistrello che volava stranamente in circolo, come rabbioso. Poi, d'un tratto, scese in picchiata e con la massima precisione si avvent su Wolfman e gli sfond la testa, incendiandola. Nel giro di pochi secondi le fiamme lo avvolsero da capo a piedi e di lui non rimase che fumo. A pochi passi da me.

C'era stato tempo solo per un grido stridulo di orrore e disperazione - penso che fosse il mio.

E cos Wolfman mor e di lui non ci fu pi traccia nella Zona 9.

III. Wainscotia Falls

ESCURSIONISTA COLPITA DA UN FULMINE

NELL'ARBORETO DELLA WAINSCOTIA UNIVERSITY

STUDENTESSA DICIOTTENNE RICOVERATA IN OSPEDALE

 stata trovata svenuta da un cane.

Wainscotia Falls Journal-American, 20 maggio 1960

Salvata

Un muso caldo e umido contro la mia faccia gelida e paralizzata.

Lo shock mi aveva svuotato il sangue dal cervello.

Avevo smesso di respirare. Come un animale crudelmente schiacciato, da cui viene spremuta la vita.

Ero caduta di botto ferendomi la faccia contro un sasso. Sanguinavo ma non vedevo nulla, non sentivo quasi niente.

Non riuscivo neanche a guardare il punto dove Wolfman era morto. Dove era stato distrutto.

Come se fossi stata gettata in un lago ghiacciato. Il cuore che si ferma. Gli occhi accecati dalla luce.

Poi quella sensazione inaspettata contro la mia faccia. Il fiato caldo e ansante. La lingua di un cane, umida e sorprendentemente morbida.

Qualcuno che gridava: Rufus! Dove sei?

Un escursionista che correva verso di me.

Mi sente? Sta bene? Cos' successo?

Un cane aveva attraversato la cortina di dolore e leccandomi la faccia mi aveva ridato la vita. Ansimando freneticamente. Emettendo gemiti sgomenti che avrebbero potuto essere umani. E io piansi, sapendo di essere stata salvata.

Il miracolo

Mi ci volle molto tempo per riprendermi.

Settimane. Forse mesi.

A intervalli di veglia seguivano periodi di oblio.

Non c'era un recupero graduale. Non c'era un costante miglioramento.

Era come salire lungo i tornanti un sentiero. Procedevi con lentezza esasperante e ti ritrovavi ribaltata, nella direzione contraria rispetto a quella da cui provenivi.

Il tempo si avvolge su se stesso. Credi di avanzare, ma  un'illusione.

Eppure non resti ferma.

All'inizio non capivo dove mi trovassi. Mi portavano in barella o su una sedia a rotelle in austere stanze bianche, in ciascuna delle quali si facevano cose differenti. Vari tipi di infermieri, uniformi diverse. Spesso aprivo gli occhi (occhi che mi facevano male, che vedevano tutto sfuocato) e mi trovavo in un posto sconosciuto.

Poteva essere un ospedale. O un centro di riabilitazione. Un posto dedicato alla cura di danni sia fisici sia psicologici.

Sai come ti chiami?

Sai chi sei?

Sai in che anno siamo?

Sai chi  il presidente degli Stati Uniti?

Come una bambina piccola desiderosa di parlare, ma che non sa articolare le parole, avrei voluto rispondere correttamente a quelle domande, ma non ero sicura di sapere le risposte giuste. Pensai che fosse meglio stare zitta piuttosto che dire qualcosa di sbagliato che avrebbe potuto essere usato contro di me.

Ricordavo un complesso esame che avevo sostenuto (non doveva essere passato molto tempo, dato che mi avevano detto che ero iscritta alla Wainscotia State University a Wainscotia Falls, nel Wisconsin), in cui non bastava dare una risposta corretta, ma bisognava indicare qual era la pi corretta in un ventaglio di alternative tutte plausibili.

Ti chiami Mary Ellen Enright. Lo ricordi?

Sai dove sei, Mary Ellen?

Sai perch?

A volte mi svegliavo. La voce, anzi, le voci continuavano.

Come se non ci fosse stata soluzione di continuit.

Sai quello che ti  successo, Mary Ellen?

I medici credono che tu sia stata colpita da un fulmine.

E ti sei salvata!

 quello che si chiama un miracolo.

La tua foto  apparsa sui giornali, Mary Ellen! O almeno nei giornali del Wisconsin e nella televisione locale.

Quest'autunno farai il secondo anno di universit. Ricordi quando eri una matricola?

Ricordi che hai una media eccellente? Che hai vinto una borsa di studio?

Stai facendo progressi, Mary Ellen. Il dottor Fenner - il tuo neurologo - dice che la prognosi  buona.

 quello che dicono tutti i tuoi dottori.

Sei stata trovata nell'arboreto da un escursionista. O meglio,  stato il suo cane a trovarti.

Eri priva di sensi. Sembravi morta.

Quell'escursionista non ha perso tempo e ti ha salvato la vita.

Sei stata molto fortunata, Mary Ellen.

Sei arrivata qui in un profondo stato di shock, ma ti stai riprendendo.

Avevi avuto un calo di pressione. Il timpano sinistro era perforato.

Piano piano ti stai riprendendo. Sei viva.

Un vero miracolo.

Crediamo che tu sia rimasta priva di conoscenza per circa novanta minuti. Ma avrebbero potuto passare ore e ore prima che ti trovasse qualcuno.

Avventurarsi da soli nelle parti pi lontane dell'arboreto pu essere pericoloso.

 sempre buona norma non fare escursioni da soli. Questo vale anche per gli escursionisti esperti.

Per fortuna chi ti ha trovata sapeva fare la rianimazione cardiopolmonare.

La respirazione bocca a bocca. Aveva seguito un corso di primo soccorso quand'era un boy scout.

 molto raro che ci si salvi se si viene colpiti da un fulmine.

Ed  la prima volta che capita a Wainscotia Falls! Siamo orgogliosi di te.

Se avessi una famiglia, Mary Ellen, quanto sarebbero felici di sapere che sei viva.

Mary Ellen, perch stai piangendo?

Senti dolore da qualche parte?

Puoi indicare, se per te  pi facile.

Il cuore? Ti fa male il cuore?

O vuoi dire che hai il cuore spezzato?

Il neurologo

Puoi spiegare perch piangi come se avessi il cuore spezzato?

Non potevo.

Sapevo di dover essere grata per tanti motivi.

A poco a poco riprendevo a usare le gambe. Ad acquistare quella coordinazione che nelle persone normali si d per scontata.

Se per esempio decidi di alzarti, le tue gambe non si piegano come burro facendoti cadere.

Se prendi in mano un bicchiere, le tue dita non lo mollano facendolo finire sul pavimento.

Se apri la bocca per parlare, non cominci a tremare, a fremere e a piangere disperatamente.

A piangere come se avessi dimenticato qualcosa - o qualcuno - e non riuscissi a ricordare cosa - o chi.

N riuscivo a ricordare chi fosse Mary Ellen Enright - ci che era scritto sul braccialetto al mio polso sinistro - osservando in uno specchio un volto sconosciuto, articolando un nome ignoto con labbra paralizzate.

Mary Ellen Enright. Un enigma che, per quanto ci riflettessi, non riuscivo a risolvere.

Poich sapevo (ma come facevo a saperlo?) che era un nome falso.

Cos come sapevo (ma come facevo a saperlo?) che non ero sola nel bosco quando ero stata colpita dal fulmine.

Come se fossi stata scagliata da una grande altezza sul sentiero coperto di aghi di pino. Rimanendo senza fiato. E prima di chiudere gli occhi avevo fatto in tempo a veder venire verso di me un oggetto misterioso, grande come un pipistrello. Avevo abbassato la testa terrorizzata, mi ero coperta la testa con le braccia, avevo cercato di gridare ma non ci ero riuscita.

No no no no.

Credevano che la paziente stesse rivivendo lo shock. La potente scarica elettrica che l'aveva buttata a terra, il tuono assordante che le aveva perforato il timpano.

Credevano che la paziente fosse orfana fin dalla nascita, e avesse perso anche i genitori adottivi in un incidente d'auto. E che la paziente rivivesse anche questi traumi nel suo stato semidelirante.

Cercavo di essere felice per ogni miglioramento. Sapevo di essere stata molto fortunata.

Eppure, nel mezzo - per esempio - di una seduta di fisioterapia (che si poteva svolgere in piscina), ecco che arrivavano le lacrime, dolorose, incontenibili.

Come una convulsione di tutto il corpo.

Come se un grande serpente strisciasse dentro di me, spremendomi fuori le lacrime.

Perch piangessi in modo cos disperato, non lo sapevo.

(Non era dolore. O non era solo dolore. Mi facevano male le gambe, la spina dorsale, il collo, la testa, gli occhi, ma sopportavo senza piangere quelli che erano solo sintomi fisici.)

Pian piano stava tornando la mia capacit di pensare. La mia capacit di concentrarmi, di riflettere.

Il neurologo mi spieg che la mia memoria a breve termine aveva risentito del trauma del fulmine. E a giudicare dai sintomi, c'era stato qualche danno al cervello.

I ricordi provvisoriamente immagazzinati nell'ippocampo prima di essere installati in modo permanente nella corteccia cerebrale erano andati persi, e non c'era modo di recuperarli.

Si trattava di una reazione normale a un evento del genere. Secondo il dottor Fenner, non avevo perso le mie capacit linguistiche (parlare, leggere e scrivere) e motorie (camminare, fare le scale, nuotare), anche se era chiaro che avevo dimenticato molto della mia vita recente.

Come se qualcuno, con una grande spugna, avesse vigorosamente sfregato, pulito e sciacquato parte del mio cervello.

Chiesi al dottor Fenner se mi avessero fatto una TAC al cervello. O si diceva RMT?

Il dottore sorrise perplesso, portando una mano all'orecchio.

Cos'hai detto, cara?

Intendevo una scansione.

Il dottor Fenner aveva una certa et, era gentile e premuroso con i pazienti ma aveva una pazienza limitata per le domande stupide. Avevo notato che le infermiere, con lui, si comportavano pi come inservienti che come professioniste diplomate. Indossava una camicia inamidata e una cravatta sotto il camice bianco, che si gonfiava in corrispondenza della pancia. Quando avevo ripreso conoscenza, mi aveva fatto un certo ribrezzo che sia lui che le infermiere non indossassero guanti di lattice e mi toccassero con le mani nude; ma dopo alcune settimane nel reparto di riabilitazione, mi ero abituata. Probabilmente se le lavano ogni volta che escono dalla stanza di un paziente, pensavo.

Anche la cravatta del dottor Fenner mi turbava. Aveva varie macchie quasi impercettibili - di cibo? - e mi dondolava sulla faccia quando si chinava su di me.

La scansione delle sillabe, Mary Ellen? E cosa c'entra adesso? Il dottore era sempre pi perplesso.

Cercai di fare mente locale. Ma il mio cervello funzionava a scatti, come le mie gambe - a volte con una vampata di energia, a volte con una lentezza esasperante.

Non... non so cosa volevo dire, dottor Fenner.

Ed era cos: i termini scansione, TAC, RMT erano oscuri anche per me, come le arcane parole latine che battevo a macchina nelle sale scarsamente illuminate di un edificio di cui non ricordavo il nome - un museo di storia naturale in cui doveva essermi successo qualcosa di bello di cui per non ricordavo nulla, come un sogno di cui rimane solo l'impronta delle emozioni che ha suscitato.

Hai subito un trauma al cervello, mia cara. Ma ti riprenderai. Ho gi assistito a guarigioni miracolose.

La parola miracolo veniva pronunciata cos spesso, in mia presenza, che stavo cominciando a crederci anch'io.

(Eppure non potevo fare a meno di chiedermi quale percentuale dei suoi pazienti guarisse. E quale percentuale fosse incurabile.)

Quando il dottor Fenner usc, scoppiai in lacrime.

Mi sentivo sopraffatta da una tristezza insopportabile e piangevo disperata, come una bambina abbandonata.

Una delle infermiere mi chiese perch mai avessi quella reazione, quando il dottor Fenner era stato cos ottimista.

Visite

Ricevevo poche visite. E ogni volta era una sorpresa, come se uscissi da una zona buia del mio cervello.

La prima persona che venne a trovarmi disse di chiamarsi Ardis Steadman. Era la tutor dell'Acrady Cottage, la mia residenza da matricola.

Ricordavo la signorina Steadman? Ricordavo le mie compagne di stanza? Ricordavo l'Acrady Cottage? Che gruppo affiatato di matricole, quest'anno! E tu, Mary Ellen, hai alzato notevolmente la media. Te ne siamo tutte molto grate.

Ovviamente le dissi che mi ricordavo di lei.

Mi sembrava che fossimo andate insieme a un concerto. O che avessimo visto insieme la televisione nella sala comune dello studentato.

Mentre la signorina Steadman cianciava di cose che non ricordavo e che non mi interessava ricordare, cominciai a essere sopraffatta da una terribile sensazione di perdita, e mi misi a piangere.

Oh, Mary Ellen, che succede? Ho detto qualcosa di sbagliato?

 come se... avessi perso qualcosa. Ma non so cosa sia.

Ma quando l'avresti perso, Mary Ellen?

Non so... forse nell'arboreto.

Da quello che ho letto e sentito, non hanno trovato nulla. Eri da sola e avevi uno zaino. Tutto qui.

Ricordo che ero gi stata in quel posto. Ma l'ultima volta... Sentii delle fitte improvvise e dolorose dietro i miei occhi. Mi si appann la vista - cosa che ultimamente aveva smesso di capitarmi - e riuscivo a malapena a vedere la faccia preoccupata della tutor. ... l'ultima volta, non ricordo nulla.

La signorina Steadman mi strinse la mano. Forse  meglio cos, cara. A chi piacerebbe ricordare di essere stata colpita da un fulmine?

Poi venne a trovarmi, con un certo imbarazzo, la signorina Hurly. Era rimasta a bocca aperta quando si era resa conto che la ragazza colpita dal fulmine di cui avevano parlato radio e giornali era Mary Ellen Enright.

 stato uno shock! Il professor Harrick ti manda i suoi saluti e i migliori auguri di pronta guarigione. Quando gli ho riferito quello che ti era successo, mi ha detto che da ragazzo per poco non era stato colpito da un fulmine mentre andava in barca sul lago Michigan. Un racconto davvero emozionante, sai, che mi ha fatto pensare: se fosse morto cos giovane, il mondo avrebbe dovuto rinunciare a tutte le sue scoperte scientifiche... E si ricordava di te, Mary Ellen, anche se all'inizio ti ha confuso con la nostra Dolores, la ragazza che viene il luned e il mercoled.

Poi fu la volta di una donna che non conoscevo e che mi sembrava di non avere mai visto, una certa Cornelia Graeber. Mi scusi, signorina Enright, ma ho visto la sua foto sul giornale, e dato che mi  sembrato di conoscerla... Non so se lei conosca me... A volte mi chiamano Nelia'. Era sulle spine; mentre mi parlava si mordeva le unghie e si toccava i capelli; sembrava che la mettessi in ansia e la confondessi. Non sapeva perch avesse avuto l'impulso di vedermi, ma era diventata un'ossessione, e alla fine era venuta a trovarmi. Aveva una trentina d'anni, e in qualche modo pensai che avrei potuto diventare come lei. Il suo sguardo mi studiava con intensit sconcertante, come per comunicarmi che mi conosceva, ma non sapeva perch. Mi spieg che stava facendo il dottorato in Psicologia con il professor A.J. Axel. Per curiosit si era informata sugli esami che avevo sostenuto e aveva scoperto che l'autunno precedente avevo seguito Psicologia 101 proprio con Axel e che avevo fatto le esercitazioni con un assistente che si chiamava Ira Wolfman. Lo ricorda, Ira Wolfman? Se n' andato improvvisamente dalla Wainscotia alla fine del semestre, senza salutare nessuno. Neanche il professor Axel.  stato... sconvolgente. Non dico che Ira non potesse avere le sue ragioni, dal punto di vista professionale. Ma andarsene senza salutare nessuno dei suoi amici e dei suoi colleghi... non era da lui.

Le fitte lancinanti dietro i miei occhi mi facevano battere le palpebre. Continuavo a piangere. Un rombo nelle orecchie mi impediva di sentire distintamente le parole di quella donna. Avrei voluto gridarle di andarsene - non la conoscevo, non sapevo di cosa stesse parlando, i nomi di quasi tutti i miei professori erano scomparsi dalla mia memoria e riuscivo a recuperarli solo con grade fatica. E soprattutto, perch era venuta a trovarmi?

Il rumore dei miei singhiozzi richiam un'infermiera. La sconosciuta si scus e se ne and.

Ero cos agitata che a un certo punto non riuscii pi a respirare normalmente e andai in iperventilazione. Dovettero portarmi immediatamente in terapia intensiva, dove mi attaccarono alla maschera dell'ossigeno e mi fecero un'endovena per abbassare la frequenza cardiaca, che era schizzata a 260 battiti al minuto.

Poi fu Jamie Stiles ad affacciarsi sulla soglia della mia stanza.

Ciao... Mary Ellen...

All'inizio non lo riconobbi. Con la sua brutta salopette macchiata, la T-shirt, la barba nera e ispida e i sandali sui piedi nodosi, mi faceva quasi paura.

Cercando goffamente di essere spiritoso, mi disse che Rufus voleva vedermi ma non poteva entrare nell'ospedale, cos aveva dovuto legare il suo guinzaglio a una rastrelliera l fuori.

Rufus era il cane di Jamie Stiles: era stato lui a trovarmi priva di sensi sul sentiero e a mettersi ad abbaiare.

Ed era stato Jamie Stiles l'escursionista che per caso si trovava su un sentiero vicino e che mi aveva resuscitato praticandomi la respirazione bocca a bocca.

Jamie Stiles, uno degli attivisti del SANE. Che insegnava part-time scultura alla facolt di Belle Arti della Wainscotia.

Mi disse che vedendo la mia foto sul giornale si era ricordato di me alla marcia del SANE.

A quel punto era venuto a trovarmi. Malgrado fosse grande e grosso, sembrava timido. Le infermiere che passavano nel corridoio lo guardavano incuriosite. Mi accorsi che stava arrossendo. Nella mano destra stringeva un mazzo di fiori che sembravano essere stati raccolti in un prato in fretta e furia.

Trovare un vaso per i fiori non fu semplice. Li avvicinai al mio volto per annusarli: il profumo era lieve ma dolce. Confusa, pensai: Sto ricordando qualcosa del mio passato o sta succedendo adesso? O deve ancora succedere?

Avevo paura di chiudere gli occhi. Se l'avessi fatto, era possibile che qualcosa di nero piombasse su di me facendomi urlare e che, dopo averli riaperti, mi sarei ritrovata da sola o, peggio, con un'infermiera china su di me.

Mentre Jamie Stiles mi parlava imbarazzato, pensai che alla fine avrei ricordato chi era. Lo volevo. La sua faccia era familiare, come se la conoscessi da sempre.

Aveva un torace ampio, il collo taurino, braccia e spalle muscolose, le mascelle coperte da una barba che sembrava pungere; eppure aveva occhi gentili che tradivano preoccupazione e sconcerto. Dato che, mi disse, gli sembrava di conoscermi da prima. Era una sensazione che aveva gi provato alla manifestazione - Immagino non ci sia nessun motivo. Deve essere un caso di dj vu.

(Dj vu. Il termine mi era familiare. Anche se il testo di psicologia in cui l'avevo incontrato liquidava il fenomeno come solitamente illusorio.)

Jamie Stiles mi parlava in tono sommesso, ma ricordavo che alla manifestazione di protesta si era comportato in modo impulsivo e coraggioso.

Ricordavo che si era anche arrabbiato con me. Ma perch?

Poi, per, mi aveva parlato con tenerezza. Aveva perdonato la mia ignoranza.

Malgrado la grandezza delle mani e le dita tozze sporche di argilla, il suo tocco era gentile. Nella sua voce si percepivano simpatia e speranza.

Sentii la minaccia delle lacrime. E per quanto mi sforzassi di trattenerle, mi rigarono le guance come acido, e cominciai a piangere mentre Jamie mi guardava angosciato.

A differenza delle infermiere, non mi chiese perch stessi piangendo. Non mi fece notare quanto fossi fortunata a essere viva.

Del mio incidente non parl quasi. D'altronde Jamie Stiles non era una persona molto loquace.

Non disse: Perch piangi? Hai perso una persona cara? Dovresti essere grata di averla scampata.

Non disse: Lo sai che hai rischiato di essere fritta come una fettina di bacon? Di te non sarebbe rimasto altro che un'impronta nauseabonda nella neve.

E cos seppi, e fu un grande conforto saperlo: Sar lui.

Lo zio

Si chiamava David R. Cosgrove. E si present a me come un medico di famiglia vecchio stile.

Non conosceva n il dottor Fenner n altri medici dell'ospedale. Non esercitava la sua professione a Wainscotia Falls ma a St. Cloud, a venti miglia di distanza. Era stato incuriosito dalla mia foto sul giornale, ed era passato a trovarmi e a farmi un paio di domande.

Come Benjamin Franklin, ho un profondo interesse per l'elettricit.  il mio hobby. Sono uno specialista di storia della rianimazione, per esempio.

Rianimazione? Cercai di immaginare di cosa si trattasse.

Il dottor Cosgrove era un uomo magro e slanciato di et indefinibile - tra i cinquanta e i sessant'anni? -, leggermente nervoso, eppure molto cordiale; capelli rossicci, anche se gliene rimanevano pochi, occhi infossati in occhiaie grinzose, lungo naso con una piccola gobba. Mi sorrideva con insistenza, come se avesse fatto qualche allusione che per non ero in grado di decifrare. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla sua guancia sinistra, che fremeva per qualche tic. Con s aveva una borsa di pelle marrone.

O forse non te la senti di parlare... del fulmine che ti ha colpita, intendo.

Scossi leggermente la testa per dire che no, non c'era problema.

Potevo parlarne. Solo che non ricordavo niente di utile.

Il dottor Cosgrove continu a sorridermi in modo curioso. Ebbi una strana sensazione: Quest'uomo lo conosco! L'ho gi visto prima!

Cominci a cianciare di saette, corrente elettrica, persone che erano state colpite da un fulmine ma erano sopravvissute, finch l'infermiera che era nella stanza usc. A quel punto smise di parlare all'improvviso e and a chiudere la porta.

Negli ospedali le porte vengono chiuse di rado e ancora pi raramente con un giro di chiave.

Lieto di vederti, cara Mary Ellen! Ho saputo che fra qualche giorno sarai dimessa e la tua guarigione  stata miracolosa.

Il dottor Cosgrove continu a sorridere mentre estraeva un oggetto dalla borsa. Aveva una forma familiare, una specie di piccolo telefono piatto che stava nel palmo della sua mano, che l per l non riuscii a identificare.

Era un cellulare? Da quant' che non ne vedevo uno? Mesi? Anni?

Ma non lo era. Il dottor Cosgrove gir una rotella tra indice e pollice, e l'aggeggio inizi a vibrare, emettendo un ronzio simile a quello di uno sciame di vespe.

Notando la mia espressione perplessa, mi spieg:  solo per precauzione.

Precauzione?

Un po' di rumore bianco nel caso qualcuno ci stesse ascoltando, volontariamente o no.

Il dottor Cosgrove regol la rotella finch il rumore divenne quello, molto meno aggressivo, di api che ronzano sui fiori.

Ma perch qualcuno avrebbe dovuto essere interessato alla nostra conversazione? Di certo non qualcuno dello staff dell'ospedale.

Soddisfatto, il dottor Cosgrove avvicin una sedia alla mia (mi ero stancata di stare sdraiata, e leggevo seduta) e mi sorrise con aria complice.

Un tipo eccentrico ma gentile, pensai.

Mi chiese se ricordassi qualcosa del mio incidente, e vedendomi scuotere la testa insistette, questa volta molto serio: Pensaci di nuovo, Mary Ellen. Cerca di ricordare.

Ci avevo provato molte volte. Me l'avevano chiesto in tanti. Per ultimo un giornalista del Wainscotia Falls Journal-American, che doveva scrivere un pezzo dal titolo sensazionalistico: La ragazza che  tornata dall'aldil. Deluso, il reporter aveva dovuto intervistare medici, infermiere e un docente di fisica dell'universit, dato che non avevo saputo dirgli molto.

Quando ti sei risvegliata, hai avuto l'impressione di essere stata trasportata' qui da qualche altra parte?

N-non so. Che cosa intende per trasportata'?

Il termine esatto sarebbe teletrasportata.

Teletrasportata. Un'altra parola a me ignota.

(Quanto avrei voluto che il mio nuovo amico Jamie Stiles fosse l. Quando veniva a trovarmi la sera, era diventata un'abitudine raccontarci delle nostre giornate; ma i discorsi del dottor Cosgrove erano cos strani, come se li sentissi in sogno, che dubitavo di poter riferirli.)

In tono ancora pi circospetto, il dottor Cosgrove mi chiese se il nome Eric Strohl mi dicesse qualcosa.

Eric Strohl. Non ne ero sicura.

Eric Strohl'. Madeleine Strohl'. Il dottore parlava lentamente, con la mano davanti alla bocca, in un tono di voce che sovrastava appena il ronzio dell'aggeggio.

Eric Strohl. Madeleine Strohl. Cominciai a tremare senza sapere perch.

Il nome Adriane Strohl' ti dice niente?

Il cuore cominci a battermi forte. Avevo paura di andare un'altra volta in iperventilazione. Negli occhi sentivo le solite fitte.

Il dottor Cosgrove mi prese la mano e mi premette delicatamente un dito sul polso per contare i battiti.

Non devi agitarti.

Ma io...

Devi stare tranquilla, cara. Respira normalmente. Adesso prova a contare i respiri.

Contai i miei respiri fino a dieci. Al dieci non ero pi tanto agitata. Il dottor Cosgrove smise di tenermi il polso.

Volevo solo sapere se avessi mai sentito questo nome, Adriane Strohl'.

Io non... Mi sforzavo di ricordare con tutta me stessa. Era come se stessi inciampando in sogno. Non saprei. Adrian', ha detto?

Adriane'.

Il dottor Cosgrove pronunci il nome lentamente. Perch mai avrebbe dovuto essermi familiare?

Ci guardammo come se tra noi ci fosse un abisso. Non largo, ma molto profondo. Ed ecco il solito senso di stanchezza, come se le mie ossa stessero diventando liquide.

Dalla mia memoria emerse una frase che avevo sentito o letto molto tempo prima. Uno dei fatti pi eclatanti della coscienza di s  che essa pu mancare.

Quando mi ero svegliata dal coma, avevo avvertito questa debolezza in tutto il mio corpo - una sensazione terrificante, orrenda. Come se il mio corpo fosse un precario aggregato di innumerevoli atomi che potevano disintegrarsi da un momento all'altro. E come se anche il mondo che mi circondava fosse sul punto di deflagrare.

Il dottor Cosgrove si avvicin e mi mormor in un orecchio. Forse conoscevo i tuoi genitori, cara... Anzi, ho ragione di credere di essere parente di tuo padre. E quindi di essere un tuo parente.

Era assurdo? Per qualche secondo fissai quell'uomo mezzo calvo dall'aria cos gentile, senza sapere che cosa dire. Non volevo scioccarti, cara. So che ti hanno detto di essere stata adottata.

Mi spiace, ma non ho ricordi dei miei genitori. N dei miei veri genitori n di quelli che...

Il dottor Cosgrove mi guard pensieroso e mi prese la mano tra le sue. Mi conosce, pensai. E poi, assurdamente: Forse  lui che mi ha fatto nascere.

Tuo padre Eric era -  - il mio fratello maggiore. Ho dei buoni motivi per crederlo. Gli assomigli in modo inequivocabile. Mi  bastato vedere la tua foto sul giornale. Rimase un attimo in silenzio, asciugandosi gli occhi. Ma siamo stati separati. Non ci vediamo da quasi vent'anni.

Quell'uomo parlava di mio padre come se fosse ancora vivo. Ero molto confusa. Sentivo pulsarmi le tempie, forse anche per effetto di tutta la roba che mi avevano iniettato nelle vene.

Lei ... mio zio? Ma dove... dove vivono i miei genitori? Com' possibile tutto questo?

Adesso mi sembrava che il dottor Cosgrove avesse una faccia familiare. Quegli occhi infossati ma vividi, la gobba sul naso.

Probabilmente non ricordi perch eri molto piccola l'ultima volta che ti ho vista. Avrai avuto due anni, credo.

E dove?

Lontano da qui.

Ma in che Stato?

Nel New Jersey, credo.

Ma ho mai vissuto nel New Jersey?

Conosci la cittadina di Pennsboro?

Non... non credo. Non riuscivo ad articolare i miei pensieri. O forse... s.

Tremavo. Avevo le lacrime agli occhi.

Il dottor Cosgrove si scus per avermi fatto agitare. Mi prese la mano gelida e per un po' la accarezz.

Gli adulti non ti hanno trattata bene, cara la mia ragazza. Non voglio confonderti o farti soffrire ulteriormente. Ma lascia che chieda: ti viene in mente qualcosa se dico Tobias', Toby', zio Toby'?

Non sapevo che cosa rispondere. Se quella persona era mio zio, volevo rispondere di s.

Non... non ne sono sicura. Zio Toby'.

Una volta mi chiamavo Tobias. Prima che mi mandassero a perfezionarmi in medicina alla Wisconsin-Madison University; poi mi sono trasferito a St. Cloud, e non me ne sono mai andato. Sono sposato da una vita. Ho sposato una cara ragazza della Zona 9. Ho dei figli, e quindi tu hai dei cugini... Ma forse non ci vedremo pi.  troppo rischioso per entrambi. Il dottor Cosgrove aveva gli occhi umidi, anche se stava sorridendo. Non sapevo se venirti a trovare fosse una buona idea, ma volevo vederti, Adriane, nipote mia. Volevo chiederti di tuo padre, della tua famiglia, come stanno in quell'altra... dimensione. Ma penso che tu non possa rispondermi. Non puoi ricordare.

Qualcosa mi sembra di ricordare...

Quando il dottor Cosgrove mi guard con i suoi occhi scuri e mi sorrise in quel suo modo gentile, quasi riaffior qualcosa. Ma si dissolse subito, come un sogno alla luce del giorno.

Mi sembra che tu ti stia riprendendo bene, Adriane - volevo dire, Mary Ellen. Le persone giovani sono molto pi resilienti degli anziani - e tu sei ancora giovane, anche se sei tornata indietro di decenni.

Ma tu... quanti anni hai? Quando sei diventato mio zio?

Ah, cara, deve ancora succedere! E quando succeder - quando nascerai, fra qualche anno - io sar un ventenne, e non ricorder nulla. E neanche tu. Solo l'amnesia ci salva dall'abisso.

Vedendomi confusa, il dottor Cosgrove si affrett ad aggiungere: Tutto quello che possiamo fare  andare avanti nel tempo che stiamo vivendo. Nessuno deve affrontare pi di un giorno alla volta. E per fortuna che il nostro universo  fatto cos - il tempo  squadernato orizzontalmente, si potrebbe dire; le cose non succedono tutte insieme, come nell'istante del Big Bang. Alcuni di noi sono animali politici, altri no. Ma  impossibile che, negli Stati Uniti del 1960 o in qualunque altro luogo in qualunque altro tempo, chiunque sia del tutto felice.

Non capii. Non sapevo nulla di politica (anche se sapevo chi era il presidente attuale: Dwight D. Eisenhower, una persona vera, un ex generale, e non un emoji sorridente). Sapevo che gli Stati Uniti poco tempo prima avevano combattuto una guerra contro un paese straniero che si chiamava Corea e sapevo che molti ricordavano molto bene la seconda guerra mondiale.

Il decennio che  cominciato porter novit anche rivoluzionarie. Ma sar una rivoluzione dai risvolti tragici e non una farsa. E dopo... Il dottor Cosgrove rise e alz le spalle. Lo sai: non bisogna mai pensare al futuro.  la cosa pi importante che impariamo noi Esiliati. Dobbiamo solo imparare a salvarci.

Pregai il dottor Cosgrove di dirmi qualcosa di pi sui miei genitori. E come aveva fatto a conoscermi da piccola, quando aveva un nome diverso: zio Toby...

Fui travolta da una sensazione quasi di delirio. Che felicit sarebbe stata avere uno zio Toby nella mia vita!

No. Dobbiamo vivere qui, Adriane. L'ho imparato dopo avere commesso errori molto dolorosi. Il futuro' esiste solo come esiste l'altra faccia della luna, che la possiamo vedere o no. Il dottor Cosgrove indic il cielo fuori dalla finestra della mia camera al secondo piano. O come quelle nuvole a oriente che il vento spinge verso di noi dal lago Michigan. Tra un po' - un'ora, due, non lo so - saranno sopra di noi e oscureranno il sole. Ma adesso le vediamo avvicinarsi in lontananza: ed  cos, in un certo senso, che vediamo il futuro. Certo, di solito le cose sono troppo distanti perch possiamo vederle, e dobbiamo rassegnarci. Un passo alla volta,' diceva saggiamente mio padre; anche se allora ero troppo giovane per ascoltarlo.

Il dottor Cosgrove spense di scatto l'aggeggio che ronzava e lo infil nel taschino della giacca.

Ti saluto, Adriane cara! Forse ci rivedremo, se lo vuoi. Sai come mi chiamo e sai che abito a St. Cloud, dietro la montagna.

Prima di uscire, mi strinse la mano teneramente. Addio, zio Toby! avrei voluto dirgli, ma non trovai la forza.

La fattoria di Heron Creek

Rufus! Andiamo a fare la passeggiata.

Rufus  un bastardo di sei anni, l'incrocio tra un boxer, un retriever e un collie. Il suo ispido pelo  color sabbia. Pesa circa sedici chili. Non sta mai fermo,  maldestro e ansima di continuo. Ha le orecchie sempre dritte e i suoi occhi brillano di gioia quando sente qualcuno che lo chiama. Se si precipita verso di te agitando la coda rischia di farti perdere l'equilibrio.

E ti lecca la faccia con la sua lingua umida e morbida.

Meglio che non pensi a ci che ha toccato quella lingua. Meglio che non pensi agli innumerevoli amori di un cane e di cui tu, bramosa quanto lui ma decisa a mascherarlo, non sei che uno dei tanti.

Rufus e io camminiamo nei campi dietro la fattoria. Voglio pensare che ci sia un legame tra di noi:  la creatura che ha salvato la mia vita.

Gli animali sono delle specie di macchine, insegnano i comportamentisti. Eppure  difficile credere che Rufus lo sia. La sua anima brilla nei suoi occhi quando  in presenza di qualcuno che ama.

La sua grande gioia  andare a recuperare il bastone che gli viene tirato. Soprattutto dal laghetto dove Jamie ha messo le trote, qualche anno fa, e dove vive una colonia di rane rumorose.

Quando abbraccio Rufus, quando Rufus mi lecca la faccia, mi viene da piangere, da quanto sono felice.

Magari un giorno andr oltre la collina e cercher il dottor Cosgrove in quel posto dal nome cos bello - St. Cloud. Ma non l'ho ancora fatto. La mia nuova vita mi impegna troppo.

Non c'era neanche bisogno che Jamie Stiles me lo chiedesse. In qualche modo sembrava avessimo deciso che, una volta finita la riabilitazione, sarei andata a vivere con lui nella fattoria di Heron Creek Road.

Sai che la mia casa  la tua.

Sai che ti amo.

Appena vidi la casa di Jamie, me ne innamorai - una grande fattoria di legno sorprendentemente dipinta di giallo solidago, con le persiane blu. Le fattorie nei dintorni erano tutte di un bianco consunto dalle intemperie.

Per arrivare alla fattoria bisogna fare una stradina sterrata e sconnessa. Nel cortile ci sono un pickup Ford del 1949 con i finestrini rotti e senza gomme, i rottami di un vecchio trattore, la carcassa di una Buick decapottabile del 1947, una slitta da bambini con i pattini arrugginiti: non  il deposito di uno sfasciacarrozze, ma un'elaborata scultura di Jamie fatta con materiali di recupero, dal titolo Pericoli del viaggio nel tempo.

Nel portico anteriore, oltre al divano di vimini, alle sedie e una cyclette, c' un'esposizione di trapunte. Trapunte particolari, dove i broccati si avvolgono al plexiglas e all'alluminio. Un'opera del 1958 intitolata Diorama di una leggenda.

Dietro la casa, un grande fienile dipinto di rosso mattone. Sul tetto, una banderuola con la sagoma di un cervo. Sulla facciata  appesa una grossa faccia di rame, simile a un'antica divinit benigna. Accanto, un silo cadente e altri edifici pi piccoli.

E dietro, il laghetto che pullula di trote.

Nel fienile c' lo studio di Jamie Stiles. Sui giornali del Wisconsin sono apparsi diversi articoli su di lui e pi volte l'hanno intervistato per programmi televisivi; immancabili le riprese dello studio, che a prima vista sembra l'incrocio tra una morgue e il magazzino di un rigattiere. L ci sono tutti gli strumenti del suo lavoro. Gli edifici pi piccoli ospitano gli studi di artisti amici di Jamie; non pagano l'affitto, e alcuni di loro sono l da anni.

Pur avendo solo trentun anni, Jamie si  trovato sulle spalle molte persone. E ha molti animali: una giumenta marrone che si chiama Hedy, che prima faceva gare di trotto all'ippodromo di Traverse City, nel Michigan, e le due caprette Leila e Lee, che le fanno compagnia; una dozzina di pecore giallastre (anzich bianche, come quelle che esistono solo nei libri per bambini); una mezza dozzina di gatti diversi per et, taglia e colore, alcuni dei quali sono docili felini domestici e altri, pi selvatici, vivono nel fienile; Rufus, il nostro cane da guardia sempre vigile; e un bel po' di galline - bianche, rosse e striate, della razza Plymouth Rock - che forniscono uova per tutti. (Di dare da mangiare alle galline e di raccogliere le uova presto ho cominciato a occuparmi io, con l'aiuto di Chloe e Tyler, i nipotini di Jamie.) Nel laghetto starnazzano e battibeccano oche canadesi, oche bianche domestiche e anatre selvatiche di passaggio. A volte arrivano un paio di cigni dal poco distante torrente Heron. Candidi e di solito silenziosi tra gli altri volatili pi piccoli, sono belli come figure viste in sogno che sembrano rappresentare qualcosa per cui non esistono parole adeguate.

La parte pi antica della fattoria  stata costruita nel 1881 da un antenato di Jamie; i suoi nonni gliel'hanno lasciata una decina di anni fa insieme a quaranta acri di terra perlopi incolta.  distante circa cinque miglia di tortuosa strada rurale dal campus della Wainscotia, dove Jamie ha insegnato scultura alla facolt di Belle Arti negli ultimi nove anni. Io sono iscritta ad Arti Liberali, dove ho scelto Arte e Biologia.

Dato che non vivo pi nel campus, ho dovuto rinunciare al mio lavoro part-time.

Un impiegato del comune impazzirebbe cercando di stabilire quante persone vivono nella fattoria color giallo solidago in Heron Creek Road. Dato che  sempre aperta agli amici e ai conoscenti di Jamie, che siano artisti o attivisti antinucleari. Spesso sono solo amici di amici. A costoro si aggiungono, in pianta pi o meno stabile, i membri della famiglia Stiles: un cugino di Jamie che non ha mai finito gli studi di agraria; un fratellastro pi vecchio, sempre imbronciato, che lavora in una cava di pietra e pesa pi di un quintale; uno zio imperturbabile e malandato, forte bevitore, che ha fatto vent'anni nei Marines ed  stato gravemente ferito pochi giorni prima che finisse la seconda guerra mondiale. E, con mia sorpresa, due bambini di cinque e otto anni, figli di una sorella di Jamie che se n' andata anni prima, lasciando solo i bambini, i loro vestiti e i loro giocattoli. Sono un po' malinconici ma anche molto dolci, Mary Ellen. Imparerai a volergli bene.

Ed  vero, col tempo imparer. Ne sono sicura.

La cosa curiosa  il colore della loro pelle, che  di un intenso marrone. In tutta la contea probabilmente sono gli unici.

Jamie e io presto avremo dei bambini tutti nostri. Lo speriamo con tutto il cuore.

Gran parte del terreno della fattoria non  coltivabile, ma alcuni acri sono affittati a contadini che abitano vicino - una fonte di reddito molto importante. E poi c' un campo dietro casa dove piantiamo pomodori, fagioli, mais, carote, cetrioli, meloni...

Col tempo sar io a occuparmi anche di questo. (Come mi occuper di Chloe e di Tyler.) Quando Jamie mi ha portata qui l'estate scorsa, la semina era gi stata fatta, ma il campo era infestato da erbacce e il mais e i meloni erano stati devastati da cervi e procioni; a crescere pi rigogliosi erano basilico, erba gatta e menta, e una piccola giungla di malva e rose selvatiche.

Non vedevo l'ora di strappare tutte le erbacce, ma Jamie si  messo a ridere. A volte arriviamo troppo tardi. Si tratti di un orto o della vita di una persona. Meglio prendere le cose come sono. Un passo alla volta.'

Camminando tra le erbacce, con Rufus ai miei piedi che annusa ogni cosa e si insinua tra il mais frusciante, sono invasa dalla felicit. Tutto questo non aspettava che me, penso. E non lo sapevo.

Nella mia vita precedente - (la ricordo solo vagamente, come qualcosa intravisto attraverso un vetro satinato) - non credo che abitassi in una fattoria e mi occupassi dell'orto. Comunque credo che imparer.

L'odore di un campo sotto il sole del tardo pomeriggio o dopo un acquazzone  cos intenso da lasciarmi senza fiato.

Jamie e i suoi amici non fanno altro che riparare la casa - le tegole del tetto, le persiane, le assi marce del portico, i gradini. Un amico di Jamie fa l'idraulico; ha anche una scavatrice con cui scava pozzi e cisterne. Jamie ha amici pittori ma pure amici imbianchini. Lo scultore cui  pi legato fa il saldatore. Anche Jamie ha una spiccata manualit ed  molto forte; bisogna stare attenti che non sollevi pesi che gli spacchino la schiena. Per essere una persona schiva, ha una vita sociale molto intensa. Le riunioni della sezione locale del SANE di solito si tengono qui alla fattoria, anche se a volte Jamie prende la macchina e va a Madison o addirittura a Chicago. (Chicago! Quanto mi sembra lontana! Dopo essere stata colpita dal fulmine, mi sono detta che con i viaggi ho finito.) Gli artisti-colleghi di Jamie lavorano nei loro studi e la sera mangiano quasi sempre con noi. E con loro ci sono mogli, fidanzate, figli. A volte arrivano i loro genitori, e si fermano per qualche giorno. Anche i nonni sono i benvenuti. (Cercate solo di non morire qui alla fattoria! A Jamie piace scherzare su queste cose, ma  l'unico a trovarle divertenti.) Ovviamente ci sono serate dedicate alla poesia - molti di noi sono poeti, e H.R. Brody  un amico di Jamie. Ci sono anche serate dedicate alla musica - Jamie suona la batteria. Spesso vengono invitati gli amichetti dei due bambini, e anche i loro genitori si fermano a cena. Dato che la Wainscotia pare sfrutti il personale, Jamie sta cercando di organizzare un sindacato, senza rendersi conto di tutto il tempo che occorre e di quanto la gente possa essere litigiosa mentre cerchi di aiutarla. Una sera c'erano cos tanti ospiti che si dovettero riversare sul portico e sul prato. Provai a contarli; smisi dopo essere arrivata a ventisei.

Una cosa che penso sempre: Qui non c' tempo per intristirsi. Ci sono troppe cose da fare!

Jamie si definisce uno scultore multimediale, anche se il suo mito  Rodin. Ottiene opere strane e originali assemblando rottami di automobili e trattori; utilizza ferro (che lascia arrugginire, rispettando l'opera della natura), acciaio, alluminio, bronzo, argilla, vetroresina e perfino cartapesta; ma  anche uno scultore tradizionale, e ha ottenuto incarichi notevoli, come la realizzazione di un monumento per i caduti della guerra di Corea per la citt di Wainscotia.

All'universit Jamie Stiles  tenuto in gran conto come artista importante e originale; allo stesso tempo, il suo impegno con il SANE e le sue dichiarazioni pacifiste e antinucleari gli hanno bloccato la carriera, e nessuno pensa di dargli una cattedra. Anche se di semestre in semestre gli rinnovano il contratto.

Ai colleghi del dipartimento sto abbastanza simpatico. Li conosco quasi tutti da anni e sono miei amici. Il problema  col rettore e col consiglio di amministrazione. Gli  giunta voce che c' un pericoloso rosso' che insegna arte e temono la mia popolarit'. Credono che sia stato arrestato in qualche tafferuglio. Cos un contratto part-time  il massimo a cui posso aspirare.

Jamie lo disse con rassegnazione e al tempo stesso spavalderia. Sentii l'impulso irresistibile di abbracciarlo e baciarlo.

Subito dopo essere stata dimessa ed essermi trasferita alla fattoria, Jamie mi port a Wainscotia Falls a vedere il monumento ai caduti di fronte al tribunale di contea. Anche se erano di metallo, le statue degli undici soldati di fanteria rappresentati in una missione di pattuglia erano di un realismo inquietante; quasi si immaginava che respirassero. Ci guardavano dall'alto in basso, essendo in scala leggermente pi grande del reale. I loro volti erano giovanili e al tempo stesso senza et. Mani e dita, in particolare, erano impressionanti. I nomi dei caduti erano incisi sulla recinzione in marmo attorno al gruppo scultoreo; i caratteri erano stati scelti dallo stesso Jamie, dopo varie prove non soddisfacenti.

La stampa locale aveva reagito in modo molto positivo al monumento di Jamie. I parenti dei caduti, commossi, gli avevano scritto delle lettere, a ciascuna delle quali aveva voluto rispondere. (Per fortuna all'epoca non era stato ancora coinvolto nelle proteste pacifiste!) Il suo modello in questo caso non era stato Rodin ma Harry Hansen, uno stimato scultore americano di inizio Novecento, all'epoca soprannominato il Rodin del Midwest, che aveva realizzato pi di duecento monumenti in mezzo secolo di carriera. Jamie sembrava imbarazzato dalla sua opera, anche se gli dissi che la trovavo commovente, tragica e bella. Io non volevo fare un monumento realistico', mi disse umilmente. Ho cercato di spiegare al consiglio comunale che loro volevano qualcosa che da un pezzo era stato reso obsoleto dalla fotografia. Gli ho detto che oggi la scultura dev'essere pi astratta che realistica, ma... Alla fine, per ottenere l'incarico, aveva dovuto adattarsi al gusto dei suoi committenti.

Ma  molto potente, Jamie. Credimi.

Ero davvero emozionata e per un po' rimasi in silenzio, mentre Jamie girava attorno al monumento. Forse gli artisti non credono mai a quello che gli altri dicono delle loro opere. E Jamie non ci vedeva quello che vedevo io.

Le teste e le spalle dei soldati erano punteggiate dagli escrementi bianchi di qualche volatile. Cercammo di ignorarli. Anche se alla fine bagnai dei fazzoletti in una pozzanghera e cercai di toglierli, con scarsi risultati.

Quando tornammo a casa, Jamie mi mostr la foto incorniciata in cui, nel 1957, riceveva il premio per la scultura da parte del Wisconsin Council of Arts. Sembrava al tempo stesso imbarazzato e orgoglioso.

Jamie! Congratulazioni!

Erano passati solo tre anni, ma sembrava molto pi giovane. Era pi snello, la faccia pi lunga e perfettamente rasata.

Jamie Stiles senza barba! Quel giovanotto forse non si sarebbe messo a parlare con me nel campus.

Vedendo quel volto, mi sentii stringere il cuore. Perch all'epoca non conoscevo ancora Jamie Stiles. Lui non conosceva me. Ed era inverosimile che ci saremmo incontrati.

Eppure era successo. Com'era stato possibile?

Lacrime scesero lungo le mie guance. Fui sopraffatta da una gioia indistinguibile dal dolore. In quei momenti Jamie mi stringeva tra le sue braccia senza dirmi niente.

Il suo corpo era come una fortezza.

Sei mia, ti protegger. Ti amo.

Lo studio di Jamie nel fienile rosso. Abbiamo sistemato un piccolo spazio per me al piano di sopra, che si raggiunge con una scala a pioli. Una specie di loft da cui ho una vista sia sui campi sia sul luogo dove lavora Jamie. Spesso lo osservo, ma di rado capita il contrario.

Le mie opere sono di dimensioni molto pi piccole di quelle di Jamie. Non mi interessa la monumentalit eroica. Mi basta andare in giro a fare bozzetti con matita, carboncino, gessetti, e poi tornare qui e lavorare sui miei disegni. Ho provato a fare ritratti - a Chloe e Tyler, a ospiti di passaggio e residenti della fattoria come lo zio di Jamie, l'ex Marine che si fa chiamare Capitan Shalom, mi pare con una certa ironia.

Nel mio loft ho un tavolo lungo circa due metri che mi ha costruito Jamie. Ci ha steso sopra delle tele e mi ha incoraggiato a fare esperimenti con i colori.

Spesso sbircio quello che sta facendo al piano di sotto.  sempre in movimento con il suo corpo muscoloso, ma  agile come un atleta, reattivo e curioso. La porta scorrevole del fienile di solito  aperta, tranne quando fa freddo. A volte lavora con il fuoco. O con le bombolette di vernice. Ha realizzato sculture con vecchie lampade rotte, carrozzine per bambini, cartelli di STOP crivellati da proiettili. Penso che le sue opere abbiano non solo una loro strana bellezza, ma anche un significato profondo. Non credo che sia ingenuo, da parte sua, ispirarsi a Rodin invece che a Harry Hansen di Whitefish Bay.

Jamie ha la capacit di perdersi interamente nel proprio lavoro. Per quanto possa essere preoccupato dei conti da pagare, della follia dei test nucleari in Arizona o del rinnovo del suo contratto all'universit, si concentra sulla sua arte come un bambino solitario risucchiato nei propri giochi.  spietato con se stesso quando i risultati non sono quelli sperati, cosa che succede abbastanza spesso;  testardo e si scoraggia facilmente; mi rattristo quando sospira e, esasperato o abbattuto, si passa le dita tra i capelli; o si tira la sua ispida barba color mogano, ancora pi riccia dei suoi capelli.

Potrei guardarlo per ore e ore, anche quando indossa la salopette sporca e i sandali logori.

Quando fa l'amore con me  goffo, tenero, esitante - ha paura di farmi male, o di schiacciarmi. Ed  vero che il suo peso mi lascia senza respiro, e temo di incrinarmi una costola. Gli affondi potenti del suo corpo mi fanno tremare dal dolore, cosa che lui interpreta in un altro senso. Ma non gli far mai capire il mio disagio. Perch  solo a lui che penso. Al mio bisogno di amore e di essere amata.

Mai in passato ho amato un uomo (ne sono sicura), ma so per istinto che non devo ferirlo. Allo stesso modo, non mi azzardo mai a criticare il suo lavoro. Mai mi permetterei di minare il modo in cui si percepisce come uomo, come artista, come maschio.

Le verit che rivelo a Jamie Stiles sono quelle che nutriranno il suo amore per me. Perch solo il suo amore pu confermare quello che provo per lui con tale intensit da lasciarmi senza fiato.

E cos deve essere. Sono stata vicina alla morte. Adesso l'unica cosa che importa  questa vita.

A volte, la sera, guardiamo la televisione.

Ci teniamo la mano, seduti sul divano. Non abbiamo problemi nel manifestare il nostro affetto (Jamie  fatto cos, in generale, nell'esprimere i suoi sentimenti); e non siamo per nulla imbarazzati nel sembrare sdolcinati, anche quando Capitan Shalom borbotta beffardo mentre trascina i piedi nel soggiorno, diretto ai suoi appartamenti nel retro della casa.

Di rado siamo soli. I programmi pi seguiti iniziano alle otto e alle nove di sera. Jamie ride a crepapelle, come i bambini, per le buffonate di Milton Berle, di Lucille Ball e di Desi Arnaz; qui alla fattoria sono molto amati anche Ozzie e Harriet, cos come Arthur Godfrey, Lawrence Welk e Phil Silvers. Jack Benny, Sid Caesar e Imogene Coca richiedono un maggiore impegno intellettuale, cos come Jack Paar e programmi tipo Truth or Consequences e What's My Line? A volte Jamie si addormenta, sfinito dopo una giornata di lavoro, e io non lo sveglio, ma continuo a stringergli la mano. Dal piccolo schermo le immagini si rovesciano su di noi. I nostri pensieri pi cupi sono cancellati dalla luce azzurrognola e sfarfallante del televisore.

Al primo piano, in quella che da tempo  la camera da letto di Jamie, c' un massiccio letto di ottone dove stiamo abbracciati. Parliamo e ci baciamo; ci baciamo e facciamo l'amore. A volte ho la sensazione di essere tra le braccia di qualcun altro - qualcuno di cui ho dimenticato il nome. Rabbrividisco ma non dico nulla, e trattengo le lacrime.

Perch la vita  questa qui. Vivere non significa riflettere o voltarsi indietro; la vita  tuffarsi in avanti. La vita  il momento presente,  un continuo adesso, come quello della televisione.

E penso: Sono nel posto giusto, al momento giusto.

Arrivata la fine di ottobre, per festeggiare il nostro matrimonio, Hiram R. Brody, il poeta amico di Jamie, organizz un grande party al campus e compose un sonetto nuziale per l'occasione. Gli amici di Jamie si mescolavano a un impressionante campionario di scrittori, pittori, scultori, musicisti, docenti e rispettive consorti; c'erano luminari della Wainscotia come Amos Stein, Myron Coughland, il mio ex datore di lavoro Morris Harrick, Carson Lockett III e A.J. Axel, tutti amici di H.R. Brody e, volevo pensare, ammiratori delle opere di Jamie. (Il pi illustre di questi professori, a giudicare dalla deferenza che gli veniva riservata, era lo psicologo Axel, che se ne and dopo il primo brindisi. Il signor Brody aveva annunciato con orgoglio che il suo amico Axel aveva ricevuto il pi grande fondo federale di ricerca mai concesso a uno scienziato nello Stato del Wisconsin per sviluppare il Centro di Ingegneria Sociale della Wainscotia University, di cui era fondatore e direttore; lo scopo di quest'ultimo: sviluppare tecniche per ricondizionare personalit antisociali, psicopatiche o sovversive.) Fu con voce sonora e impostata che il poeta dai capelli bianchi lesse il suo componimento, che, dichiar, conteneva l'eco di un sonetto di Shakespeare: Non sia mai ch'io ponga impedimenti / all'unione di anime fedeli; ma se dell'amore celebriamo / la stella polare... Alla fine gli applausi furono scroscianti, e Jamie si asciug le lacrime. Di poesia ci capiva poco, mi disse, ma spesso piangeva quando ne sentiva una.

Per me la poesia del signor Brody era strana e bella. Neanch'io la capii completamente, ma fece piangere anche me.

La mattina, al tribunale di Wainscotia, Jamie e io eravamo stati sposati da un giudice di pace; unici testimoni, alcuni residenti della fattoria. Il giudice, dall'aria paterna, aveva manifestato sorpresa e un po' di preoccupazione per il fatto che la sposa non sembrasse avere parenti, ma gli avevo sorriso assicurandogli che Jamie Stiles era la sola famiglia di cui avessi bisogno.

(Una delle tante gentilezze di Ardis Steadman, oltre a fare degli scatoloni con le cose che avevo lasciato all'Acrady Cottage, era stata di darmi una copia del certificato di nascita accluso al mio dossier universitario, senza il quale non mi sarei potuta sposare. Era un documento dello Stato del New Jersey, con tanto di sigillo dorato, che non ricordavo di aver mai visto. Attestava che Mary Ellen Enright era nata al Pennsboro General Hospital di Pennsboro, nel New Jersey, l'11 settembre 1942, e che i suoi genitori erano Constance Ann Enright e Harvey Sterns Enright. Erano i miei veri genitori? O nomi inventati giusto per il certificato? Nomi che non mi dicevano niente, che non mi procuravano la minima emozione. Anche se il dottor Cosgrove, ricordavo, aveva parlato di New Jersey.)

In inchiostro nero H.R. Brody ha trascritto il suo Epitalamio del Wisconsin su una pergamena, aggiungendo una dedica a Mary Ellen e Jamie, la data e la sua firma piena di svolazzi. Jamie l'ha incorniciato e appeso nella nostra camera da letto.  come avere un autografo di Robert Frost o di T.S. Eliot, ripete spesso. Come me,  profondamente commosso da questi versi. A volte uno di noi li legge ad alta voce mentre ci prepariamo ad andare a letto.

Ho sempre amato questa persona, penso. La conosco da sempre. Amavo Jamie fin da prima che io nascessi.

Poco dopo succede un fatto strano e allarmante.

Non so bene come parlarne. Una parte cos consistente della mia vita  volata via al di l del linguaggio, come una nuvola sospinta dal vento, tanto lontana da essere quasi invisibile, che ho perso la fiducia nella mia capacit di capire molte cose, e tanto pi di spiegarle.

Cerco di non evitare Capitan Shalom perch non intendo ferire i sentimenti di nessuno, n i suoi n quelli di Jamie; ma c' qualcosa di inquietante, nello zio ex Marine, che non dipende solo dal volto devastato del poveretto, dalla sua testa calva e bitorzoluta, dal suo sguardo fisso e acquoso; e neanche dal suo alito metallico, che fa venire in mente monetine strette in una mano sudata. Alla fattoria c' cos tanta gente che va e viene, tra cucina, scale, soggiorno e corridoi, per non parlare dei bagni (ce n' uno per piano, oltre a quello esterno tra casa e fienile, che per nessuno usa pi da quando Jamie era ragazzo), che incontri le stesse persone trenta volte al giorno e ti limiti a scivolare frettolosamente accanto a loro mormorando scusa o senza dire niente. L'intimit che nasce dal semplice fatto di condividere gli stessi spazi  un fenomeno curioso, ha un che di beffardo.

Lo zio di Jamie a volte usa le stampelle, anche se non sempre; spesso riesce a salire le scale aggrappandosi alla balaustra, mentre per scendere rischia di rompersi l'osso del collo. Quello che non devi mai fare  proporti di aiutarlo: un errore che avevo fatto poco dopo essere venuta ad abitare alla fattoria.

L'ex Marine mi aveva fulminato con lo sguardo. Sul lato sinistro del volto aveva una cicatrice simile a una cerniera, e aveva perso una parte del labbro superiore. I suoi denti erano grigi come quelli di un bambino malnutrito. Il suo fiato sapeva di rame. M'intimidiva rimanendo in silenzio, mentre io farfugliavo delle scuse.

Alla fine, con la sua voce roca, mi aveva detto, caustico: Quando avr bisogno del tuo aiuto, Mary Ellen, te lo chieder. Grazie in anticipo.

Il modo in cui Capitan Shalom aveva pronunciato Mary Ellen mi aveva fatto capire che non aveva grande considerazione per quel nome e la menzogna che poteva suggellare.

Jamie  preoccupato della salute mentale dello zio, ma che cosa pu fare? Capitan Shalom si rifiuta di vedere qualunque medico, compresi quelli generici; e si infuria se qualcuno gli propone di portarlo in macchina a Milwaukee in un centro per veterani di guerra (vale a dire da uno psicologo). Secondo Jamie, l'unico sistema sarebbe legarlo e caricarlo su un pickup.

Tuo zio ha una pistola? Delle armi? una volta gli ho chiesto ingenuamente.

In questa casa  vietato l'uso di qualunque arma. Dovrebbe essere chiaro.

Dovevo considerarla una risposta soddisfacente? Jamie era indignato anche solo che gliel'avessi chiesto.

Penso che in realt Capitan Shalom tenga una o pi armi nella sua stanza. (Una stanza scomoda da raggiungere per un disabile, ma che  stato lui a scegliere quando si  trasferito qui, mi ha spiegato Jamie.) Anche se  probabile che, se mai gli venisse l'impulso di usarle, non le userebbe contro di noi (per disprezzo o indifferenza), ma solo per uccidersi.

Dato che Capitan Shalom, a suo modo,  un personaggio eroico.

Ho provato a fargli il ritratto - anche se solo a memoria. Mi piacerebbe scattargli delle foto senza che se ne accorga, ma  molto difficile.

Capitan Shalom alterna lo spirito mordace a momenti di cupezza; in ci non  molto diverso da Jamie, anche se i suoi sbalzi di umore sono pi frequenti e imprevedibili. Verso met del pomeriggio comincia a essere alticcio, il che alimenta la sua tendenza al sarcasmo. Sapendo di attirare inevitabilmente la piet altrui, detesta l'ipocrisia; e se qualche visitatore, come capita spesso, gli dice, tanto per essere gentile, di trovarlo bene, lui ribatte seccamente: Davvero? Parla per te.

Oppure si limita a emettere un grugnito per manifestare disgusto, incredulit, disprezzo; e si allontana arrancando, con la provocatoria malagrazia del disabile per cui la gentilezza paternalistica dei normali  la forma pi grave di insulto.

Tra Capitan Shalom e Mary Ellen Enright si  stabilita una labile tregua, immagino. In quanto moglie di Jamie, suo zio sa di dovermi quanto meno rispetto. Tanto pi che dipende dal nipote per il vitto e l'alloggio, dato che il suo matrimonio si  sfasciato poco dopo essere stato dimesso dall'ospedale dei veterani di Milwaukee con un sacco di problemi sia fisici che psichiatrici. Ma so anche che  possibile che il vecchio detesti questa diciannovenne studentessa della Wainscotia che  venuta ad abitare insieme a Jamie, solo perch  carina e ha un bel sorriso amichevole;  una cosa che fanno spesso gli uomini con le donne per loro irraggiungibili. Quando Capitan Shalom e io siamo da soli in una stanza o in corridoio, passiamo una accanto all'altro senza guardarci e trattenendo il fiato. A cena, per, con me si comporta con gentilezza esagerata, e spesso d una mano a sparecchiare, lavoro che Jamie di solito evita con la scusa di avere qualcosa da finire nello studio. In momenti come quelli, sono felice se ci siano anche altri ad aiutarci, dato che essere sola con quell'ex soldato devastato e inacidito  spiacevole e mi mette a disagio.

Ecco qualcuno che vede dentro di te. Dentro la tua felicit, il tuo continuo sorriso, anche dentro il tuo amore.

Capitan Shalom  un lettore compulsivo e nella sua stanza ha accumulato una biblioteca di libri usati; al contrario di noi, guarda di rado la televisione, e quando lo fa sbuffa in segno di derisione. (In particolare non sopporta qualunque programma parli di guerra, forze armate e veterani; ma la stessa reazione la suscitano in lui pacifisti e marce di protesta, con grande delusione di Jamie.) Se c' bel tempo, spesso lo vedo fuori, con un libro in mano; ha trovato un posto dove leggere con vista sul laghetto, dove ha appeso un'amaca, a suo uso esclusivo. (Anche se mi ha invitato pi volte ad approfittarne: offerta che ho sempre rifiutato, temendo che nascondesse una velata minaccia.) Un pomeriggio in cui faceva caldo e Capitan Shalom era andato a leggere sulla sua amaca, mi sono precipitata in camera sua, a vedere i suoi libri, anche se Jamie mi aveva detto che erano quasi tutti saggi sulla seconda guerra mondiale. (Ero tentata di andare alla ricerca delle sue armi, ma non potevo violare in questo modo la privacy dello zio di Jamie. E non ho trovato la forza di aprire i cassetti o di controllare sotto il materasso.)

La stanza di Capitan Shalom era piuttosto spoglia, senza neanche uno scendiletto; c'era solo un tavolo, una sedia e una lampada che sembrava recuperata da una discarica. Con mia sorpresa, c'era un certo ordine, dato che Capitan Shalom faceva il letto come se fosse in caserma: lenzuola ben tirate, angoli ripiegati sotto il materasso, cuscino perfettamente al centro. (Ho sorriso pensando al fatto che a Jamie non venisse mai in mente di rifare il letto in cui aveva dormito. Scalciava le coperte e lasciava le lenzuola stropicciate e appallottolate.) C'era solo una libreria, alta circa un metro e mezzo, ma i libri erano dappertutto, sul tavolo, sul pavimento, sulla mensola della finestra; alcuni erano illustrati e di grandi dimensioni. Esitando, ho preso un libro da uno scaffale, memorizzando la posizione cos che Capitan Shalom non potesse accorgersi di nulla una volta che l'avessi rimesso dove l'avevo trovato. Ho aperto il grosso volume rilegato e mi sono stupita che non ci fosse nessuna parola stampata sulla pagina.

Ho girato le pagine: erano tutte vuote.

Anche sulla costa e sulla copertina del libro non c'era scritto niente.

Turbata, ho rimesso il libro al suo posto e ne ho aperto un altro a caso. Questo aveva le pagine stampate, ma le lettere erano sfuocate e illeggibili, come se si fossero sciolte. Ormai spaventata, ne ho aperto un terzo, dove le parole erano incomprensibili, non perch fossero in una lingua straniera, ma perch erano delle specie di geroglifici. Con calma raggelante ho pensato:  perch stai sognando. Nei sogni non si possono leggere le parole stampate.

Ho rimesso a posto i libri in fretta e furia e sono scesa al piano terra. Da allora non sono pi tornata nello studio di Capitan Shalom.

Le mie lesioni non scompariranno mai del tutto. Mi hanno detto che sono deficit neurologici. Sar sempre soggetta a emicranie. Non posso giocare con i miei nipotini perch spesso mi sfugge la palla dalle mani. Quando il tempo  freddo e umido, mi fanno male le ginocchia. Verso sera comincio a vederci poco. Gli occhi mi lacrimano facilmente. Basta la minima agitazione per farmi venire le palpitazioni, anche quando per il resto sono serena.

E piango sempre, senza un motivo preciso.

In quei momenti Jamie mi consola, senza chiedermi che cosa mi abbia preso. E lo stesso fa Rufus, se mi sente.

Questo pomeriggio abbiamo visite. Penso siano amici di Jamie che vengono da Madison - artisti e attivisti antinucleari. Non ho idea di quanta gente manger qui nei prossimi giorni, ma dovr aiutare a cucinare e lavare i piatti.  strano, ma in mezzo a tanta gente e trambusto c' sempre una specie di calma. E poi potr ritirarmi nel mio studio nel fienile.

Qui a Heron Creek non si  mai in troppi,  il motto di Jamie.

Se vi capita di passare a Wainscotia Falls, nel Wisconsin, anche voi siete i benvenuti, naturalmente.

Non esitate! Sar felice di incontrarvi. Rimanete con noi finch ne avete voglia.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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A Stig Bjrkman e a Charlie Gross.
Un ringraziamento speciale a Greg Johnson per aver letto la prima versione con la consueta attenzione ed empatia; e a mio marito Charlie Gross per non avermi mai fatto mancare il suo sostegno.
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FINE.